Sta per iniziare il primo processo climatico contro ENI in Italia

Cos’è una climate litigation e come funziona

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Lo scorso maggio Greenpeace Italia, ReCommon e dodici persone italiane hanno annunciato di aver intrapreso una causa nei confronti di ENI e, in quanto suoi azionisti, del Ministero dell’Economia e di Cassa depositi e prestiti. È una climate litigation contro un soggetto di diritto privato, la prima in Italia di questo genere. 

Per climate litigation si intendono quelle azioni legali avviate con lo scopo di imporre a governi o aziende il rispetto di determinati standard in materia di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra e di limitazione del riscaldamento globale. A dicembre 2022 erano 2.180 le cause di questo tipo intentate nel mondo: dal 2015 sono raddoppiate, coinvolgendo sempre più frequentemente singoli cittadini e cittadine. In genere, gli attori di questo tipo di cause sono associazioni ambientaliste che operano a livello nazionale o internazionale, ma anche enti locali e – come in questo caso – privati cittadini che risiedono in aree particolarmente esposte ai cambiamenti climatici. 

In particolare, Greenpeace Italia e ReCommon citano ENI e i suoi azionisti, MEF e CDP, per la condotta sostenuta a scapito della situazione globale e degli equilibri climatici. Le due associazioni ambientaliste accusano l’azienda di aver contribuito ad aggravare le già precarie condizioni del Pianeta. Le responsabilità di ENI, spiegano Greenpeace Italia e ReCommon nell’atto di citazione, sono state rintracciate secondo la cosiddetta «attribution science», che da qualche anno rende possibile ricondurre ad un soggetto specifico un quantitativo di emissioni climalteranti determinato, che superi i valori fissati a livello internazionale in linea con l’Accordo di Parigi. Lo scopo di questo nuovo modello di attribuzione delle responsabilità, in merito al cambiamento climatico, è di ottenere risarcimenti dei danni subiti per specifici eventi, ma anche garantire che da quel momento in poi vengano rispettati degli standard che, ormai, sono scientificamente tracciabili. 

ENI è la principale società fossile italiana, partecipata per circa il 30% dallo Stato italiano. Fa parte delle prime trenta aziende al mondo responsabili della crisi climatica, si occupa della ricerca del greggio e del gas naturale in tutto il mondo. Produce 1,7 milioni di barili di petrolio al giorno, con l’intenzione dichiarata di aumentare la produzione del 3-4% l’anno, raggiungendo i 1,9 milioni nel 2026. Le emissioni climalteranti di ENI non sono appurate solamente da terze parti, ma dalla società stessa che, quindi, non può non esserne a conoscenza. Come ENI, anche altre compagnie petrolifere sono a conoscenza, da oltre cinquant’anni, dell’impatto che le loro attività hanno sul clima, adottando anche strategie di comunicazione come il greenwashing, per mascherare le proprie responsabilità ed ingannare il dibattito pubblico. 

L’azione di Greenpeace Italia, ReCommon e cittadini e cittadine coinvolte, non è indirizzata unicamente verso ENI, ma anche nei confronti del Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) e Cassa Depositi e Prestiti, tenuto conto dell’influenza che esercitano sulla società dalla sua fondazione e valutandoli corresponsabili delle scelte compiute. Il coinvolgimento dello Stato nelle attività di ENI non è relativo e laterale, ma c’è una completa correlazione e sovrapposizione di responsabilità e decisioni. Il MEF, più precisamente, dispone dell’autonomia sufficiente per poter influenzare le decisione dell’Assemblea ordinaria di ENI e quindi le scelte strategiche della società. L’atto di citazione, diffuso e pubblico, rivela anche come avvenga questo coinvolgimento anche nell’ambito del Consiglio di Amministrazione di ENI a cui partecipano membri non esecutivi, tra cui molti sono a nomina MEF.

Tramite questa causa civile, Greenpeace Italia e ReCommon, insieme ai 12 privati cittadini e cittadine chiedono di accertare le responsabilità di ENI SPA, Ministero dell’Economia e delle Finanze e Cassa depositi e prestiti SPA nei confronti dei cittadini italiani per danni alla salute, all’incolumità e alle proprietà, nonché per aver messo, e aver continuato a mettere, in pericolo gli stessi beni per effetto delle conseguenze del cambiamento climatico.

Si avanza anche la richiesta di limitare il volume annuo aggregato di tutte le emissioni di gas serra – in particolare di CO2 – nell’atmosfera. L’obiettivo individuato e richiesto è di ridurle di almeno il 45% a fine 2030, rispetto ai livelli registrati nel 2020. 

Azione dimostrativa di Greenpeace presso la sede di ENI a Roma, 5 dicembre 2023, foto di Greenpeace

Inoltre, a luglio 2023, ENI ha comunicato alle due organizzazioni  di voler avviare una mediazione in merito a una possibile causa di risarcimento dei danni per diffamazione che la società potrebbe intentare nei confronti di Greenpeace Italia e ReCommon, in seguito alla loro campagna pubblica sulle responsabilità climatiche di ENI. Le due organizzazioni a novembre hanno deciso di non farsi intimidire, respingendo al mittente la mediazione proposta da ENI. Porteranno avanti “La giusta causa” senza alcun passo indietro. Lo scopo di ENI, evidentemente intimidatorio, rientra nell’ambito delle SLAPP, Strategic Lawsuit Against Public Participation, cioè cause strategiche contro la pubblica partecipazione. Le motivazioni che la società identifica a propria difesa sono vaghe e si basano – più che su dati empirici – sulla reputazione che ENI spera di essersi fatta negli ultimi anni, attraverso minuziose operazioni di greenwashing. Citano un «forte e costante impegno di ENI per la transizione energetica tramite una strategica decarbonizzazione» e «un’attività strategica che ENI svolge fin dalla sua fondazione nel 1953 per contribuire alla sicurezza energetica e dell’equità energetica». Greenpeace Italia e ReCommon, una volta notificata la richiesta di risarcimento per diffamazione hanno risposto che ritengono «paradossale che, proprio mentre l’Italia è devastata dagli impatti dei cambiamenti climatici, ormai sotto gli occhi di tutti in molte regioni del mondo, la più importante multinazionale italiana, partecipata dallo Stato, chieda un risarcimento danni a chi non ha fatto altro che sollecitare un reale cambiamento nelle politiche energetiche di una grande società che, continuando a investire sul gas e sul petrolio, minaccia il pianeta e la sicurezza delle persone.»

Che ENI provi ad associarsi continuamente con il colore verde non è sufficiente. Verde è l’impegno di Greenpeace Italia e ReCommon, verde è un futuro finalmente libero dai combustibili fossili.

Autore

Benedetta Di Placido

Benedetta Di Placido

Capo Redattrice

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