Parlare di stupro come arma di guerra il 25 novembre non è un caso: questa data, istituita dalle Nazioni Unite per denunciare ogni forma di violenza contro le donne, diventa un’occasione per evidenziare come la violenza sessuale sia una strategia deliberata di dominio, controllo e annientamento. Il femminismo intersezionale insegna che il corpo delle donne diventa simbolo e strumento di conflitto, luogo in cui si esercita potere, oppressione e violenza sistemica. Riconoscerla significa rompere il silenzio imposto alle sopravvissute, denunciare la complicità istituzionale e culturale che permette l’impunità e mettere in luce il legame diretto tra genere, guerra e violazione dei diritti umani.
Lo stupro non è un effetto collaterale della guerra: è, in molti casi, una tattica deliberata. Viene usato per terrorizzare le comunità, distruggere i legami sociali, piegare intere popolazioni attraverso il corpo delle donne, degli uomini e dei bambini. Non si tratta, dunque, dell’eccesso indisciplinato di soldati fuori controllo, bensì di una forma pianificata di violenza, spesso tollerata, quando non incoraggiata, dalle catene di comando.
La letteratura giuridica internazionale definisce questa pratica come “violenza sessuale legata al conflitto” (conflict-related sexual violence), riconoscendone la funzione strategica all’interno delle operazioni militari. Eppure, la violenza sessuale in guerra è rimasta invisibile per decenni, archiviata come inevitabile conseguenza del conflitto. Solo a partire dagli anni Novanta, con i tribunali internazionali per l’ex-Jugoslavia e per il Ruanda, il mondo ha iniziato a riconoscerla come crimine di guerra e contro l’umanità. In particolare, nel caso Prosecutor v. Akayesu (ICTR, 1998), il Tribunale per il Ruanda ha stabilito che la violenza sessuale comprende ogni atto di natura sessuale compiuto in circostanze coercitive, anche in assenza di forza fisica diretta, con lo scopo di intimidire, umiliare o discriminare. Nella stessa decisione, per la prima volta, lo stupro è stato qualificato come possibile atto di genocidio se finalizzato a distruggere, in tutto o in parte, un gruppo etnico.
La violenza sessuale nelle guerre moderne: Bosnia-Erzegovina,Ruanda, Congo e Sudan
Nelle guerre moderne, la violenza sessuale è usata come strumento di dominio. Serve a umiliare il nemico, a cancellare identità collettive, a “marcare” territori umani. Nella guerra in Bosnia ed Erzegovina (1992-1995), lo stupro è stato parte di una strategia di pulizia etnica. In Ruanda, nel 1994, oltre duecentomila donne furono stuprate in cento giorni di genocidio, spesso costrette a convivenze forzate con i loro aggressori e successivamente stigmatizzate, con conseguenze sociali, psicologiche e sanitarie, tra cui la diffusione dell’HIV/AIDS.
Anche in contesti più recenti, come in Sudan, dove dal 2023 sono stati documentati almeno 221 casi di violenza sessuale (ma il numero reale è molto più alto) spesso ai danni di bambine tra i 5 e i 16 anni, lo stupro continua a essere utilizzato come arma di guerra, accompagnato da matrimoni forzati, mutilazioni genitali e sfollamenti di massa, colpendo in modo mirato le fasce più vulnerabili della popolazione. L’uso sistematico della violenza sessuale in questi contesti ha rappresentato un passaggio determinante per il riconoscimento della sua natura di tattica militare e non di condotta episodica e, solo dagli anni Novanta, la comunità internazionale ha iniziato a perseguire questi atti sul piano penale internazionale.
Tuttavia, l’impatto non termina con la fine del conflitto. Le sopravvissute affrontano stigma, povertà e conseguenze intergenerazionali, vivendo quello che è stato definito l’olocausto dei sopravvissuti, una forma di violenza protratta nel tempo che continua a colpire i corpi, le relazioni e le strutture sociali ben oltre la cessazione delle ostilità. Diversi studi mostrano come la violenza sessuale produca effetti permanenti sulla coesione sociale, sulla capacità riproduttiva e sulla stabilità comunitaria, configurando una forma di violenza lenta del tessuto sociale. Il ginecologo Denis Mukwege, premio Nobel per la pace 2018, cura da anni sopravvissute nell’Ospedale Panzi di Bukavu nella Repubblica Democratica del Congo, descrivendo i corpi delle donne come “un vero e proprio campo di battaglia”.
Riconoscere lo stupro come crimine di guerra è stato un passo storico. Con lo Statuto di Roma (1998) – che istituisce la Corte Penale Internazionale – stupro, schiavitù sessuale, gravidanza forzata e altre forme di violenza sessuale sono stati inseriti per la prima volta tra i crimini contro l’umanità (art. 7) e i crimini di guerra (art. 8). Lo Statuto afferma la necessità di tutelare le generazioni presenti e future (“for the sake of present and future generations”). Significativa anche la giurisprudenza interamericana: la Corte Interamericana dei Diritti Umani ha qualificato la violenza sessuale come forma di tortura, ritenendo essenziale l’elemento della finalità: tra cui l’intimidazione, la punizione o la discriminazione, per configurare tale crimine.
Eppure, i processi sono limitati. Raccogliere prove è complesso e le sopravvissute spesso non denunciano per paura di stigmatizzazione o ritorsioni. Molti Stati archiviano gli abusi come episodi isolati. Le sopravvissute vengono messe a tacere o non credute. La risoluzione 1820 del Consiglio di Sicurezza ONU (2008) ha riconosciuto esplicitamente lo stupro come arma di guerra e minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale. Ciononostante, anche alcune missioni di pace ONU sono state oggetto di indagine per casi di violenza sessuale, evidenziando la natura trasversale e strutturale del fenomeno.
Violenza patriarcale e coloniale: la Cisgiordania
Nella Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, parlare della Palestina significa guardare ad una realtà in cui la violenza patriarcale si intreccia con la violenza coloniale, e in cui i corpi delle donne diventano un fronte di resistenza e allo stesso tempo un bersaglio dell’occupazione israeliana. Dal 7 ottobre 2023, con l’inizio del genocidio a Gaza, la violenza israeliana contro donne, uomini e bambini ha raggiunto livelli oltre i limiti della comprensione umana. Le coraggiose testimonianze provenienti dai lager israeliani raccontano stupri quotidiani, bambini brutalizzati, umiliati e abusati da soldate israeliane, uomini che implorano i propri avvocati di non visitarli perché ogni visita porta con sé, come punizione, uno stupro immediato. La violenza sessuale viene raccontata come arma di controllo, annientamento e disciplinamento.
Nella Cisgiordania occupata, il Women’s Centre for Legal Aid and Counselling di Ramallah documenta da anni la violenza strutturale inflitta alle donne palestinesi dalle forze di occupazione israeliane. Negli ultimi due anni, decine di testimonianze parlano di aggressioni sessuali, torture e stupri commessi da soldati israeliani. Dopo il 7 ottobre, le denunce sono aumentate drasticamente nella Cisgiordania occupata, Gaza e Gerusalemme occupata. Le sopravvissute raccontano arresti senza accuse, detenzione amministrativa, percosse ai genitali, ispezioni invasive, nudità forzata fotografata, minacce di stupro e violenze avvenute durante le incursioni notturne o nei centri di detenzione. Molte ex detenute confessano di non riuscire più a dormire per la paura di essere nuovamente aggredite. La ripetitività metodica delle violenze suggerisce, l’esistenza di un orientamento sistematico su come esercitare violenza sessuale sulle donne palestinesi.
Le ricercatrici del WCLAC denunciano anche l’uso dello stigma sociale come ulteriore arma coloniale: molte donne sono terrorizzate nel raccontare ciò che hanno subito. Le donne tenute ostaggio nei lager israeliani raccontano tutti gli stessi schemi: torture, fame, negazione degli assorbenti, aggressioni perpetrate davanti alle altre detenute per infliggere loro un ulteriore umiliazione.
Anche la narrativa occidentale ha contribuito ad alimentare spirali di vendetta tra i soldati israeliani, diffondendo, senza adeguate verifiche, accuse generalizzate contro i palestinesi per presunti e non verificati “stupri di massa” il 7 ottobre.
A questa analisi si sovrappongono le denunce della Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro donne e ragazze, Reem al-Saleem, che ha chiesto un intervento internazionale immediato per fermare ciò che definisce un vero e proprio “femmini-genocidio”. Nel suo rapporto del 17 luglio 2025 al Consiglio dei Diritti Umani, al-Saleem ha accusato Israele di colpire deliberatamente donne e ragazzine palestinesi per spezzare la continuità del popolo palestinese, citando dati secondo cui esse costituirebbero il 67% dei 57.680 palestinesi uccisi entro il 9 luglio 2025.
Per al-Saleem, il genocidio si manifesta anche come annientamento psicologico: madri che assistono alla morte dei propri figli per fame, bombardamenti o mancanza di cure; donne uccise mentre cercano acqua o cibo oltre che corpi distrutti come strumento di frattura sociale. La relatrice denuncia inoltre l’uso della violenza riproduttiva. La distruzione delle strutture sanitarie ha lasciato oltre 150.000 donne incinte o in allattamento senza assistenza, con 17.000 in stato di malnutrizione acuta insieme ai loro bambini. Almeno 60 neonati sarebbero morti di fame dal marzo 2025. Il blocco forzato da Israele del latte artificiale e la mancanza di carburante mettono in pericolo i piccoli neonati; aumentano i parti prematuri e le malformazioni mai registrate prima, che potrebbero essere collegate alla fame estrema, ai traumi e all’esposizione a sostanze tossiche.
Nelle prigioni israeliane, denuncia la Palestine Prisoners’ Society, le condizioni dei palestinesi in ostaggio – soprattutto dopo il 7 ottobre – sono precipitate in un sistema di tortura e di crimini di guerra sistemici. Cibo scadente e immangiabile, temperature altissime o bassissime, umidità soffocante, celle senza ventilazione e infezioni cutanee, come scabbia, diffuse causate da insetti e parassiti definiscono la quotidianità. Le donne subiscono ulteriore violenza: la mancanza di assorbenti, la negazione di cure mediche, l’esposizione a molestie sessuali e pestaggi sono all’ordine del giorno. Tra le detenute si trovano diverse minorenni e donne incinte anche all’ottavo mese come Reema Balawi e Tahani Abu Samhan, arrestate per “incitamento”, un’accusa vaga e strumentale che serve a reprimere la resistenza e a estendere la già diffusissima e consolidata pratica della detenzione amministrativa.
Le palestinesi raccontano di essere state ammanettate, trascinate per la testa dalle celle, portate con la forza nel cortile della prigione e molestate. Il divieto di visite, soprattutto ai figli, viene utilizzato come strumento di tortura psicologica, mentre le cure mediche vengono negate anche a donne gravemente malate, come Fidaa Assaf, affetta da un tumore in stadio avanzato.
La storia di Tahani Abu Samhan rappresenta uno dei simboli di questo sistema. Costretta a partorire all’interno della struttura lager di Damon, ha dato alla luce il suo bambino, Yahya, sotto “detenzione” e senza assistenza adeguata. Questo episodio si inserisce in quello un quadro di annientamento totale della vita palestinese, dove la violenza sessuale, la violenza riproduttiva, la carcerazione arbitraria, la fame forzata e la distruzione delle famiglie sono parte integrante della logica genocidaria dell’occupazione israeliana.
Lo stupro come arma di guerra è una strategia di dominio e disintegrazione sociale, nonché una delle forme più antiche di terrorismo sociale che colpisce ciò che c’è di più intimo e identitario. La giurisprudenza internazionale oggi lo riconosce come crimine di guerra, crimine contro l’umanità, possibile atto di genocidio e, secondo alcune corti regionali, forma di tortura. Riconoscerlo e perseguirlo non è solo un atto di giustizia verso le sopravvissute, ma una condizione necessaria per qualsiasi processo di pace credibile e liberazione dei popoli oppressi.
Il 25 novembre è una giornata per ricordare che ogni corpo violato in un conflitto racconta una strategia di controllo patriarcale, che mira a distruggere comunità, identità e futuro. Parlare oggi di stupro di guerra significa affermare che la liberazione delle donne e la giustizia per le sopravvissute sono inseparabili dalla costruzione della pace e dalla lotta contro ogni forma di oppressione globale e per l’autodeterminazione dei popoli colonizzati. Perché finché i corpi continueranno a essere usati come campi di battaglia, nessuna guerra potrà dirsi davvero finita.
Autori
Studiosa e appassionata di politiche e società del Medio Oriente, con un focus sugli studi arabi. Sono una persona introspettiva, riflessiva, altamente sensibile e pragmatica. Amo gli animali, la natura e la luna.