La gatta frettolosa non fece artisti veri: l’importanza di concedersi il proprio tempo

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Troppe volte ci siamo sentiti inadeguati, con l’affanno a rincorrere un tempo che sentiamo lontano, irraggiungibile, troppo stretto rispetto ai nostri anni. Troppe volte il contesto ci ha imposto scadenze da rispettare: gli anni della laurea, la conclusione con la magistrale, un posto fisso, uno stipendio, il tempo esatto per le consegne, i nostri obiettivi, la soddisfazione che non sembra arrivare. Quante, troppe volte il senso di inadeguatezza e sconforto ci ha assalito nel paragonarci -erroneamente- a tanti altri che invece sembrano essere arrivati. Ma arrivati dove?

Sarebbe tutto più semplice se non ti avessero inculcato questa storia del finire da qualche parte. Magari sarebbe un disastro se solo ce ne andassimo, a un certo punto, per la nostra strada, quale strada? Sono gli altri le strade, non porto in nessun posto, io sono un posto.

Alessandro Baricco, City

Dovremmo, forse, semplicemente comprendere che il tempo di fioritura di ognuno è diverso, che occorre ascoltarci, prendere fiato, porci come priorità e solo dopo incamminarci verso un fine. Senza – fretta. Se non quella di arrivare a ciò che possa renderci veramente felici.

Nessuno è davvero in ritardo per ottenere quello che desidera o per trovare la propria vocazione: prova di questo sono i grandi personaggi che, seppur negli anni di piena maturità, hanno saputo rivoluzionare la nostra cultura. E prima di tutto, la loro stessa vita.

E che magari, in virtù di una passione da sempre custodita, hanno mollato con coraggio la banalità della routine per costruire qualcosa che fosse veramente parte del loro essere: L’Arte.

Una ragione d’essere: Van Gogh

Vincent Van Gogh inizia a dipingere a 27 anni. Impara a impugnare il pennello, iscrivendosi all’Accademia di Bruxelles, quasi trentenne. Prima di allora si occupa di vendite in un negozio, poi viene promosso al ruolo di direttore, si licenzia, fa il commesso in una libreria e si impegna, infine, come supplente di lingue in Olanda. «Non sempre uno sa quello che potrebbe fare, ma lo sente d’istinto»,scrive in una lettera al fratello Theo.

Riconosce questa fiamma e decide di alimentarla: «Sono buono a qualcosa, sento in me una ragione d’essere». E fu fuoco. E furono stelle, o notti stellate. E girasoli. E anche rifiuti (ad Anversa viene screditato dall’Accademia perché “non sapeva disegnare”), gesti folli (il taglio dell’orecchio in un momento di lite col pittore Gaugin) che lo portano alla chiusura in un ospedale per pazzi. Ma non smette. Continua a dipingere. L’istinto di fondo è sempre motore della sua produzione e vi furono ritratti e nature morte, convivendo con la nevrosi. Numerosi i viaggi, il costante bisogno di creare, le prime speranze di affermarsi.

E poi il suicidio, il non apprezzamento. Ma il vero successo, seppur postumo, arriva lo stesso: dopo la sua morte, centinaia furono le mostre che presentarono i suoi quadri. Insieme a quelle di Pablo Picasso, le sue opere sono tra le più costose al mondo (attualmente il Ritratto del dottor Gachet vale più di 100 milioni di dollari). Grazie Vincent, per non esserti arreso ad una vita che non sentivi tua.

Schopenhauer: genialità e determinazione

Arthur Schopenhauer, filosofo tedesco, inizia la sua carriera nell’ambito della medicina, per poi abbracciare la sua vera passione: la filosofia. Nel 1819 pubblica Il mondo come volontà e rappresentazione, stesso anno in cui il giovanissimo Giacomo Leopardi scrive l’Infinito. Da lì il pendolo che oscilla tra il dolore e la noia unirà i due ad ogni rintocco.

Gran parte delle copie del libro vengono mandate al macero, nessuno sembra leggerlo. Il successo non arriva nemmeno alla seconda edizione e il suo carattere si carica di odio, diffidenza e distacco verso il genere umano. A dominare nelle grandi università tedesche sono gli insegnamenti- citando le parole di S. – del “grande ciarlatano”, Friedrich Hegel, che riesce a coinvolgere un numero straordinario di studenti.

L’incontro e scontro fra i due si fa concreto quando il nostro Arthur ottiene la libera docenza all’università di Berlino e con fastidio ed estrema precisione decide di fissare le proprie lezioni in concomitanza con quelle del grande Idealista, docente proprio lì. Quando l’allievo non supera il maestro: aule il più delle volte vuote, frequenza minima di pochi giovani fino alla totale assenza di frequentanti. Però le slide per recuperare le lezioni ancora non esistevano. Parole perse per sempre. Avrebbe forse dovuto cedere al confronto? Ritirarsi dalla scena filosofica? Affatto.

Armato di penna e ardore, pubblica nel 1859 la terza edizione della sua opera cardine, e a 70 anni compiuti i primi discepoli iniziano a studiarlo con interesse. Soddisfatto finalmente dei riconoscimenti, ammorbidisce la sua misantropia aprendo addirittura la propria casa agli studenti ,in grado così di approfondire i loro studi. Quando dietro ad una corazza di delusioni e paragoni si nasconde un valido pensatore pronto ad offrirsi al mondo. Lo stesso mondo, il suo, come genialità e determinazione.

Forse non qui e non ora: il caso di Svevo

Italo Svevo, che porrà le basi alla narrativa moderna italiana, pubblica nel 1892 Una vita, suo primo romanzo, e nel 1898 Senilità. Due storie di sconfitti, inetti, mediocri. Racconti troppo banali rispetto al gusto dell’epoca, fortemente condizionato dal modello del dandy ribelle di D’Annunzio, che portarono infatti l’autore a pubblicare a proprie spese le opere, ricevendo il rifiuto dalle case editrici. Per vent’anni, fino al 1919, non scriverà più alcun romanzo.

Giuro a me stesso di non dedicare più tempo al vizio della letteratura.

Svevo, grande sportivo, abbandona la gara. E lo fa perché non è mica semplice accettare che l’unica immensa passione che si sente di avere non risulta abbastanza per gli altri. Citando la serie Sherlock, è questo il problema:la fragilità dei geni è che desiderano un pubblico. E spesso, per quanto spinti indietro dalla critica, sono figure avanti anni luce.

Torna a lavorare in banca, per poi entrare come dirigente in una ditta. Ma ecco la svolta: Incontra James Joyce e conosce la psicoanalisi di Freud. Ed è proprio da queste suggestioni che Svevo inizia la stesura del suo capolavoro, La coscienza di Zeno, poi pubblicato nel 1923. Come per i due precedenti romanzi, l’opera passa inosservata. Lo scrittore invia il romanzo a Joyce che in quegli anni si trovava a Parigi, il quale decide di tradurre l’opera in francese. Grazie a JJ, forte di ammirazione e lungimiranza, il racconto ottiene immediatamente un enorme successo oltralpe. Ma in Italia? Pizza, pasta e D’Annunzini. L’unica voce a suo favore è quella di un giovane poeta, Eugenio Montale, che gli dedica un saggio sulla rivista Solaria.

Svevo ci insegna che a volte il problema non esiste se cambiamo prospettiva. Che occorre valutarci nel contesto, ribaltare l’angolatura: forse non siamo giusti qui ed ora, forse non è questa la condizione favorevole per la nostra fiorituraMa è sufficiente cambiare vaso: 1.299,0 km chilometri più in là et tout est possible. (O 70 anni più in là. Scusaci, Svevo, non eravamo pronti a tanto ingegno).

Italo Svevo e James Joyce

Con l’augurio di un 2021 più consapevole, più rassicurante, più incoraggiante. Con i Beatles rifiutati dalle case discografiche nelle cuffie, guardando un bel cartone Walt Disney scartato agli esordi della sua carriera perché “poco creativo”, leggendo notizie su Twitter ideato da un pluritrentenne che prima di programmare quest’app faceva il modello