Charles Baudelaire ci ha insegnato ad amare il divertimento, la vita e la poesia

Figlio della ville lumière, Charles Baudelaire nasce il 9 Aprile 1821 e trascorrerà la vita intera nella sua Parigi, viaggiando a volte, ma tornando sempre a lei, dove giace ancora oggi, nel cimitero di Montparnasse.

A metà strada tra il Romanticismo e il Decadentismo, l’arte di Baudelaire è considerata una delle pietre fondanti della poesia moderna: inutile ricordare che le sue citazioni aleggiano ancora oggi intorno a foto, segnalibri e muri.

Ma l’eredità che il grande poeta francese ci ha lasciato non è solamente letteraria, c’è qualcosa di più: Baudelaire ci insegna che la vita non è mai a colori, il nero è sempre dietro l’angolo, pronto a macchiare i sorrisi di ognuno di noi. Vi sembra tetro? Forse un po’. Ma io, tra le righe, ho letto altro. E forse Baudelaire voleva trasmetterci proprio questa capacità: leggere tra le righe, guardare avanti, occhi all’orizzonte e andare oltre.

Crebbe in un contesto familiare non proprio idilliaco: rimase orfano di padre all’età di 6 anni e, quanto al rapporto con la madre, non fu di certo dei migliori, anzi, tutt’altro. Da alcune testimonianze epistolari tra madre e figlio si evince tutto il disagio esistenziale e il dolore provato dal giovane Charles, all’epoca adolescente: non perdonò mai alla madre il fatto di essersi risposata, probabilmente in preda ad un disperato bisogno di amore e di attenzioni.

Di conseguenza, al periodo giovanile risalgono le sue cattive frequentazioni. Cominciò a condurre una vita dissennata, fatta di droga, prostitute e denaro buttato al vento, il tutto condito da quel pizzico di follia geniale che non abbandonerà mai la sua persona. Proprio a causa del suo stile di vita nel 1841 fu costretto (per volere del patrigno) ad imbarcarsi sulla Paquebot des Mers du Sud: destinazione? Le Indie. Sarà un viaggio decisivo per il giovane Charles, ancora confuso in merito alla strada da percorrere nella sua vita; un viaggio che gli permise di aprire gli occhi su una realtà lontana dalla decadenza mondana della quale era intriso; un viaggio che non si scrollerà più di dosso, anche dopo il suo rientro a Parigi. La passione per tutto ciò che è esotico, “altro” dall’Europa di metà Ottocento, sarà sempre con lui, cristallizzata tra le pagine di Les Fleurs du Mal.

Ed è proprio con questa opera che viene consacrato il genio di Baudelaire. Simbolista per scelta convinta, pubblicò una prima edizione dell’opera nel 1857, censurata, processata e ripubblicata con l’espunzione di alcune poesie qualche anno dopo: alla fine più di 100 liriche (tra le quali ricordiamo Corrispondenze, L’Albatros e Spleen) andranno a comporre l’opera divisa in 6 sezioni, nella quale compare “tutto il mio cuore, tutta la mia tenerezza, tutta la mia religione (travestita), tutto il mio odio”.

E anche tutti i suoi contrasti, aggiungerei. Non a caso il titolo ossimorico è perfettamente in grado di svelare il dualismo personale del nostro poeta francese: dedito a coltivare la bellezza dell’arte (“I Fiori”) legata però ad un’idea di malvagità. Qual è quindi il senso di tutto? Estrarre la bellezza dal male.

Baudelaire è “l’uomo dei plurali”: tante esperienze, tante poesie, tante avventure, tanti tormenti, tante donne. Ma solo una fra tante fu l’amore della sua vita e la sua musa: Jeanne Duval. Dirà in una lettera a lei destinata:

“Nei tuoi capelli c'è un intero sogno, pieno di vele e alberature (e) mari aperti”.
Charles Baudelaire

L’amore però, è un sentimento tormentoso per Baudelaire, irrazionale, continuamente sospeso tra sensibilità romantica e spleen: quello stato indolente di cupa noia, quel disgusto per un mondo che illude, quella malinconia che come un’ombra non lo abbandona. In continuo conflitto con la modernità, concepisce la città come una gabbia che non lascia via d’uscita, un incubo dal quale è impossibile svegliarsi. Anche se poi, in fondo, a quella città, a quel caos, a quella società che tanto rifiutava, lui tornerà sempre.

E forse oggi ognuno di noi sta vivendo il suo “spleen”: il suo disagio, la sua noia malinconica in un mondo che attraversa una fase difficile, quella della pandemia. Forse non saremo poeti che si sentono fuori posto nella società, ma forse ognuno di noi sente lo stesso “cielo oppressivo” che sentiva Baudelaire 200 anni fa.

E allora qual è l’insegnamento che ci lascia oggi? Provare, sperimentare, guardare i colori e sentire i profumi, fare esperienze, ribellarsi alla mediocrità puntando sempre a considerare il mondo per quello che è e non per la sua proiezione più perfetta. Essere sempre ubriachi di vita, ma soprattutto di sogni.

Da buon simbolista, ci insegna ad andare oltre: perché la vita è tutta lì, dietro quello che non vediamo.

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