Negli ultimi anni, in particolare a seguito del femminicidio di Giulia Cecchettin, i media si sono interessati sempre più alla violenza sulle donne: quasi ogni giorno, vengono raccontate storie di molestie e violenze sessuali, fino ad arrivare a casi di femminicidio, sempre più frequenti ed efferati.
Non è un caso che alcuni episodi di violenza vengano coperti più di altri, ad esempio quando si tratta di femminicidi le cui vittime sono ragazze giovani, italiane, studentesse “con tutta la vita davanti”, tratteggiando la cosiddetta “vittima perfetta”. Queste vicende scaturiscono maggiore sdegno ed empatia nell’opinione pubblica, anche a causa della spettacolarizzazione e dell’attenzione morbosa dei media. Altri casi, invece, come gli episodi di violenza ai danni di donne anziane, vengono semplicemente ignorati dai media perché non è possibile crearvi una narrazione sensazionalistica attorno. Infine, la spettacolarizzazione dei casi in cui il femminicida non è italiano, quando il razzismo viene mascherato da interesse verso la sicurezza delle donne. Si tratta, insomma, di un interesse selettivo che non sta gettando le solide basi per una nuova sensibilità sull’argomento.
Si tratta di una strumentalizzazione che nasce dalla raccolta dei dati, come dimostrato da Donata Columbro nel suo libro “Perché contare i femminicidi è un atto politico”: non esiste un registro pubblico con i dati dei femminicidi, non possiamo sapere immediatamente quante vittime avevano denunciato, quante avevano figli, quante avessero subito stalking o chiesto aiuto ad un centro antiviolenza, né se godessero di una condizione di disabilità. Bisogna contare manualmente i dati, che non vengono inseriti di default in nessun database. Questa mancanza, che si riflette in ciò che arriva ai media, permette una narrazione distorta del fenomeno.
La violenza travestita da cronaca rosa: Sophie Codegoni
Prima di arrivare al femminicidio, c’è un intero iceberg sommerso di violenze quotidiane a cui una donna può andare incontro: nonostante la gravità di questi gesti, non sempre la stampa affronta seriamente l’argomento. Molto dipende da chi sono i “protagonisti” della vicenda. Nell’ultimo anno, la modella e influencer Sophie Codegoni ha intrapreso una denuncia contro il suo ex fidanzato e padre di sua figlia, Alessandro Basciano, conosciuto durante il programma Grande Fratello Vip nel 2021. Ai tempi, lei aveva 19 anni e lui 31. Nel 2024, Basciano era stato arrestato per comportamenti persecutori verso la propria compagna, avvenuti tra luglio 2023 e novembre 2024. Lo scorso 30 aprile è stato deciso il divieto di avvicinamento e di comunicazione verso Sophie e la loro figlia, oltre che l’applicazione della misura del braccialetto elettronico.
Dalle dichiarazioni di Codegoni: “Sono sola. Ho tanto odio addosso”. “Tante volte ho pensato: ma chi me l’ha fatto fare di denunciare? È tostissimo. So di aver fatto la cosa giusta, ma sto vivendo un inferno”.
Nonostante la gravità dei fatti, la vicenda viene raccontata da pagine di gossip e inserita nella sezione “VIP Gossip” da più testate, come Today.it e Vanity Fair. Non sembra, quindi, una storia raccontata per dar voce a Codegoni – che sta vivendo da anni tra persecuzioni e tribunali – ma per raccontare un gossip tra due personaggi noti al pubblico.
Entrare nella mente del femminicida: quando il privato diventa pubblico
Il 25 marzo e il 31 marzo di quest’anno sono state uccise, rispettivamente, Ilaria Sula e Sara Campanella. Entrambe studentesse fuorisede di 22 anni, una uccisa dall’ex fidanzato e l’altra da uno stalker. In questi casi, quando le vittime sono giovani, magari studentesse universitarie “con tutta la vita davanti” il riscontro dell’opinione pubblica è sempre più positivo ed empatico, anche se è sempre presente (seppur in questo caso in quantità minore) il victim blaming, ossia la tendenza a incolpare la vittima per ciò che le è successo.
Vista la risonanza nell’opinione pubblica per questi due casi, i media – come accaduto con Giulia Cecchettin – hanno reso noti tutti i dettagli sul rapporto che intercorreva tra vittima e femminicida, inclusi messaggi e registrazioni. Sono stati pubblicati audio delle conversazioni tra Sara Campanella e il suo stalker e assassino, durante i quali lei lo intimava di lasciarla in pace. Nel caso di Ilaria Sula invece, è stata persino intervistata in televisione una ragazza che nei giorni precedenti al femminicidio, stava scambiando alcuni messaggi con il femminicida di Sula, Mark Anthony Sampson.
Questa attenzione, a tratti morbosa, verso le vite private delle vittime, sembra cercare di rispondere ad un “perché?” che non può trovare spiegazioni nel singolo femminicidio o femminicida, ma va ricercato nella totalità degli atti di violenza verso le donne. Queste morti sembrano talmente ingiuste e spaventose da cercare a tutti i costi di entrare nella mente degli assassini, ricercando un elemento di follia che dia un senso al femminicidio.
Come sottolineato da Silvia Menecali, membro di D.iRe, dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin: “In Italia dobbiamo smetterla col giornalismo che enfatizza ancora il punto di vista dell’assassino, spiegando cosa lo ha motivato ad uccidere una donna. Questo tipo di narrativa porta avanti la legittimazione del femminicidio come reazione al comportamento di una donna”.
Ignorati dalla stampa: i femminicidi di donne anziane
Il gruppo demografico che riceve meno attenzione è sicuramente quello delle donne over 65. Come riassunto in questo esaustivo articolo di Internazionale, le donne anziane vittime di violenza si ritrovano in una casistica particolare: sono cresciute in anni in cui la violenza era più “giustificabile” all’interno di un matrimonio, hanno meno indipendenza economica, sono – in generale – più fragili psicologicamente e fisicamente.
In questo elenco redatto da Il fatto quotidiano sulle vittime di femminicidio del 2025, spiccano diversi casi di suicidio-omicidio in coppie di anziani. Solo per citarne alcuni: Tilde Buffoni (80 anni), uccisa dal marito Alberto Maghelli (85 anni) suicidatosi con la stessa arma; Clarangela Crivellin (66 anni) uccisa dal marito Anselmo Zanellato (68 anni), morto suicida; Anna Adele Castoldi (86 anni) uccisa dal marito Giuseppe Rizzotti (91 anni) nella struttura in cui era ricoverata, l’uomo si è poi suicidato con la stessa arma.
Questi nomi raramente arrivano al telegiornale, se non in forma di breve trafiletto poco approfondito. Uno dei pochi studi a riassumere queste casistiche in italia, è l’articolo scientifico Femicide Fatal Risk Factors: A Last Decade Comparison between Italian Victims of Femicide by Age Groups a cura di un gruppo di ricerca dell’Università Luigi Vanvitelli di Napoli.
In questo studio viene analizzato il femminicidio come fattore di rischio fatale per le donne italiane di tre gruppi di età, nei casi avvenuti tra il 2010 e il 2020. Emerge che i femminicidi di donne anziane vengono giustificati con la scusa di “porre fine alle sofferenze” di una persona malata, soprattutto in una società come la nostra, in cui gli uomini non sono abituati a incaricarsi dei ruoli di cura. In questi casi, inoltre, viene spesso meno il fattore di gelosia o non accettazione della fine della relazione, risultando essere più comune venire uccise quando si riscontrano patologie fisiche o mentali nella vittima o nell’assassino.
Interpretare i dati: quando razzismo viene mascherato da tutela delle donne
Nonostante ogni anno i dati ISTAT riportino che la maggior parte dei femminicidi sia commesso da uomini di nazionalità italiana, nel nostro paese la violenza sulle donne è ancora largamente associata al fenomeno dell’immigrazione. Proprio qualche mese fa, il ministro Nordio ha affermato che il problema dei femminicidi è legato soprattutto a “a giovani adulti di etnie che non hanno la stessa nostra sensibilità nei confronti delle donne”.
In realtà, pare non esserci correlazione tra il fenomeno migratorio e quello della violenza di genere. Anzi, come riportato in questo articolo di Collettiva: “Secondo l’XI Rapporto sul femminicidio realizzato dall’istituto di ricerca Eures, in Italia stanno aumentando le donne straniere vittime di femminicidio ma diminuiscono gli autori di nazionalità non italiana, passati dal 2023 al 2024 da 23 a 16, con un decremento del 30,4%.”
Le affermazioni del governo, non corroborate dai dati, servono solo a spostare l’attenzione da un problema ad un altro. E, soprattutto, ad individuare un colpevole che non sia il fantomatico “patriarcato”, ma anzi la nuova “immigrazione illegale di massa”.
Come spiegato da Donata Columbro in relazione al suo ultimo libro, il dato rilevante del 2024 è che stanno aumentando le donne straniere vittime di femminicidio: nel 2023, il 94,3% delle donne italiane è stata vittima di italiani e il 43,8% delle donne straniere di propri connazionali (ISTAT). Mentre molta attenzione viene posta sulla nazionalità degli abuser, molta meno attenzione viene riservata alle vittime straniere di femminicidio, che spesso si trovano in condizioni di maggiore fragilità. Alcune vittime di quest’anno sono Chamila Arachchilage Dona Wijesuriyauna, italiana di origini cingalesi, uccisa da Emanuele De Maria, successivamente suicidatosi. Fatimi Hayat, uccisa a coltellate dall’ex compagno Tariq El Mefedel, precedentemente denunciato dalla donna per stalking; Samia Bent Rejab Kedim, uccisa dall’ex marito Mohamed Naceur Saadi, morto poco dopo in un incidente stradale mentre era ricercato per il crimine.
Nell’articolo Violence against Women and Femicide: an analysis on the murders of foreign women in Italy (2022) di Alessandra Dino vengono dimostrate alcune specificità dei femminicidi di donne straniere in Italia, mai riportati dai media mainstream: ad esempio, è più frequente per le donne straniere essere uccise da uomini italiani (39% dei casi), che per le donne italiane essere uccise da uomini stranieri (11% dei casi).
Citando l’articolo: “Sembra che in Italia, gli uomini italiani siano più pericolosi per le donne straniere rispetto a quanto gli uomini stranieri sono pericolosi per le donne italiane”. Emerge anche la sproporzionata violenza inflitta ai corpi di donne straniere, che non vengono solo uccise ma massacrate, soprattutto in specifiche aree come il viso e le braccia. Di questi dati però non parleranno gli esponenti del governo, pronti a pronunciarsi in difesa delle donne solo quando la violenza può essere strumentalizzata per corroborare le loro idee razziste.
Per una nuova narrazione della violenza di genere
Citando ancora una volta il femminicidio di Giulia Cecchettin come punto di svolta, il principale elemento che ha differenziato questo caso da tutti gli altri è stata la sorella di Giulia, Elena Cecchettin, che con coraggio e rabbia ha parlato di patriarcato e violenza sistemica sulle donne.
Questo lavoro di denuncia, di cui dovrebbero occuparsi i media, è stato fondamentale per un ulteriore presa di consapevolezza da parte dell’opinione pubblica. Solo grazie ad un analogo lavoro di denuncia e sensibilizzazione sarà possibile cominciare a scardinare la cultura patriarcale che porta all’uccisione di circa 100 donne l’anno in Italia.
Dare pari attenzione ad ogni caso, restituirebbe dignità alle vittime, evitando che alcune giacciano nel dimenticatoio mentre di altre viene scandagliato ogni momento della propria vita privata. Restituire un quadro completo della violenza di genere in Italia, a partire dai dati dettagliati di ogni femminicidio, permetterebbe di capirne le radici culturali e impedirebbe la strumentalizzazione dei singoli episodi.
Autore
Romana naturalizzata milanese, attualmente trapiantata in Olanda. Leggo e scrivo (tanto) e parlo (troppo) per lo più di come l'arte possa essere uno strumento per costruire una società più giusta. Femminista arrabbiata, ma anche astrologa (praticamente tutto ciò che gli uomini etero odiano, ho anche la frangia)