Iran e Israele sono da sempre separati da una forte ostilità, alimentata soprattutto dalla linea apertamente anti-israeliana e anti-imperialista della Repubblica Islamica. All’interno della società iraniana, però, una parte della popolazione tende a guardare a Israele come a un possibile interlocutore, arrivando a considerarlo un potenziale alleato nel tentativo di mettere fine al potere attuale ed avviare una trasformazione radicale del paese.
Storicamente, prima della rivoluzione del 1979, sotto la guida di Mohammad Reza Pahlavi, Iran e Israele collaboravano su più fronti, dallo scambio di intelligence agli accordi militari. Pahlavi insisteva sul legame storico tra persiani ed ebrei, richiamando la figura di Cyrus il Grande, ricordato per aver liberato gli ebrei dalla prigionia nel 539 a.C. dopo la conquista di Babilonia, permettendo loro di tornare a Gerusalemme e ricostruire il tempio. Un episodio che gli ha garantito un posto di rilievo nella memoria ebraica.
Tuttavia, se le élite legate allo Shah mantenevano rapporti positivi con Israele, a livello sociale era diffusa una percezione molto più critica. Ambienti religiosi, movimenti islamisti e correnti di sinistra accusavano Israele di voler colpire i luoghi sacri dell’Islam. Allo stesso tempo, una parte della sinistra marxista ci vedeva una manifestazione dell’imperialismo nella regione.
Dopo la rivoluzione del 1979, l’ideologia del nuovo sistema politico della Repubblica Islamica guidata da Ruhollah Khomeini era profondamente anti-sionista, e aveva trasformato l’opposizione a Israele in uno dei pilastri della strategia regionale iraniana.
Parallelamente, l’Iran si pose come sostenitore della causa palestinese, inizialmente affiancando l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina guidata da Yasser Arafat e, in seguito, estendendo il proprio appoggio a gruppi come Hamas. Attraverso strutture come l’ufficio per i movimenti di liberazione dei Pasdaran – corpo militare speciale istituito dopo la rivoluzione del ‘79 – Teheran sostenne diversi movimenti anti-imperialisti, con particolare attenzione a quelli impegnati contro Israele.
In questo quadro si inserisce anche il sostegno, a partire dal 1982, a Hezbollah in Libano. Grazie al supporto militare, finanziario e logistico iraniano, il gruppo si è trasformato in un attore centrale nella contrapposizione a Israele, rivendicando la liberazione della Palestina.
Nel corso degli anni, la Repubblica Islamica avviò una massiccia campagna ideologica fondata su anti americanismo e anti-sionismo. Una narrazione che ha permeato tanto i discorsi politici quanto la produzione culturale, trovando una delle sue espressioni più evidenti nella giornata annuale di Quds Day, durante la quale si organizzano manifestazioni contro Israele e a favore della liberazione della Palestina dal suo controllo.
Sul piano internazionale, le sanzioni – intensificatesi soprattutto in relazione al programma nucleare iraniano, formalmente destinato alla produzione energetica ma costantemente rappresentato come minaccia militare nelle narrazioni occidentali – hanno aggravato l’isolamento economico del paese. Allo stesso tempo, il coinvolgimento in Siria, Iraq e Yemen attraverso forze alleate ha ulteriormente drenato le risorse del paese.
Internamente, il dissenso politico è stato sempre più limitato e molti iraniani non allineati all’ideologia della guida suprema, Ali Khamenei, sono stati marginalizzati. In questo contesto di crescente repressione, per una parte della popolazione iraniana è difficile non pensare al ruolo che i palestinesi ebbero nel sostenere la rivoluzione del 1979.
Diverse correnti rivoluzionarie iraniane, in particolare gruppi della sinistra islamica come i Mojahedin-e Khalq, intrattennero relazioni con organizzazioni palestinesi e parteciparono ad attività di addestramento nei campi legati all’OLP negli anni precedenti alla rivoluzione.
Pochi giorni dopo il successo della rivoluzione, Yasser Arafat si recò a Teheran, dove incontrò Ruhollah Khomeini, sancendo un’alleanza politica e simbolica tra la Repubblica islamica nascente e la causa palestinese.
Parallelamente, con il peggiorare della situazione economica e politica, si diffuse l’idea che le priorità dei vertici iraniani fossero sbilanciate, con uno Stato impegnato a sacrificare le risorse nazionali per obiettivi ideologici all’estero, privilegiando cause non iraniane rispetto ai propri cittadini.
Questo malcontento è emerso con particolare forza durante il Green Movement del 2009, una serie di proteste scoppiate dopo la contestata rielezione del presidente Mahmoud Ahmadinejad, denunciata come irregolare. Una parte dei manifestanti gridava slogan come “Né Gaza né Libano, sacrifico la mia vita per l’Iran”, espressioni che esprimono chiaramente la richiesta di dare priorità ai bisogni della popolazione iraniana piuttosto che al sostegno a paesi esterni.
In questo contesto, la distanza tra la retorica ufficiale anti-israeliana del governo e le percezioni di una parte della popolazione si è ampliata. Molti iraniani, ormai sfiduciati nei confronti della Repubblica Islamica e dei suoi vertici, guardano con sospetto a tutto ciò che proviene dalla macchina propagandistica statale, inclusa la rappresentazione di Israele. Per alcuni, Israele arriva persino ad essere visto come un possibile alleato strategico nella più ampia opposizione “all’islamismo politico”.
Dopo l’attacco di Hamas, se da un lato alcune realtà hanno espresso sostegno al gruppo, dall’altro molti iraniani hanno preso le distanze dalla narrazione ufficiale del regime, attribuendo proprio a Hamas la responsabilità dell’escalation del conflitto. Allo stesso tempo, una parte significativa della diaspora iraniana ha manifestato apertamente posizioni favorevoli a Israele, partecipando a iniziative pubbliche in cui ha rivendicato una netta distinzione identitaria e politica rispetto ad altre mobilitazioni.
Anche all’interno dell’Iran, nonostante il contesto repressivo, una parte della popolazione tende a considerare le azioni di Hamas, Hezbollah e dello stesso apparato statale iraniano come fattori che hanno contribuito ad alimentare il conflitto. Una lettura che si scontra frontalmente con la posizione ufficiale della Repubblica Islamica e dell’allora guida, Ali Khamenei, che ha invece dichiarato il 7 ottobre un atto legittimo di resistenza.
La leadership israeliana ha costruito una narrazione rivolta direttamente agli iraniani. Benjamin Netanyahu ha più volte espresso apprezzamento per la popolazione iraniana, marcando però una distinzione netta tra il regime e i cittadini.
Questa strategia si è tradotta anche in gesti simbolici concreti, come la visita in Israele, nel 2023, del principe ereditario in esilio Reza Pahlavi, accolto come figura rappresentativa dell’opposizione alla Repubblica Islamica.
Nell’aprile 2024, quando l’Iran ha lanciato oltre 300 missili e droni contro Israele, da un lato molti cittadini iraniani hanno reagito con paura, correndo ad accumulare beni essenziali e temendo un’escalation, dall’altro si è diffusa, soprattutto online e in alcune forme di espressione urbana, un’occasione per esprimere apertamente ostilità verso il potere interno, arrivando in alcuni casi a invocare azioni contro Ali Khamenei e il suo apparato.
Recentemente si è visto un forte sostegno dei governi occidentali e di alcuni gruppi della diaspora iraniana all’escalation contro l’Iran, anche in favore di un possibile cambio radicale del suo governo. Si è finito per legittimare e amplificare il linguaggio dell’imperialismo, che si basa su un intervento delle “democrazie” esterne per liberare i popoli oppressi.
Costruire consenso attraverso voci selezionate, è lo schema che a lungo ha caratterizzato le imprese coloniali: dopo l’11 settembre, alcune voci della diaspora afgana e irachena furono selettivamente amplificate per giustificare l’occupazione militare statunitensi nel territorio; nel 2011, fu il caso della Libia, ancora ad oggi frammentata.
Nel caso iraniano, la circolazione di contenuti della diaspora che celebra attacchi o invoca pressioni militari viene rapidamente incorporata nella propaganda occidentale, rafforzando l’idea che l’invasione militare sia uno sforzo inevitabile per un “bene maggiore” anche a costo di sacrificare delle vite.
Storicamente, è stato evidente come queste voci vengano filtrate e amplificate dai centri di potere occidentali, contribuendo ad alimentare la propaganda liberatrice portata avanti dagli Stati Uniti.