Beppe Grillo, il figlio e il contrappasso dantesco

Ha fatto il giro d’Italia il video del garante del Movimento 5 Stelle Beppe Grillo che inveisce contro la demonizzazione del figlio Ciro compiuta negli ultimi mesi dai mass media. Il riferimento è ovviamente agli ormai arcinoti fatti del luglio 2019: una sera di metà luglio Ciro Grillo e tre suoi amici convincono due ragazze di 19 anni, appena conosciute al Billionaire, a seguirli nella residenza privata di Grillo nel residence Piccolo Povero a Porto Cervo. Dalla testimonianza delle due ragazze emerge come intorno alle 6 di mattina i ragazzi abbiano iniziato a violentare a turno una delle due diciannovenni in varie stanze dell’alloggio costringendola ad avere ripetuti rapporti sessuali. Fin dal primo momento i quattro giovani hanno dichiarato che le cose non sono andate in questo modo.

Lungi da noi voler fornire giudizi di valore o ricostruzioni minuziose degli accadimenti del Grillo’s resort. Ancor meno ci si permetterà di sfruttare opportunisticamente questi risvolti giudiziari per minare la credibilità politica delle persone coinvolte. Tuttavia crediamo che un elemento vada sottolineato. Affiora, infatti, da tutta la vicenda uno straordinario contrappasso dantesco: è notevole che proprio colui che più di tutti per anni ha sbandierato una forma austera di giustizialismo si ritrovi a subirne le peggiori conseguenze.

Per chi ha un briciolo di memoria è difficile non ricordare il tono estremista e magniloquente con cui proprio Beppe Grillo, che oggi si infervora, impreca e urla per questo accanimento mediatico nei confronti del figlio, denunciava gli “orrori” della “casta”, le disgustose nefandezze dei partiti politici non-liquidi e non-digitali, gli ingiuriosi crimini degli esponenti della fantomatica seconda Repubblica prima della loro certificazione da parte degli organi giudiziari competenti. Sarebbe cinico e inglorioso riportare oggi quei discorsi altisonanti e moralisti con cui il garante del partito della “rivoluzione morale” ha insultato un’intera classe politica, generalizzando un metodo di fare opposizione deprecabile e populista che, a distanza di qualche anno, gli si ritorce conto.

Si dirà che ancora una volta Dante e il suo metodo si dimostrano attualissimi e teoreticamente potentissimi: portando a compimento un processo pericolosissimo di delegittimazione e distruzione della politica (dai partiti al movimento fluido) e dei suoi spazi (dalle piazze alle piattaforme online) Grillo, d’altronde, non ha fatto altro che continuare ciò che è iniziato con il lancio delle monetine contro Bettino Craxi all’Hotel Raphael nell’aprile del 1993. Di fatto il Movimento 5 Stelle e la stessa identità politica di Beppe Grillo si sono nutriti per anni di una forma di destrutturazione radicale e aprioristica della politica per proporsi come il nuovo, il diverso, il “moralmente impeccabile”.

Al di là degli avvenimenti specifici del caso Ciro Grillo, per la comprensione dei quali esiste e lavora l’autorità giudiziaria, ciò che conta è l’indicazione dell’assurdità di un metodo: da Tangentopoli ad oggi il giustizialismo è stato utilizzato come arma di delegittimazione e emarginazione dell’avversario. Per anni è bastato ricevere un avviso di garanzia o un rinvio a giudizio o la chiusura dell’indagini preliminari per essere automaticamente colpevole e scaricabile dalle istituzioni politiche. Per decenni si è fatto politica sfruttando il circolo vizioso della comunicazione repentina tra magistratura e strutture dell’opinione pubblica, sacrificando di fatto l’effettività giuridica di un processo che, più volte, ha rovesciato le posizioni dei media. E a fare da precedente assoluto in questi termini è stata proprio Tangentopoli, la grande e osannata trasformazione morale del sistema politico ed economico italiano.

Dispiace vedere oggi un Beppe Grillo lacerarsi l’anima, ma dispiaceva anche all’epoca assistere a processi sommari di natura propagandistica o elettorale. Indeterminate e superficiali categorizzazioni che hanno fatto scuola ed hanno promosso ulteriormente la frattura tra popolo ed istituzioni, tra l’individuo e le forme della rappresentanza: bisogna rifiutare con decisione questo paradigma di matrice anglofona di destabilizzazione della res politica e ricominciare a pensare al momento politico come lo spazio del confronto individuale e collettivo con la complessità del reale. La politica, l’atto politico, non è una cosa semplice e non si riduce alla becera ricerca del consenso.

Sarebbe stato facile, oggi, citare uno ad uno i discorsi del signor Beppe Grillo per mostrarne le contraddizioni e le ipocrisie, ma lo si è evitato per impedire alla perversa macchina della delegittimazione giustizialista di continuare ad alimentarsi.

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