Comizi d’amore: Pasolini racconta l’Italia di ieri e di oggi

Comizi d’amore: la storia del documentario

È il 1963 quando Pierpaolo Pasolini decide di girare Comizi d’amore. È con Alfredo Bini, suo produttore, cercando per l’Italia volti e posti utili per il prossimo film, Il Vangelo Secondo Matteo. Quest’ultimo sarà un film di enorme fama, come lo saranno anche altri lavori del regista friulano; ma, a quasi sessant’anni di distanza, si può affermare che tra i due lavori coevi, il film documentario Comizi d’amore è senz’altro quello più vicino a noi.

Il lavoro di Pasolini è un’inchiesta sul sesso, sulla coscienza sessuale degli italiani e sulle relazioni di genere all’interno della nostra società. L’opera si presenta come una serie di interviste fatte a persone comuni e in diversi posti d’Italia. Tra le pungenti interrogazioni per strada compaiono anche colloqui più elevati: i commenti con Moravia e Musatti, le considerazioni di Ungaretti, di Fallaci o di Cambria.

Quando Pasolini progetta la sua inchiesta sul sesso in Italia, però, ce l’ha in mente come un documentario bipartito, in cui nella prima parte sarebbero intervenuti i passanti e nella seconda parte, invece, avrebbero avuto la parola gli uomini di cultura, capaci anche di dare spiegazioni profonde all’origine dei tabù sessuali. Nel trattamento, Comizi d’amore ha un’altra forma e un altro contenuto. Per tale ragione l’autore scrive in una lettera conclusiva a Lucio Settimo Caruso che il film gli si è “continuamente modificato nel girarlo per una serie di adattamenti ai risultati imprevisti che esso dava”.

L’idea di dividere il documentario in due sezioni, infatti, tramonterà non appena Pasolini inizierà le riprese dei Comizi. Scrive Pasolini degli intervistati:

La loro vivezza, la loro spettacolarità fisica, la loro antipatia, la loro simpatia, i loro strafalcioni, i loro candori, le loro saggezze, come dire, la loro italianità, hanno preso prepotentemente il posto riservato alla nostra premura didascalica, e si sono presentanti allo schermo come ciò che importa.

Lo stesso nome Comizi d’amore compare soltanto nella fase finale della realizzazione. Natura e contro natura, Cento paia di buoi, Il Don Giovanni, i titoli precedentemente scelti dal regista ci raccontano di un film diverso. Pasolini all’inizio pensa di fare un documentario che indaghi gli orrori, i limiti, le aberrazioni e i rifiuti causati dai tabù sessuali e di discuterli nella seconda parte del suo lavoro con vari esperti. Ma, iniziate le riprese, Pasolini capisce che è necessario cambiare.

Pasolini intervista un gruppo di bambini in spiaggia

Il sesso come argomento per conoscere la società italiana del boom

In una lettera rivolta ad Alfredo Bini, Pasolini scrive che il materiale che gli sta comparendo sotto gli occhi è “straripante, sorprendente”. Le persone si rivelano realmente per quello che sono e anche quando cercano di mettere un freno alle loro reali pulsioni non sanno come nasconderle. Ecco che il documentario di Pasolini si trasforma in un’opera in cui i protagonisti sono le persone comuni intervistate per strada. Protagoniste sono le loro parole dette e quelle non dette; tutto ciò che riguarda il linguaggio mimico del corpo.

È in questo senso che alcuni, su tutti Moravia all’inizio dell’inchiesta, hanno definito Comizi d’amore come un esempio di cinema verità. Senz’altro il lavoro finale realizzato da Pasolini è lontanissimo dal documentario a tesi che nella primavera del ’63 era stato ideato dal regista. È vero anche, però, che non è pienamente corretto parlare di cinema verità come lo intendeva Edgar Morin. Per questa ragione, si può dire che Comizi d’amore rappresenta un esempio in cui si fondono gli stilemi del documentario a tesi con i caratteri del cinema verità.

I protagonisti sono le persone, e certamente qui risiede il cinema verità; ma non si può non considerare già il semplice atto di montaggio come un’azione che intacchi la naturalezza dell’opera. Così è più corretto e, soprattutto, interessante guardare Comizi d’amore come un’inchiesta, in cui il suo autore iniziasse a verificare l’attendibilità delle sue ipotesi, in cui il sesso fosse un argomento per conoscere la società italiana del tempo.

Qui emerge la personalità visionaria di Pasolini e la lungimiranza dei suoi lavori. Comizi d’amore, interrogando gli italiani sul sesso, nota come ad esso siano legati i nostri più profondi tabù culturali e come questi stessero per essere sorpassati dall’imperante progresso. Quel progresso che imponeva nuovi modelli valoriali che andavano a reagire con quelli del passato.

Il messaggio che appare a metà del documentario

Comizi d’amore: tra tradizione e modernità

In quegli anni l’Italia era un paese in fermento. La penisola travolta dal boom era diventata uno stato industrializzato a tutti gli effetti; vertiginosi aumenti si registrano nel possesso delle automobili, degli elettrodomestici, delle tv. Il numero di famiglie che possedeva una televisione aumentava in maniera esponenziale (12% nel ’58, 49% nel ’65). Aumenti identici avvennero per gli elettrodomestici, frigoriferi e lavatrice. Un anno dopo le automobili private che circolavano per l’Italia sarebbero diventate 4.670.000 rispetto alle 342.000 del ’50, stesso incremento per i motocicli.

Tutti questi cambiamenti nello stato del cittadino rispondevano a cambiamenti strutturali che andavano a modificare il modello economico e che non potevano non tradursi, specialmente agli occhi di un marxista come Pasolini, in trasformazioni culturali. Non è questo il momento in cui discutere della mutazione antropologica del cittadino italiano raccontata e demonizzata da Pasolini in Lettere Luterane o Scritti Corsari, ma è doveroso ammettere che è anche grazie allo studio condotto sulla coscienza sessuale degli italiani che l’intellettuale scorge i cambiamenti in seno alla popolazione.

Così Pasolini con i Comizi ritrae uno spaccato della società italiana, nel passaggio tra tradizione e la contemporaneità. Il regista fa esprimere i pensieri delle persone riguardo al divorzio, alle differenze di genere, al delitto d’onore: questioni che in Italia saranno affrontate dalla politica uno o due decenni dopo e che senza dubbio possiamo ritenere ancora oggi non comprese.

In quest’ottica ne viene fuori un’opera che oggi è capace di farci ridere, ma di informarci riguardo alla più recente storia del nostro paese come pochi altri prodotti culturali sono in grado di fare. Negli schieramenti degli intervistati su queste scottanti tematiche emergono le fratture tra le nuove e le vecchie generazioni, le distanze culturali tra Nord e Sud e le differenze all’interno delle relazioni di genere. In questa eccezionale attualità risiede l’immensa grandezza di un personaggio come Pasolini, discusso, temuto e ostacolato nel corso della sua vita.

L’autore, facendo parlare gli italiani di sesso, mostra i limiti delle nostre tradizioni, ma anche come queste stesse stessero per essere soppiantate da un nuovo modello valoriale incentrato sul consumo e su una nuova concezione del corpo. Non è un caso che un filosofo del calibro di Foucault userà i Comizi per i suoi studi.

Comizi d’amore è ancora oggi la piccola borghese milanese che non riesce a comprendere i motivi alla base della prostituzione, se non facendola rientrare nella categoria di vizio o di peccato, che per lei riassumono tutto; allo stesso modo, è anche il calabrese che è favorevole al delitto d’onore perché è calabrese e non potrebbe pensarla altrimenti. In sostanza, il lavoro di Pasolini ci insegna molto sul nostro passato, ma soprattutto sul nostro presente e sul modo in cui la coscienza sociale e civile di una popolazione vada costruita: seriamente.

Cesare Musatti, Alberto Moravia e Pasolini
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