L’OPEC perde gli Emirati Arabi Uniti – A chi giova maggiormente questa mossa?

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Annunciata a sorpresa nella giornata di ieri la decisione da parte degli Emirati Arabi Uniti dall’”OPEC (Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio)” a partire dalla giornata di domani, dopo quasi sessant’anni dal suo ingresso nel 1967.

La mossa di Abu Dhabi rappresenta un duro colpo per l’assetto interno dell’organizzazione e – più nello specifico – per le dinamiche economiche attorno alle petrolmonarchie arabe.
Nelle ultime ventiquattr’ore varie analisi a livello internazionale sono arrivate a interpretare l’uscita degli Emirati dall’OPEC in termini fin troppo sensazionalistici, al punto di definirla come la “fine dell’era del petrolio“.

Quello che si può certamente dire è che gli Emirati Arabi Uniti hanno fino ad ora avuto un ruolo di rilievo all’interno dell’OPEC e tra le nazioni nell’area del Medio Oriente: basti considerare infatti come la nazione emiratina rappresenti da sola l’ottavo paese produttore di petrolio al mondo e – fino a ieri mattina – la terza nazione all’interno dell’OPEC (dietro all’Iraq e – in primo luogo – all’Arabia Saudita), con una produzione giornaliera di circa 3,36 milioni di barili che rappresenta il 4% di tutto l’indotto petrolifero globale. Cifre che sono però in contrasto non soltanto con le regole stringenti all’OPEC, che per gli Emirati Arabi Uniti fissavano una quota inferiore di circa trecento/quattrocentomila barili di petrolio, ma anche rispetto alle stesse prospettive di crescita nel settore del paese arabo.


Una scelta “autonoma” o “eterodiretta” ?

Con l’abbandono dell’OPEC che avverrà nelle prossime ventiquattr’ore, gli Emirati Arabi Uniti potranno rivendicare una maggiore autonomia decisionale sulla propria produzione petrolifera, approntando un piano strategico industriale consono al proprio interesse da leggere nell’attuale contesto panoramico globale caratterizzato dalla grave crisi energetica scoppiata in seguito alla guerra israelo-statunitense in Iran e al blocco dello Stretto di Hormuz che sta incidendo pesantemente sull’economia globale e – con rare eccezioni (es. Stati Uniti) – sulle catene di approvvigionamento energetico per i paesi del mondo.

Questi ultimi eventi hanno certamente influito nella decisione apportata dagli Emirati Arabi Uniti (negli ultimi mesi sia Abu Dhabi che soprattutto Dubai sono state ripetutamente colpite dagli attacchi dei droni e dei missili di Teheran) e, a riguardo, c’è chi interpreta l’abbandono emiratino dell’OPEC anche nell’ottica di un rafforzamento delle relazioni politico-diplomatiche con gli Stati Uniti d’America e con Israele, nazioni con le quali è stata tra i primi paesi del mondo arabo a sottoscrivere i c.d “Accordi di Abramo” (2020).
La ridefinizione della propria postura politica (l’abbandono dell’OPEC può essere letto come un guanto di sfida al monopolio de facto da parte saudita?) e la possibilità di svincolarsi dalle rotte commerciali in un teatro così rischioso quale quello dello Stretto di Hormuz, aggirando il duplice blocco navale da parte iraniana e statunitense attraverso l’oleodotto Fujairah situato a non troppa distanza da Hormuz, sono altri elementi da tenere in considerazione nell’analisi di quanto annunciato ieri dalle autorità emiratine.

Resta da vedere quali saranno le conseguenze nel breve, medio e lungo termine di questa scelta.

Nell’immagine di copertina: “Il quartier generale dell’OPEC a Vienna (Austria)”
Fonte immagine di copertina: Priwo/Wikimedia Commons (opera propria e di pubblico dominio)

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