PRIGIONIERI POLITICI IN EUROPA: IL CASO BASCO

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A 15 anni dalla fine del conflitto Basco, Lo Stato Spagnolo detiene 144 prigionieri dell’ETA in assenza di conflitto: Giustizia o Vendetta?

“È la mia ideologia politica e i miei principi che i miei carcerieri vogliono mutare”, scriveva Bobby Sands nel suo diario durante i giorni dello sciopero della fame.

Come tanti prigionieri politici nella storia, l’attivista irlandese ha subito una carcerazione molto più coercitiva rispetto ai prigionieri “comuni”, che pure avevano commesso reati più efferati. Il motivo di questa disparità risiede nell’essenza stessa del prigioniero politico, che esprime un’idea dissidente rispetto al potere, sacrificando sé stesso con l’obiettivo di trasformare o abbattere il sistema contro il quale si oppone.

Agli occhi del Potere, nel senso foucaultiano del termine, criminalità “egoistica” e dissidenza politica sono entrambe devianze. Se la prima rientra nei ranghi dell’ordinario esercizio di potere, la seconda mette a rischio l’esistenza dell’apparato stesso. Il Potere tenta di annientare la dissidenza politica, non limitandosi soltanto ad esercitare dominio sui corpi dei prigionieri, ma tentando di reprimere il sostrato ideologico che la rende viva, il filo ideale o simbolico che ne permette la riproduzione.

Con questa breve introduzione risulta più facile comprendere l’accanimento verso i prigionieri baschi.

La storia di questo popolo, unico in Europa con un idioma non indoeuropeo e un’identità completamente avulsa dal resto della penisola Iberica, è stata segnata irrimediabilmente dagli eventi del “secolo breve”. Dallo scoppio della Guerra Civile Spagnola, i Baschi si costituirono come regione autonoma della Seconda Repubblica Spagnola, schierandosi nel successivo conflitto dalla parte del fronte antifascista.

La popolazione Basca subì duramente gli effetti della guerra, culminati con il tragicamente noto Bombardamento di Guernica ad opera dell’aviazione della Germania Nazista, che distrusse la città simbolo del Nazionalismo Basco. Con la vittoria dei Franchisti venne smantellata l’autonomia dei Paesi Baschi, mentre parlare la lingua o praticare qualsiasi espressione culturale derivante dalla lingua basca, diventava illegale e perseguibile secondo il nuovo codice franchista.

Questo stato di persecuzione fece emergere un’organizzazione politico militare di ispirazione marxista di nome Euskadi Ta Askatasuna (Paesi Baschi e Libertà) che lanciò una campagna militare contro il regime. Il momento politicamente più significativo della lotta Basca può essere identificato con l’attentato a Luis Carrero Blanco, Primo Ministro e probabile successore di Franco. Con la fine della dittatura e la transizione alla democrazia, la campagna militare di ETA proseguì con l’intenzione di instaurare una repubblica socialista basca indipendente. Nel 2011 l’ETA dichiarò la fine della campagna armata e il conseguente scioglimento dell’organizzazione nel 2018.

L’insurrezione, durata per circa 50 anni, ha portato a più di mille morti tra la comunità Basca e il resto della Spagna, con atrocità da ambo gli schieramenti, sia nel periodo franchista che nel nuovo regime democratico. In risposta alla campagna dell’ETA, lo Stato Spagnolo ha adottato misure repressive eccezionali, al limite della legalità democratica.

I provvedimenti che richiedono una particolare menzione sono due: lo scioglimento del partito Herri Batasuna e la costituzione di bande armate illegali formate da poliziotti ed elementi di estrema destra, che agivano con la protezione dello stato. Lo scioglimento forzato di Herri Batasuna, accusato di essere l’ala politica dell’ETA, fu uno dei pochi casi dalla fine della Seconda Guerra Mondiale di scioglimento coatto da parte di un’istituzione democratica di un partito elettoralmente rilevante. Le bande armate, sotto la protezione del governo socialdemocratico di Felipe Gonzales, si resero colpevoli di atti terroristici, omicidi, traffico di droga e tratta di esseri umani.

In Spagna, a differenza di quanto avvenuto in Irlanda e in Sudafrica, con il rilascio degli attori coinvolti nel conflitto in nome della convivenza pacifica, la pacificazione è avvenuta a geometrie variabili. I vertici delle bande paramilitari spagnoliste e delle forze governative sono stati amnistiati o hanno ricevuto condanne irrisorie. Per i prigionieri ETA il trattamento è stato radicalmente diverso, essendo la gran parte dei membri dell’organizzazione ancora detenuti nelle carceri spagnole.

Lo Stato spagnolo continua a perseguire una politica di accanimento nei confronti dei prigionieri dell’ETA. Ciò avviene nonostante EH Bildu, considerato il successore di Herri Batasuna e il principale punto di riferimento del Movimento Nazionale Basco, persegua i propri obiettivi politici di ispirazione socialista e indipendentista esclusivamente attraverso strumenti democratici e pacifici. Oggi EH Bildu rappresenta una delle principali forze politiche della Comunità Autonoma Basca, risultando il partito più votato e disponendo di rappresentanti eletti sia al Parlamento europeo sia al Congresso dei Deputati.

I 150 detenuti sono sottoposti a vessazioni giudiziarie, torture fisiche (che hanno portato alla morte di alcuni detenuti) e alla politica della “dispersione”. Questo tipo di dispositivo carcerario impedisce il trasferimento dei prigionieri nelle carceri basche e dispone la detenzione in luoghi lontano dalla terra d’origine dei prigionieri. La società civile basca, insieme a numerosi giuristi, condanna la misura come “vendicativa” e “inutile” poiché costringe le famiglie dei detenuti ad affrontare insostenibili viaggi, negando di fatto il diritto dei prigionieri a ricevere le visite dei propri familiari come sancito dal codice carcerario spagnolo. Il Governo Spagnolo ha proposto un’inversione parziale della norma, a patto che i detenuti rinunciassero all’adesione verso qualsiasi movimento di prigionieri baschi. Questa misura rende lapalissiana l’intenzione di condannare l’ideale politico e di voler “arrestare” l’idea più degli uomini che la esprimono.

Nei confronti dei prigionieri ETA, la maggior parte dei quali supera i 70 anni e soffre di gravi disturbi fisici, lo stato spagnolo sembra non voler cedere. Così facendo   contravviene agli stessi principi democratici su cui si fonda, abbandonandosi a una giustizia più vendicativa che non riparativa o riabilitativa.

Numerosi sono stati i casi di tortura e di violazione del diritto ad un giusto processo, per i quali la Spagna è stata condannata diverse volte dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, dal Comitato delle Nazioni Unite contro la Tortura (per violazione della Convenzione ONU contro la Tortura e della Convenzione Europea per i Diritti dell’Uomo).

Il Governo Sanchez, che recentemente ha amnistiano i leader indipendentisti Catalani, sembra non voler procedere a fare lo stesso con i prigionieri ETA. Questa reticenza sembra dovuta al timore di un contraccolpo politico negativo in vista delle prossime elezioni: la memoria del conflitto è ancora viva nella mente degli Spagnoli.

L’amnistia, più che un “regalo” o un atto di pietà, rappresenta un atto politico necessario per iniziare a costruire un vero e proprio percorso di pace. Questo processo politico non dovrebbe limitarsi ad una semplice assenza di conflitto, ma dovrebbe tendere ad un percorso condiviso ed egualitario che rispetti la possibilità di autodeterminarsi del popolo Basco attraverso una via democratica e pacifica. Sarà il governo Spagnolo in grado di fare questo passo necessario per il futuro del paese?

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