Come i social mi hanno aiutata a fare i conti con la morte

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Ho 23 anni e mio padre è morto lo scorso dicembre. Poche settimane fa, Angelina Mango gridava «Dove sei?» sul palco dell’Ariston al festival di Sanremo, mentre a me si rompeva la voce in gola.

Non so bene perché, ma ho come l’impressione che sto sbagliando tutto dell’elaborazione di questo lutto. Da mesi mi sento delegittimata in ogni mio dolore: per cosa è giusto che soffra? Non sono io la malata, non sono io la bombardata. Eppure il mio corpo – forse, la mia mente  – è diventato un campo di battaglia. Il fatto è che, anche se non esistono delle istruzioni per affrontare la morte nel “modo giusto”, tutti sono comunque sempre pronti a giudicarti.

L’umanità intera sta attraversando, forse, uno dei periodi più critici della storia recente: dalla pornografia del dolore alla Rondine di Mango, nonostante tutti questi eventi possano sembrare fortemente sconnessi, in reltà sono correlati da un fil rouge che scorre tra le nostre dita mentre scrolliamo la home di Instagram. E il capo della matassa sta proprio nella nostra incapacità di fare i conti con la morte.

La carta dell’orfanitudine

Angelina Mango, nella serata delle cover di Sanremo 2024, ha cantato La Rondine del padre, Giuseppe (Pino) Mango, che ha perso quando aveva appena 13 anni. Il web, ovviamente, non ha potuto fare a meno di pronunciarsi a riguardo – e le uscite non sono state delle migliori. Una parte del pubblico la accusa di aver sfruttato la sua condizione di orfana, mentre l’altra si commuove ed empatizza con la sua scelta, cercando di comprendere, piano piano, la sua prospettiva.

Credo che il lutto sia una cosa così intima da diventare – paradossalmente – universale, ma non per questo passibile di giudizio da parte degli altri. Forse, la cosa peggiore di tutte dopo la morte di una persona cara, che ci ha amati e di cui abbiamo ricondiviso l’amore, è che il mondo continua a girare come se niente fosse – e io proprio non capisco come sia possibile.

La valanga di commenti che hanno inondato i social fin dai primi secondi dell’esibizione di Angelina – ma che erano in canna già da molto prima –  mi hanno resa attonita. Il culmine è stato raggiunto quando persino alcuni giornalisti hanno definito la sua scelta come «la carta pigliatutto dell’orfanitudine».

Angelina Mango ha fatto un gesto potente e dall’interpretazione tanto stratificata che sarebbe riduttivo non inquadrarlo in un contesto più ampio: il distacco ed il giudizio con cui parte del pubblico si è esposto sul tema non sono altro che il riflesso di quanto il nostro rapporto con la morte sia controverso.

Basti pensare che solitamente non ci riferiamo alla morte col suo nome: diciamo di aver subito una “perdita” e preferiamo riferirci al defunto come a chi “se ne è andato”. La faccenda diventa ancora più drammatica quando la causa della morte è una malattia, che si trasforma in un “grande male” innominabile, che avvolge, come un mantello dell’invisibilità, la vita del malato, non lasciando neanche un residuo di esistenza che non sia connotato da un retrogusto amaro (o pietoso), come criticato anche da Susan Sontag nel suo saggio Malattia come metafora.

Se la vita è una partita a carte – come emerge da quelle parole poco gentili che circolano sul web – la morte di una persona cara sembra essere l’asso di briscola in una mano di carichi: in questo modo, la condizione di orfano, da sempre connotata come debilitante e piena di sofferenza, diventa improvvisamente un ascensore sociale il cui motore è proprio la compassione suscitata negli altri.

Ma appellarsi ad un’empatia universale ha davvero senso in un’epoca storica segnata dalla progressiva assuefazione alla morte e al dolore  altrui? E poi, perché manifestare la propria condizione di orfano viene avvertita come una cosa problematica, fuori luogo o – addirittura – utilitaristica?

L’elaborazione del lutto sui social

Sembra che su Tiktok si stia diffondendo un nuovo trend – così definito da molte testate giornalistiche – ovvero quello di condividere sui social il proprio lutto. Basta infatti il giusto hashtag, nello specifico quello di #GriefTok, per finire in un nuovo luogo virtuale dove si fa oversharing del dolore più universale del mondo: quello legato alla morte di una persona cara.

Matteo ha perso la madre a 13 anni, morta di cancro dopo due anni di agonia. Ora le margherite le ricordano lei: luminosa e profumata, come la primavera. Nel video ci sono le foto di loro due, ma anche immagini che ritraggono il cielo terso e sconfinato al crepuscolo, le montagne dalle punte innevate dietro la loro casa, il posto vuoto a tavola ed il giorno della laurea lo scorso settembre, forse uno degli ultimi traguardi raggiunti insieme.

Io non ho vissuto quello che ha vissuto Matteo, eppure il suo dolore mi scorre nelle vene: lo sento, sto male anch’io. Mi trafigge qui, all’altezza dello sterno. Commento con un cuore bianco. Nonostante anche mio padre sia morto di cancro, non riesco ancora a trovare le parole per descrivere ciò che provo. A volte, vorrei solo urlare. Quindi mi limito ad inviare un cuore bianco.

Questa nuova tendenza è chiamata “online mourning” e descrive la pratica di elaborare il lutto su internet. Non si tratta di un nuovo modo di pensare alla morte, ma piuttosto di un cambiamento nel mezzo di comunicazione che le persone in lutto utilizzano per esprimere il loro dolore e commemorare il defunto. Come era prevedibile, lo spazio dei social non solo ha invaso le nostre vite (o viceversa), ma adesso diventa anche un luogo di raccoglimento e condivisione in occasione di un evento tanto personale (quanto universale) come la morte.

A primo impatto, quando si inciampa nel racconto del lutto che sta vivendo qualcun altro, si potrebbe (lecitamente ma non troppo) pensare che chi sta condividendo il suo dolore lo stia facendo in modo superficiale, barattando la vita di una persona per qualche briciola d’attenzione. In realtà, se ci riflettiamo un attimo, non possiamo non comprenderne la matrice di profonda solitudine e spaesamento: condividere l’elaborazione del proprio lutto sui social offre l’eccezionale possibilità di essere ascoltati e compresi in un momento di totale caos e incertezza

In questo modo, la dimensione della morte passa da individuale a collettiva: non si è più abbandonati nel nostro dolore, ma finalmente possiamo essere accolti all’interno di una comunità che sa perfettamente quello che proviamo, senza filtri, ma connotata da una profonda cura reciproca.

Una delle cose che ho avvertito come più traumatiche del lutto è stata capire che nessuno poteva davvero aiutarmi a superare l’accaduto. Non perché le persone che mi circondavano non volessero aiutarmi, ma perché credevano di non poterlo fare: «Non posso capire quello che provi, non so cosa fare, ma quando vuoi ci sono». Così, la morte è rimasta per settimane un tu-per-tu con me stessa, e la distanza emotiva tra me e gli altri sembrava incolmabile: lunga almeno tanto quanto una vita intera.

Tutto quello che avrei voluto sentirmi dire era: «Ce la faremo, insieme».  Credo che stia proprio in questo, nell’empatia e nel sostegno reciproco, la capacità di superare l’ineluttabilità della morte.

Sul bordo

Trattare la morte significa avere a che fare con le cose ultime. Significa camminare sul bordo, sul sottile margine che c’è tra la vita e quello che vita non è più, almeno nella pratica.

Murgia, con i suoi ultimi libri, God save the Queer, Tre ciotole e il suo testamento spirituale Dare la vita, di cui abbiamo già parlato qui, affronta due tematiche che continuano a intrecciarsi tra le righe: la queerness e la morte. Questi due concetti hanno una radice ideologica comune, cioè la pratica della soglia

Essere queer significa rivendicare il diritto all’indefinitezza così come il preludio della fine significa – in assoluto – prepararsi alla morte del proprio corpo, ma non a quella del proprio pensiero, che continuerà ad esistere al confine tra la vita e la non vita, ispirando e modellando chi avrà voglia di ascoltare le nostre parole ancora ed ancora.

Autore

Alice Melani

Alice Melani

Autrice

Mi chiamo Alice e c’ho un’anima un po’ scissa. Tra le altre cose, sono una neuroscenziata della Scuola Normale. Nel tempo libero oscillo tra attivismo, femminismo intersezionale e misantropia disillusa. Odio gli indifferenti e credo che dovremmo proprio smetterla di imporre inutili confini al nostro animo in continua espansione.

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