Mausoleo: un romanzo sul tempo, sul dolore, una storia d’amore

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Se esiste un tempo privo di consequenzialità e di premesse, quello è il tempo del dolore. Mausoleo si può definire un romanzo d’amore solo se si accetta il suo materializzarsi come mostro violento: aggredisce il corpo consumandolo, rinnova la memoria di lucidità impietosa. Fa vivere l’amore due volte, tre volte, quattro volte, infinite, in una tortura lenta e costante.

Louise Chennevière dà volto all’abbandono, lo onora, lo ferma in un tempo che ribalta i piani; passato e futuro si mescolano in uno spazio che non trascende mai e si muove, invece, nell’immanenza. Più che un romanzo d’amore è un romanzo sul tempo. Ma non è il tempo presente, è un distillato di memoria, pregno di aspirazioni mancate, di desideri tagliati alla radice.

Solo due soggetti.

Parla sempre lei, la protagonista, in un flusso di coscienza, spezzato da domande a cui non avrà mai risposta. Vivere scrivendo per rivivere il dolore e forse, poi, accantonarlo, oppure, invece, impegnarsi in un esercizio di violenza, per non abbandonare niente di quell’amore, resistente solo nel dolore. Il romanzo comincia dalla fine e si chiude con l’inizio, preferisce l’anacronismo, preferisce le orme da ripercorrere a ritroso. Dopotutto non è quello che si fa per dare ragione a ciò che non si comprende? Riavvolgere il nastro. La frammentazione dei pensieri, come un pianto spezzato dai singhiozzi, si ritrova nella punteggiatura, nello stile e nel tono. Le parole sono inframezzate da punti e virgole inaspettati. Arrivano quando meno te lo aspetti. 

Sento freddo. Freddo da impazzire.

Un flusso, il pianto, la punteggiatura, i singhiozzi.

L’autrice ritma il caos dei pensieri alla separazione forzata di due elementi che si cercano di continuo. Lei e lui. Ma soprattutto dà spazio a un mondo interiore, intimo e privato, come a dire che c’è un aspetto dell’amore che non si può condividere, che è così personale da non chiamare più in causa l’altro. La parte che ti presenta il conto, lo specchio. E le ragioni, la verità soggettiva, una fra due, non è che una causa persa, non serve a nessuno, né salva niente. Le parole non sono sufficienti, non fanno giustizia a tutto ciò che sfugge alla razionalità: il topos dei filosofi, che hanno fallito nel voler rendere anche l’estetica una pratica del logos. La parola si manifesta in tutti i suoi limiti e che forse solo nel flusso, nell’insieme, nel tono e nella punteggiatura, nel loro tutto, traccia una geografia del senso che va colta in ciò che non è mai letterale. 

Forse perché le parole non possono fare altro che ripetere stereotipi, trascinarsi dietro cliché, forse la parola non è altro che un calderone malmesso, incapace di cogliere la singolarità assoluta, forse perché ho fallito, e non riuscirò mai a raccontarti, per come sei, per come mi sei apparso di nuovo, ieri, tu.

L’amore si presenta come un monumento funebre su cui non si può far altro che piangere o maledire, una sacralità da ammirare, un oggetto da toccare, ritoccare, da tenere. 

Mausoleo. È allora che è arrivata la parola, e avevo cominciato a scrivere. Forse perché stavo così male quel mattino che avevo pensato, un po’, alla morte, e mi era quasi sembrato di desiderare la tua, di preferire che fossi morto, sì, morto piuttosto che lontano da me a vivere una vita che mi ignorava, preferivo che riposassi, finalmente tranquillo, in un posto in cui avrei potuto trovarti sempre. 

Il corpo dell’amato come oggetto, questa volta maschile. Questo romanzo è anche una storia politica, forse una critica alle narrazioni amorose che hanno rappresentato la letteratura tutta: la donna amata, cantata, adorata come oggetto in una teca. L’autrice ribalta i piani, aggredisce i ruoli di genere, l’oggettificazione femminile. C’è una rivendicazione simbolica che non abbandona mai il testo. L’uomo amato: un mausoleo.

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