Al Teatro Torlonia va in scena “Le Notti Bianche” di Dostoevskij

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Il ritratto di Fëdor Dostoevskij scattato nel 1879 dal fotografo Constantin Shapiro (1839-1900).
Fonte immagine: Russian Life (ed. Novembre/Dicembre 2006) / Wikimedia Commons (opera di dominio pubblico)

Tra le imponenti colonne marmoree e i giardini all’inglese di Villa Torlonia, in queste ultime settimane il Teatro Torlonia di Roma sta ospitando le repliche conclusive dell’adattamento teatrale de “Le Notti Bianche”, celebre opera del 1848 pubblicata dello scrittore e filosofo russo Fëdor Dostoevskij (a sinistra, NdA).

Dopo la prima nazionale dello scorso 21 maggio, il lavoro diretto dalla regista Lucia Rocco (che andrà in scena fino al prossimo 7 giugno) ha catturato nuovamente l’interesse del pubblico romano che ieri sera è accorso in grandi numeri tra i palchi e la platea del Teatro Torlonia per seguire la rappresentazione, conclusasi con una lunga e sentita ovazione dedicata ai talentuosi attori coinvolti nello spettacolo: dal tormentato “sognatore” Paolo Cresta alla giovane Francesca Piccolo nel ruolo di Nasten’ka, passando da ultimo – ma non per importanza – ad Andrea Codognato.

Una serata dedicata a un grande classico della letteratura russa – nonostante si tratti di un racconto breve all’interno della vasta produzione letteraria di Dostoevskij – che abbiamo seguito per voi.


Dal racconto breve al palcoscenico – Le emozioni al centro de “Le Notti Bianche”

“Mio Dio! Un intero minuto di beatitudine! È forse poco, sia pure in una
intera vita umana?”
(Fëdor Dostoevskij, “Le Notti Bianche” [1848])

Quanto indicato in precedenza può a primo impatto apparire come un paradosso: può un’opera così “breve” nella durata come “Le Notti Bianche” avere un ruolo così rilevante nell’immaginario dei lettori di tutto il mondo all’interno delle numerose (e ben più corpose) pubblicazioni date alle stampe dallo scrittore moscovita nel corso della sua vita?

La risposta è sì, almeno per chi scrive: anche nel suo sviluppo così “limitato” nella narrazione e nel numero di pagine cartacee, infatti, il racconto sentimentale di Dostoevskij irrompe con forza tra le sue opere più significative per il suo travolgente lascito emotivo e la sua profondità di contenuti.
Proprio le emozioni sono protagoniste nell’adattamento teatrale portato in essere dalla regista partenopea, che del racconto di Dostevskij decide di soffermarsi sull’elemento centrale dell’opera, quelle emozioni e sensazioni proprie dell’amore, dell’illusione e della solitudine.

Il resto viene “costruito attorno” alle emozioni descritte nella storia de “Le Notti Bianche”, a partire dall’allestimento scenografico essenziale se non minimalista dello spettacolo, in cui la proiezione di sfondi artistici e quasi psichedelici lungo tre pannelli bianchi trasporta lo sguardo e l’immaginazione dello spettatore in una sorta di “luogo-non luogo”, al punto che quella San Pietroburgo illuminata nella notte sembra esserci solo per via del suo nome, invocato con trasporto dal protagonista della storia.
Una storia in tre “atti” scanditi dagli altrettanto essenziali intermezzi coreografici e musicali che tengono il tempo e il ritmo della narrazione con grande cura, come i rintocchi di un carillon.
Una soluzione che si rivela vincente: il pubblico presente ha infatti seguito il tutto con grande trasporto e coinvolgimento emotivo (anche grazie alle numerose infrazioni della quarta parete portate avanti dal personaggio interpretato da Paolo Cresta) senza curarsi né soffermarsi sul tempo trascorso (di poco superiore all’ora e trenta minuti).


Il coinvolgente “pas de deux” tra il “sognatore” e Nasten’ka

“Perchè non è come siete Voi? Egli è peggiore di Voi, sebbene io lo ami più di Voi.”
(Fëdor Dostoevskij, “Le Notti Bianche” [1848])

Menzione conclusiva per l’apporto offerto dagli attori della produzione per la buona riuscita di questo adattamento teatrale: a tenere in piedi tutta l’impalcatura della storia raccontata da “Le Notti Bianche” è certamente il binomio artistico composto da Paolo Cresta e Valentina Piccolo.
I personaggi da loro interpretati si cercano e trovano sul palcoscenico come due figure di un “pas de deux” in cui si susseguono l’angoscia, la disperazione, l’amore e – da ultimo – la rassegnazione.

L’attore e doppiatore partenopeo offre una prestazione lodevole, immergendosi e immedesimadosi appieno nel ruolo del sognatore solitario, protagonista e “narratore esterno” delle proprie tormentate vicende umane che si incrociano per un fugace attimo con quelle della giovane e semplice Nasten’ka.
Un’immersione fragorosa nella complessità di un personaggio così distaccato dalla realtà quotidiana che, nel corso dello spettacolo, è risultata alle volte persino sovraccarica.

Dai lunghi soliloqui iniziali dell’inquieto protagonista “nemico di sè stesso” che si sente “abbandonato da tutti” – si passa così a un dialogo profondo tra due anime derelitte, tormentate – ognuna per motivi differenti – nella bianca Pietroburgo.
Un incontro tanto fugace (quattro notti e un mattino) quanto folgorante nel suo bagliore per una figura così alienata dalla vita umana come quella del protagonista del racconto di Dostoevskij, che a Nasten’ka deve la gioia infinita di “un attimo di beatitudine” (l’aver conosciuto e parlato con una donna vera).
Una gioia, però, che dapprima viene stroncata dalla giovane ragazza, quindi ravvivata dalla tumultuosa dichiarazione d’amore della stessa e – infine – sepolta senza rancori con l’arrivo del “terzo incomodo” della storia: il promesso sposo di Nasten’ka (interpretato – seppur a livello di cammeo – da Andrea Codognato).

A conclusione di questo resoconto, si consiglia vivamente di godere appieno dell’opera di Fëdor Dostoevskij con lo spettacolo offerto al Teatro Torlonia con questo adattamento de “Le Notti Bianche”, in programmazione fino al prossimo 7 giugno.

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