La “beffa” italiana – L’Eurostat mantiene la procedura d’infrazione sul deficit

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L’annuncio diramato in mattinata dall’Eurostat [1] arriva come una doccia gelata per le finanze e le politiche economiche del nostro Paese: l’Italia non è riuscita a abbassare il proprio rapporto deficit/PIL al 3% e, pertanto, rimarrà all’interno della procedura d’infrazione per disavanzo eccessivo aperta due anni fa dall’Unione Europea.

È stato confermato dunque lo scenario riportato nelle stime iniziali dell’ISTAT del marzo scorso e revisionate oggi [2][3], stime nelle quali il deficit italiano si collocava nel 2025 attorno al 3,1% del prodotto interno lordo nazionale.
Numeri in miglioramento
rispetto alle precedenti rilevazioni del 2024 (il cui dato si attestava attorno al 3,4%), ma non abbastanza per permettere la discussione di un’uscita anticipata dell’Italia dalla procedura d’infrazione in occasione della prossima riunione della Commissione Europea prevista per il prossimo giugno.


Le conseguenze per l’Italia nel mantenimento della procedura d’infrazione

Il rapporto dell’Eurostat porta l’Italia a dover affrontare conseguenze a breve e lungo termine, proprio nel giorno in cui il nostro Consiglio dei Ministri si è riunito per l’approvazione dell’annuale Documento di finanza pubblica (DFP): in primo luogo, infatti, il nostro Paese dovrà attendere almeno un altro anno prima di poter uscire dalla procedura d’infrazione europea per il deficit fuori dai parametri stabiliti dal Trattato di Maastricht.
Un anno in cui, in una più ampia panoramica geopolitica caratterizzata dal caos e dall’instabilità come quella che si sta affrontando attualmente, potrebbero essere necessari ulteriori interventi sul piano della spesa pubblica da parte dell’attuale esecutivo (salvo eventuali colpi di scena sulla tenuta dell’attuale maggioranza), interventi nel nome del “rigore” e dell'”austerità”.

In secondo luogo, la mancata uscita dalla procedura d’infrazione impedirà al governo di Giorgia Meloni di poter accedere alle risorse del c.d. “Fondo SAFE (Security Assistance For Europe)” e di usufruirne per gli investimenti nel campo della difesa a tassi agevolati.
Di conseguenza, il piano di spesa militare annunciato nel marzo dello scorso anno dal Ministro della Difesa Guido Crosetto (stimato in dodici miliardi di euro, pari al 2% del PIL nazionale) andrà a gravare interamente sul bilancio nazionale e – soprattutto – sarà sottoposto al rigido vincolo esterno dell’Unione Europea. 


Note e ulteriori riferimenti

[1] Si rimanda a Eurostat, “Government finance statistics: updated information” (22/04/2026, data di ultima consultazione 22/04/2026, licenza d’uso CC BY 4.0)

[2] Si rimanda a Istat, “Notifica dell’indebitamento netto e del debito delle Amministrazioni Pubbliche, secondo il trattato di Maastricht – Anni 2022/2025” (22/04/2026, data di ultima consultazione 22/04/2026, licenza d’uso CC BY 4.0)

[3] Si rimanda a Istat, “Pil e indebitamento delle AP – Anni 2023-2025” (02/03/2026, data di ultima consultazione 22/04/2026, licenza d’uso CC BY 4.0)

Nell’immagine di copertina: “Il Palazzo delle Finanze a Roma, sede del Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF).”
Fonte immagine di copertina: Lalupa/Wikimedia Commons (opera propria, licenza d’uso CC BY-SA 3.0)

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