Liberi di essere sfruttati

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Siamo nel pieno della stagione estiva e, come ogni anno, si rinnova la pantomima della ricerca degli stagionali. Più di 200.000 aziende del settore turistico si sono affacciate “alla stagione” alla ricerca di lavoratori che possano ingrossare le fila di un settore che nel 2019 ha fatto registrare 100 miliardi di fatturato (dati ISTAT 2019). Una stima de IlSole24Ore, datata maggio 2022, riporta che ci sia una continua richiesta di oltre 400.000 lavoratori stagionali ogni anno. D’altronde è risaputo che l’oro nero dell’Italia è il turismo, e più nello specifico: il settore delle piccole e medie imprese. Sono proprio queste ultime a rifocillare il settore del turismo, rappresentando la quasi totalità delle aziende operanti in tale settore: bar, pizzerie, ristoranti, B&B, alberghi e aziende dell’intrattenimento balneare. Tutte accomunate da una gestione familiare tipicamente made in Italy.

Sebbene, ad un lettore ingenuo, questi numeri possano sorprendere e inorgoglire – focalizzandosi sul grande interesse che l’Italia da sempre genera come meta turistica e su come la fortuna di questo paese sia forgiato dalle mani di piccole realtà imprenditoriali umili e familiari – il settore del turismo nasconde tutt’altra realtà.

Da una previsione del Ministero delle Finanze del settembre 2021, si stima infatti che per il solo settore del turismo nel 2019 sia possibile parlare di un’economia non osservata – c.d. fenomeno d’evasione fiscale ­– con numeri che si attestano al ribasso sull’ordine dei 32 miliardi di euro.

Questo significa che in media, nella migliore delle ipotesi, quelle circa 200.000 piccole medie imprese a conduzione familiare hanno evaso circa il 30% del fatturato riportato dall’ISTAT. E questo nella migliore delle ipotesi. Perché se solo si volesse questionare l’affidabilità di questi studi, redatti sempre da osservatori di settore che hanno uno stretto e particolare legame con Federalberghi e Confalberghi, si inciamperebbe in una fossa da cui sarebbe difficile risalire.

Altro capitolo di questa questione, sempre molto attuale, è quello delle concessioni demaniali marittime. In un report pubblicato per l’anno 2019, l’Antitrust affermava come «su un totale di 29.689 concessioni demaniali marittime (con qualunque finalità) ben 21.581 pagavano un canone inferiore a 2.500 euro annui». Dall’analisi dei 5.865 stabilimenti balneari inclusi nella tabella del Mef dei contribuenti soggetti all’Indice Sintetico di Affidabilità emerge che nel 2018 gli imprenditori delle spiagge hanno dichiarato in media 178.900 euro di ricavi annui, con un 10% che dichiarava incassi non oltre i 30.000 euro.

Da non considerare, poi, i rincari, di cui gli imprenditori balneari non si privano, sui prezzi delle utenze, che ogni anno si attestano su una media del 5%. Sui 7.500 chilometri di coste italiane è in corso una guerra in Parlamento per il mantenimento dei privilegi acquisiti dagli imprenditori balneari, tutelati da Federbalneari e dai partiti conservatori di destra che griderebbero “all’esproprio” di un bene pubblico dato in concessione perpetua ad imprenditori che nel corso degli ultimi 50 anni non hanno fatto che creare un vuoto nelle casse erariali dello Stato.

Se da una parte, quindi, abbiamo un panorama di settore costellato da piccole e medie imprese che cercano di muoversi con destrezza tra economia non osservata e privilegi acquisiti, dall’altra chi sono le vittime di tali angherie? I lavoratori.

I lavoratori stagionali – assunti presso strutture ricettive e ristorative – sono preda di imprenditori avari e senza scrupoli, che non si fanno problemi ad utilizzare forme di contratto precarie e poco tutelanti – quali contratti part-time orizzontali e/o apprendistato – per accaparrarsi una manovalanza a basso costo ma ad alto rendimento. Infatti, sebbene la forma di contratto più inflazionata preveda turni di lavoro da massimo 6 ore giornaliere con un tetto massimo di 30 ore settimanali, è cosa ben nota che in questo settore a farla da padrone siano le zone grigie.

Turni di 8-10-12 ore non stop, 7 giorni su 7, salari da fame, con un compenso orario che si attesta sui 4 euro. Queste sono alcune delle condizioni lavorative che sono diventate la norma all’interno del mercato del lavoro italiano. E a farne le spese sono soprattutto i giovani italiani, gli under 35. Quei giovani che, barcamenandosi tra sogni universitari, una mancata indipendenza familiare e un mondo del lavoro che li vede solo come manovalanza a basso costo, sono diventati carne da macello per un settore economico che non ha alcun pudore.

E questa mancanza di pudore è riscontrabile nei continui piagnistei di imprenditori che non tardano a lamentarsi di come, rispetto agli anni passati, sia diventato impossibile trovare lavoratori – schiavi – per le loro attività. Il capro espiatorio per questi ultimi va ritrovato nel Reddito di Cittadinanza, che – secondo molti – sarebbe diventato anch’esso un player concorrente rispetto alle retribuzioni da loro offerte. Un disincentivo al lavoro che nutre i “bamboccioni” e impoverisce i piccoli imprenditori.

È significativo come imprenditori affermati – con aziende che possono godere di un periodo di attività di soli cinque mesi che fruttifichi per un anno intero –possano ritenere concorrenziale una misura di sostegno economico di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale di 550 euro in media. Una misura che, nella maggioranza dei casi, non interessa la fetta di lavoratori cui loro si rivolgono. Gli under 35 con accesso al Reddito di Cittadinanza rappresentano, infatti, solamente il 28% circa dei beneficiari. Nello specifico, poco meno di 300.000 unità, secondo un dato INPS del 2021. Gli under 35 italiani, che sopravvivono come lavoratori dipendenti stagionali, non sono economicamente indipendenti dalle loro famiglie, e ciò significa che non possono accedere ad una misura di sostegno economico di questo tipo.

E non sono e non possono essere economicamente indipendenti dalle loro famiglie proprio in virtù di un mercato del lavoro che retribuisce una figura professionale del genere con salari da fame e con contratti di lavoro precari.

Nei grandi talk politici della televisione mainstream è ormai periodo di video-inchieste atte a rappresentare le condizioni di lavoro di una generazione sfruttata. Il quadro che ne esce è desolante: nella migliore delle ipotesi, essere messo sotto contratto con un part-time orizzontale da 24-30 ore settimanali con orari effettivi che superano le 50 ore settimanali e una retribuzione che non supera i 1.100 euro. E questo nella migliore delle ipotesi. Sono migliaia le “offerte” lavorative che, pur richiedendo 50 ore settimanali senza riposo previsto per legge, si attestano ad una retribuzione pari a 600 euro mensili senza alcuna tutela contrattuale. Come si può pensare che una prospettiva del genere possa essere ritenuta interessante per un potenziale lavoratore, che oltre a dover lavorare per sopravvivere deve anche sentirsi umiliato con una remunerazione del genere?

Molti sostengono che i salari da fame vigenti sono effetto della stagnazione pluridecennale della crescita della produttività italiana(come riporta un dato ISTAT del novembre 2020). Una stagnazione della crescita che è imputabile, sicuramente, all’alto costo del lavoro in Italia e alla mancanza di implementazione delle innovazioni tecnologiche da parte di aziende che, da 40 anni a questa parte, hanno preferito rinchiudersi in quella visione a conduzione familiare di azienda – preservando i propri profitti, tra economia osservata e non osservata – invece di investire sul futuro della propria attività.

Tutto ciò, tuttavia, non ha nulla a che fare con la base di una piramide sociale che vede la stagnazione dei propri salari e delle proprie tutele iniziare dagli anni 2000 e che deve fare i conti anno dopo anno con un’inflazione galoppante e un’insicurezza lavorativa ormai certa. Iltasso di disoccupazione tra gli under 35 si attesta al25,9%(dato ISTAT, aprile 2021) contro una media europea di circa il 15%. Tale dato, però, non rispecchia l’effettiva realtà delle cose. Perché nel Mezzogiorno forme contrattuali per gli under 35, per i lavori a bassa specializzazione e formazione, sono solo un miraggio, eppure, di giovani lavoratori ce ne sono e non sono neanche pochi: baristi, camerieri, commessi, lavapiatti, collaboratori d’ufficio, bagnini etc. E per i restanti “occupati”under 35 è attestato che le forme di contratto più utilizzate, per regolare tali rapporti lavorativi, siano quelle dell’apprendistato e/o dello stage formativo (dato IlSole24Ore, maggio 2021), seppur utilizzati in settori che nulla hanno da chiedere in termini di formazione.

Ciò che nell’ultimo ventennio è da intendersi in salita – seppur gradualmente lenta – è proprio la produttività da lavoro, che nel 2020 fa segnare un + 1,3%. Nell’intero periodo 1995-2020 il dato ISTAT riporta che la produttività del lavoro ha registrato una crescita media annua dello 0,4%. Ciò che, invece, continua a seguire un trend negativo è la produttività del capitale.

Per produttività del capitale si intende il grado di efficienza con cui tale fattore è utilizzato nel processo produttivo. Gli investimenti in tecnologie dell’informazione e della comunicazione (Information and Communication Technology, ICT) permettono di introdurre nuove tecnologie nei processi produttivi e sono considerati un importante fattore di crescita della produttività.

Sempre l’ISTAT riporta che «[…] nel periodo 1995-2020, nel nostro paese la produttività del capitale ha registrato un calo medio annuo dell’1,1%, risultante da un aumento dell’input di capitale (+1,3%) superiore a quello del valore aggiunto (+0,2%). L’esame della produttività per tipologia di capitale evidenzia come la discesa riguardi tutte le tipologie di input: la componente relativa alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione è diminuita del 2,8%; la produttività del capitale immateriale non-ICT (che comprende la Ricerca e lo sviluppo) del 2,2%; quella del capitale materiale non-ICT dello 0,7%».

Il problema risulta essere, dunque,strutturale, di un paese ormai conniventee preda di un settore – quello popolato dai piccoli imprenditori italiani – che, tra economia sommersa e sfruttamento indiscriminato dei lavoratori, riesce a farla franca e a passare anche da vittima quando le cose non girano per il verso giusto. I giovani non possono e non devono esser sfruttati per alimentare i profitti di una categoria che non ha alcuno scrupolo e alcuna dignità.

Per troppo tempo dietro ad insegne come «Il lavoro nobilita l’uomo» si sono nascoste le peggiori angherie e i peggiori soprusi a scapito dei lavoratori. La dignità è un valore che non può essere svenduto, seppure abbiano fatto di tutto per farci credere il contrario. Perché loro ci vogliono liberi, sì, liberi di essere sfruttati.

Autore

Quasi laureato in filosofia, quasi giornalista, quasi adulto. Una vita all’insegna del «quasi». Ad un mondo di incertezze preferisco il buon odore di lenzuola appena lavate.

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