Con le dimissioni annunciate giorni fa dal Primo Ministro Sir Keir Starmer, è tempo di bilanci sullo stato caotico in cui versa il Partito Laburista nel territorio britannico e – di riflesso – del caos in cui si trova a convivere una Nazione sempre più frammentata al termine di questo mandato.
L’annuncio di Starmer era atteso da tempo sia dagli analisti che dal mondo politico, sia in patria (come nel caso di Nigel Farage) che dalla scrivania della Casa Bianca di Donald Trump, colui che in numerose occasioni nel corso degli ultimi mesi lo aveva attaccato energicamente per il mancato sostegno britannico alle richieste statunitensi in Iran (ma non solo).
Paradossalmente, però, l’attesa è stata vissuta con maggior intensità proprio all’interno del Labour, complice anche il devastante risultato delle ultime elezioni locali d’inizio maggio, in cui il partito aveva perso oltre la metà dei propri collegi elettorali e – dato storico quest’ultimo – la maggioranza nel parlamento del Galles (il Senedd) dopo più di cento anni di controllo incontrastato.
Un’assoluta disfatta di fronte alla quale Keir Starmer non aveva però ceduto all’idea di “sottrarsi alle proprie responsabilità”, rivendicando l’importanza di “avere ricevuto un mandato di cinque anni” e la necessità di “non lasciar precipitare il Paese nel caos” (un riferimento non troppo velato alle forze di Farage). Nemmeno la sequenza di dimissioni di rilievo tra le fila del governo laburista iniziata il 12 maggio scorso con l’uscita di cinque Ministri e sottosegretari, in aperto dissenso con la leadership fortemente indebolita di Starmer, e culminata nelle ultime settimane con l’abbandono del Ministro della Salute Wes Streeting e del Ministro della Difesa John Healey, avevano fatto desistere l’attuale Primo Ministro dimissionario dal gettare la spugna.
Questo, almeno, era quanto si era predisposto di fare fino alla conferenza stampa dello scorso lunedì.
L’eredità di Keir Starmer – Lord Peter Mandelson e gli Epstein Files
Nell’attesa del cambio di inquilino al 10 Downing Street di Londra, con il passaggio di consegne a favore di Andy Burnham, fresco di nomina alla Camera dei Comuni dopo la vittoria nelle suppletive per il collegio elettorale di Makerfield (Manchester) del 18 maggio scorso, cosa rimane del governo di Keir Starmer? Dopo quattordici anni di esecutivi a trazione conservatrice, l’eredità di Starmer alla guida del Regno Unito ha decisamente più ombre che luci: il suo infatti verrà ricordato come il più breve governo di sempre per un Primo Ministro laburista (al momento, conta poco meno di due anni di durata), nonchè per essere stato il sesto Primo Ministro differente nel Regno nel decennio della Brexit.
Ma a gravare ulteriormente sulla sua figura politica (e non) ci sono due enormi pesi: il primo riguarda il legame che lo ha associato allo scandalo degli Epstein Files – seppur indirettamente – per via di uno dei personaggi coinvolti, ovvero Lord Peter Mandelson, l’uomo della trasformazione neo-liberale del Labour e strenuo sostenitore dell’ascesa di Tony Blair alla guida del partito negli anni Novanta.
Figura apicale del Partito Laburista britannico degli ultimi quarant’anni, l’ex membro della Camera dei Lord era stato nominato da Starmer come ambasciatore britannico negli Stati Uniti d’America il 20 dicembre 2024 (ricevendo le credenziali ufficiali nel febbraio seguente, con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca) ma dopo soli sette mesi, il 13 settembre 2025, fu lo stesso Primo Ministro a rimuoverlo dal suo incarico.
Il motivo? I primi segnali dello scoppio dello scandalo degli Epstein Files nel Regno Unito che – dopo aver colpito la famiglia reale britannica inchiodando il fu principe Andrea Mountbatten e la sua ex-moglie Sarah Ferguson – arrivò a coinvolgere e travolgere anche Mandelson con le prime pubblicazioni da parte del Congresso statunitense e in seguito della stampa delle numerose mail scambiate da questi con il finanziere statunitense Jeffrey Epstein tra il 2002 e il 2011.
Lettere e scambi di documenti che certificavano una florida amicizia tra Mandelson ed Epstein mantenuta nel corso degli anni, anche in seguito alla prima condanna dello statunitense per sfruttamento della prostituzione e abusi sessuali su minori emessa nel 2008.
Lo scorso 4 febbraio Mandelson annunciò di aver lasciato volontariamente il proprio seggio alla Camera dei Lord (mantenendo al contempo però il proprio titolo onorifico), mentre poche settimane dopo (23 febbraio) venne arrestato da parte delle autorità britanniche con l’accusa di “condotta illecita nell’esercizio di funzioni pubbliche” per aver condiviso documenti e informazioni riservate con Epstein, salvo poi essere rilasciato su cauzione.
Nell’insieme di questa vicenda che mescola politica, malaffare e lotte di potere, le scuse pubbliche di Keir Starmer arrivarono soltanto in seguito all’arresto di Mandelson.
Alcuni momenti sono da menzionare: in una seduta della Camera dei Comuni nel giorno dell’uscita di Mandelson dalla Camera dei Lord (4 febbraio), di fronte all’interrogazione della leader dei Conservatori Kemi Badenoch, Starmer intervenne accusando Mandelson di “aver tradito il Regno Unito, il Parlamento britannico ed il suo partito” con le sue “bugie ripetute” in merito ai suoi rapporti con Jeffrey Epstein. In una successiva seduta della Camera dei Comuni dello scorso 20 aprile, rimarcò la sua posizione fornendo ai deputati “informazioni ora in suo possesso” attorno ai fatti che portarono alla sua nomina di Mandelson come ambasciatore negli Stati Uniti, una scelta definita come “sbagliata” per la quale “non avrebbe mai dovuto nominarlo” per quell’incarico.
Eppure, al netto di quanto dichiarato nel corso dei mesi da Starmer, la “linea difensiva” con la quale il Primo Ministro ha “giustificato” il proprio “errore di giudizio” alla luce di informazioni al tempo volutamente non fornite da Mandelson e di un processo di selezione e controllo sul quale Starmer sarebbe stato tenuto all’oscuro da parte del Foreign Office viene contraddetta dalle stesse dichiarazioni di Starmer rilasciate prima che lo scandalo assumesse dimensioni così rilevanti, come quando pochi giorni prima della rimozione di Mandelson dal proprio incarico, nella seduta della Camera dei Comuni del 10 settembre 2025, lo stesso Starmer continuava a difendere la propria scelta riponendo “massima fiducia” in Mandelson.

Fonte immagine: Number 10/Flickr (fotografia di Simon Dawson / No 10 Downing Street, licenza d’uso CC BY-NC-ND 2.0 e OGL3)
L’eredità di Keir Starmer – I “doppi standard” politici tra repressione e ambiguità
La seconda, importante macchia sulla reputazione di Starmer riguarda invece la linea politica adottata in patria e a livello internazionale. In poche parole, un’agenda caratterizzata da “doppi standard”, silenzio ed ambiguità. Una figura, quella dell’uscente Primo Ministro laburista, tanto irremovibile nel sostegno incondizionato all’Ucraina nella guerra contro la Russia (in piena continuità con chi lo aveva preceduto) quanto esile e fin troppo taciturna nel prendere una posizione contro l’operato di Israele per i crimini compiuti in Palestina e – negli ultimi mesi – in Iran e in Libano.
Nello specifico caso della questione palestinese, il riconoscimento formale dello Stato Palestinese [1] da parte del Regno Unito, assunto da Starmer il 21 settembre 2025 dopo quasi centoventi anni dalla Dichiarazione Balfour [2], appare oggi come una mossa più che altro simbolica (e ciononostante fortemente criticata dagli Stati Uniti e da Israele) e – soprattutto – ancora “vincolata” alla chimera retorica di una “soluzione a due Stati” alla quale le principali cancellerie della “comunità internazionale” continuano stoicamente a richiamarsi mentre gli israeliani hanno proseguito allora come oggi la propria opera di espansione e annessione nei territori limitrofi.

Fonte immagine: Indigo Nolan/Flickr (licenza d’uso CC BY 4.0)
Una mossa simbolica che viene sommersa – in un’analisi complessiva dell’operato del governo Starmer – dall’ipocrisia di fondo dell’esecutivo laburista sui metodi assunti per reprimere con forza il dissenso cresciuto in questi anni nella società britannica attorno alla questione palestinese: è sempre sotto il governo di Keir Starmer, infatti, che il Regno Unito ha assunto una postura muscolare contro le proteste filo-palestinesi che in questi anni hanno animato in più occasioni le piazze e le strade delle sue principali città, attraverso la messa al bando del gruppo “Palestine Action” ai sensi dello “UK Terrorism Act 2000” (2 luglio 2025).
Un ordine, quello portato avanti dal Ministro degli Esteri britannico Yvette Cooper con il beneplacito del Parlamento, che ha causato l’arresto di oltre tremila persone in quasi un anno, spesso ammanettate e portate via di forza dagli agenti di polizia per aver esposto cartelli con scritto “I Oppose Genocide, I Support Palestine Action” (in alto, NdA).
Note e ulteriori riferimenti
[1] Si rimanda a “Keir Starmer’s statement on recognising the State of Palestine” (Keir Starmer/Youtube, 21/09/2025, data di ultima consultazione 27/06/2026)
[2] La Dichiarazione Balfour è la lettera inviata il 2 novembre 1917 dall’allora Ministro degli Esteri dell’Impero Britannico Arthur James Balfour a Lord Lionel Walter Rothschild, rappresentante di spicco del movimento sionista, con la quale il governo britannico fornì le fondamenta e le legittimazioni politiche per la successiva nascita dello stato d’Israele (“Il governo di Sua Maestà vede con favore la costituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico”).
Fonte immagine di copertina: Number 10/Flickr (fotografia di Simon Dawson / No 10 Downing Street, licenza d’uso CC BY-NC-ND 4.0)