Mamme put***ne, donne non ammesse negli stadi, giocatori fr*ci: ecco il tifo italiano, il più maschilista e omofobo del mondo

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In Italia, il calcio è seguito regolarmente da circa 22,5 milioni di persone. È ancora più alto il numero di persone che si dichiara interessato a questo sport: circa 33 milioni, secondo un sondaggio condotto per conto della FIGC dall’agenzia specializzata Kantar Media. Questo lo rende lo sport più popolare del nostro paese. Infatti, i praticanti sono circa 1,4 milioni, mentre 14.000 è il numero dei club calcistici italiani. 

Tuttavia, nonostante gli altissimi numeri del calcio italiano, probabilmente a pochi di noi sarà capitato di guardare una partita di calcio femminile. Questo dato porta con sé che il calcio, in Italia, è da considerarsi ancora una disciplina fortemente maschile (e maschilista). Ciò è vero non solo se si pensa a quante persone seguano il calcio femminile italiano, ma anche se si pensa a quante donne vi siano a seguire lo stesso calcio maschile: su 33 milioni di tifosi, solo il 22% è rappresentato da tifose donne.

A che cosa è dovuto ciò? Sicuramente, almeno in parte, ad un vissuto storico culturale italiano per cui lo stadio (e dunque il calcio) era visto come un momento di svago per gli uomini che lavoravano durante la settimana. Le donne non si interessavano al calcio né tantomeno giocavano a calcio, considerando la disciplina un qualcosa di nato, costituito e praticato esclusivamente da uomini. 

L’ingresso delle donne nel calcio, dunque, è avvenuto in modo graduale e ha dapprima interessato il settore della tifoseria. Infatti, negli anni, sempre più donne iniziarono ad accompagnare i propri mariti allo stadio, per trascorrere una giornata in famiglia e passare qualche momento di svago sociale.

Una delle prime donne a diventare tifose, in Inghilterra, fu la cassiera Nettie Honeyball (conosciuta poi col nome d’arte di Jessie Alien), che, nel 1894, si appassionò alla disciplina a tal punto da voler iniziare a praticarla, diventando, così, la prima calciatrice della storia. 

Nonostante oggi sia sempre più comune vedere tifose donne andare allo stadio e seguire tutte le partite della propria squadra del cuore, l’ambiente calcistico italiano è un ambiente ancora fortemente maschilista, che incentra la propria tifoseria sullo svilimento della figura femminile e sulla denigrazione della donna, come mostra un recente video diventato virale in rete in cui alcuni tifosi dello stadio Marassi (Genova) urlano cori sessisti ad una donna intenta a tagliare l’erba in campo:

Numerosi, inoltre, sono anche i cori da stadio che hanno come contenuto le madri, le sorelle e le parentele femminili dei giocatori, così come l’orientamento sessuale dei giocatori, dimostrando quanto ancora in Italia possa essere considerato “svilente” e “diffamatorio” l’essere omosessuale o transessuale per un uomo dichiaratosi eterosessuale.

Un episodio che massimamente riassume questo clima di sessismo da stadio si è verificato nel 2018, quando, tra i tifosi della Curva Nord di Roma fu distribuito un volantino che recitava: «La Nord per noi rappresenta un luogo sacro, un ambiente con un codice non scritto da rispettare. Le prime file, da sempre, le viviamo come fossero una linea trincerata. All’interno di essa non ammettiamo donne, moglie e fidanzate, pertanto le invitiamo a posizionarsi dalla decima fila in poi. Chi sceglie lo stadio come alternativa alla spensierata e romantica giornata a Villa Borghese, andasse in altri settori».

L’episodio fu etichettato dalle autorità competenti come una delle solite “goliardie” da stadio, tipiche della Curva Nord laziale, politicamente conservatrice e storicamente legata ai valori della destra. La FIGC si impegnò a denunciare i responsabili dell’accaduto, con una caccia alle streghe che tuttavia, negli anni, si è dimostrata non solo inefficace, ma anche colpevole di acuire le polarizzazione tra tifosi senza risolvere affatto il problema. Infatti, quasi tutte le tifoserie italiane perpetuano un clima di acceso maschilismo omofobico, non solo quelle dichiaratamente più estremiste. Per questo motivo sarebbe bene, piuttosto che tentare di “stanare i cattivi”, re-iniziare dall’educazione sportiva nelle scuole, insegnando ai ragazzi che cosa significhi tifare con rispetto in un clima di inclusività. 

Autore

Samuele Vona

Samuele Vona

Direttore Editoriale

Nasco a Roma e ora vivo a Bologna in una casa al pian terreno. Amo le cose démodé: se scatto lo faccio in analogico, compro solo libri usati, scrivo ancora con la penna (blu) e ho una laurea in Lettere Moderne. Desidero una nuova bicicletta perché quella di prima me l'hanno rubata.

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