Manca (per ora) l’accordo sul progetto di legge europeo “Chat Control”

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Si è concretizzato nella giornata di ieri un nuovo atto nella travagliata storia del controverso progetto di legge europea volto al contrasto della pedopornografia e l’abuso di minori online (Child Sexual Abuse Regulation”[1]), ribattezzato rapidamente dagli attivisti digitali e dalla stampa come “Chat Control”.

Dopo un “interminabile” iter di oltre cinque anni, avviato con la deroga temporanea della c.d. “Direttiva ePrivacy” approvata dall’Unione Europea il 14 luglio 2021 (ribattezzata al tempo come “Chat Control 1.0), i rappresentanti della Commissione Europea, del Parlamento Europeo e del Consiglio dell’Unione Europea, si sono infatti riuniti a Bruxelles per il quinto trilogo tra le istituzioni comunitarie (“a porte chiuse, rigorosamente) dedicato ai negoziati e al confronto in merito al c.d. “Chat Control 2.0”, versione riformulata e aggiornata della regolamentazione presentata dalla Commissione Europea l’11 maggio 2022 (su iniziativa della Commissaria Europea per gli Affari Interni Ylva Johansson) a fronte delle gravi criticità emerse nella sua prima formulazione in merito alla tutela dei diritti digitali (e, in particolar modo, per il diritto alla privacy).

Soltanto nella tarda serata, dopo un’intera giornata di confronto, uno stringato comunicato stampa del gruppo di negoziatori del Parlamento Europeo annunciava “lo sviluppo significativo” dei dialoghi e il raggiungimento di soluzioni di compromesso “su quasi tutto il Regolamento” [2].
In poche parole, l’incontro non ha portato alla formulazione di un documento finale da sottoporre al voto del Parlamento Europeo prima della scadenza dei termini e, nello specifico, della fine del semestre di presidenza del Consiglio di Cipro, che da domani lascerà il posto alla Repubblica d’Irlanda (fino al prossimo 31 dicembre).

Questione rimandata
, dunque?“In parte”, perchè nel mezzo delle (ennesime) discussioni attorno alla versione più recente di questa regolamentazione e il passaggio del dossier alla nuova presidenza di turno irlandese, arriva il colpo di scena che cerca di far risorgere la prima versione del “Chat Control”, giunta a scadenza naturale lo scorso 4 aprile dopo che il Parlamento Europeo aveva bloccato il tentativo di estenderne la durata con un voto di enorme rilevanza nello scorso 26 marzo (311 voti a favore dello stop, 228 contrari e 98 astenuti).
Stando infatti alle rivelazioni pubblicate pochi giorni fa dal quotidiano POLITICO, infatti, la guida del Parlamento Europeo Roberta Metsola (in basso, NdA) avrebbe di fatto aggirato il voto contrario degli europarlamentari sul “Chat Control 1.0”[3] chiedendo direttamente agli Stati membri del Consiglio di approvare questa proposta di legge.

Roberta Metsola, presidente del Parlamento Europeo, nella sessione plenaria dell’Europarlamento dello scorso marzo.
Fonte immagine: European Parliament/Flickr (“CC-BY-4.0: © European Union 2026– Source: EP”)


Una breve panoramica sulla proposta di regolamentazione europea del “Chat Control”

Serve a questo punto fare un passo indietro e ripartire dalle origini di questo scontro legislativo e politico: la proposta da parte della Commissione Europea di regolamentare un ambito ben specifico delle comunicazioni digitali tra privati cittadini parte da una premessa che di per sé rappresenterebbe anche una nobile causa, ovvero la prevenzione e il contrasto al fenomeno della pedopornografia online e degli abusi sessuali sui minori, in molti casi adescati dai loro aguzzini anche nel mondo virtuale.

I dati in merito forniscono un quadro da non sottovalutare: secondo le ultime rilevazioni fornite dal Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa, infatti, un minore su cinque nel continente europeo è vittima di abusi che vengono commessi all’interno della cerchia più ristretta e intima di conoscenze del minore (in una fascia tra il 75 e l’80 per cento dei casi, il minore conosce il suo aggressore) e in pochissimi rivelano quanto accaduto loro (solo un minore su tre)[4].

Per bloccare il fenomeno sul nascere, la proposta contenuta nel “Chat Control 1.0” e – in forma maggiormente strutturata – nel “Chat Control 2.0”, prevede di imporre ai provider l’obbligo di effettuare scansioni dei contenuti degli utenti all’interno dei servizi di posta elettronica, di messaggistica e nei social network, coinvolgendo e aggirando anche le conversazioni cifrate tramite crittografia end-to-end con una scansione preliminare sui dispositivi degli utenti.
Nel caso in cui le scansioni dovessero evidenziare la presenza di contenuti considerati “sospetti”, le piattaforme scansionate sono obbligate a segnalare la presenza degli stessi contenuti alle autorità nazionali competenti e – in aggiunta – al “Centro dell’UE per la prevenzione e la lotta contro gli abusi sessuali sui minori”.


Il pretesto per una possibile “sorveglianza di massa” – Le (troppe) cose che non tornano nel “Chat Control”

“Trying to protect children with mass surveillance is like desperately mopping the floor while leaving the faucet running.
Untargeted bulk Chat Control is as unacceptable as indiscriminately opening everyone’s postal mail—and accordingly, it would never have stood up in court”
(Patrick Breyer, “The End of Chat Control is an Opportunity: 5-Point Action Plan for Genuine Child Protection”, www.patrick-breyer.de, 02/04/2026)[5]

Date queste premesse, dove si concentrano i rischi significativi di questa proposta di legge europea?
Le criticità dietro al “Chat Control” sorgono sia nel merito che da un punto di vista squisitamente politico.

Già a partire dal 2021, con l’approvazione del “Chat Control 1.0” e la deroga temporanea alla “Direttiva ePrivacy”, erano emerse numerose voci contrarie alla regolamentazione comunitaria come quella dell’avvocato e (al tempo) membro del Garante per la Privacy italiano Guido Scorza e dell’allora europarlamentare e attivista digitale tedesco del Piratenpartei tedesco Patrick Breyer (in basso, NdA) sull’impatto della legge sulla normativa europea sul trattamento dei dati personali (General Data Protection Regulation, GDPR), sulla sua effettiva efficacia e sui rischi legati ai c.d. “falsi positivi” (legati a possibili sbagli nell’individuazione e analisi da parte dei “filtri” e dei sistemi di IA), che avrebbero potuto portare a segnalazioni errate alle autorità competenti.

I rischi legati all’intervento dei filtri e dei sistemi di IA, al pari della minaccia della fine del concetto di “privacy” e all’aggiramento della riservatezza nella crittografia end-to-end, sono emersi nuovamente anche all’interno del regolamento del “Chat Control 2.0”, che ha visto una massiccia protesta a livello comunitario da parte degli esperti in sicurezza informatica e nell’informatica giuridica, oltre alle organizzazioni per i diritti digitali e ad alcuni partiti politici a livello nazionale nonché a livello di politica europea[6].
Criticità, quest’ultime, che rimangono quelle che hanno portato ai nulla di fatto nei triloghi avuti tra Europarlamento, Commissione Europea e Consiglio durante le differenti presidenze semestrali di quest’ultimo (la Danimarca, tra i principali promotori e sostenitori del “Chat Control 2.0”, e la stessa Cipro) come nella contrapposizione (che sembrerebbe essere emersa anche in quest’ultimo incontro) attorno agli obblighi di scansione e analisi da parte dei provider di servizi.

Da ultimo, la problematica più prettamente “politico-ideologica” sollevata dagli oppositori del “Chat Control” – sia nella sua prima versione che in quella “aggiornata” – riguarda la nascita di un pericoloso precedente per le libertà individuali nello spazio digitale (e non solo) della popolazione dell’Unione Europea.
Le voci critiche, in Europa come nel nostro Paese, osservano infatti come con l’eventuale approvazione del “Chat Control 1.0 e 2.0” ci sia il serio rischio – dietro alla lodevole iniziativa a difesa dei bambini e dei minori dagli abusi sessuali all’interno degli spazi digitali – si nasconda l’intento di suo ricorso ancor più invasivo nelle attività di ogni singolo individuo fino ad arrivare alla loro sfera privata, in un preoccupante scenario di monitoraggio e sorveglianza su larga scala delle conversazioni private tra cittadini, in cui ad essere colpita può essere anche la stessa libertà d’opinione e espressione.

L’attivista digitale Patrick Breyer, esponente del Piratenpartei tedesco (opera di dominio pubblico)


Note e ulteriori riferimenti

[1] Per ulteriori informazioni in merito si rimanda a Prevention of online child sexual abuse” (European Council – Council of the European Union, 28/11/2025, data di ultima consultazione 29/06/2026)

[2] Si rimanda a Statement by the EP negotiating team on the regulation on combatting child sexual abuse online” (European Parliament, 29/06/2026, data di ultima consultazione 30/06/2026)

[3]
Si rimanda a S. Clark, “President vs Parliament: Metsola overrides MEPs in bid to force through child abuse law” (POLITICO, 24/06/2026, data di ultima consultazione 29/06/2026)

[4] Prevention of online child sexual abuse” (European Council – Council of the European Union, 28/11/2025, data di ultima consultazione 29/06/2026)

[5] Si rimanda a P. Breyer, “The End of Chat Control is an Opportunity: 5-Point Action Plan for Genuine Child Protection” (patrick-breyer.de, 02/04/2026, data di ultima consultazione 30/06/2026)

[6] Un esempio rilevante si ritrova all’interno della galassia dei “Partiti Pirata” in Europa.
Ispirati e sorti in seguito alla nascita dell’omonimo partito libertario fondato in Svezia agli inizi del 2006, nel 2014 i Partiti Pirata già attivi a livello nazionale scesero in campo per le politiche europee dando vita al Partito Pirata Europeo (EPP), che quello stesso anno riuscì a portare la sua prima eurodeputata a Bruxelles. Nel 2019 il gruppo aumentò grazie alle nomine dei tre eurodeputati della Repubblica Ceca e del quarto eurodeputato della Germania (Patrick Breyer), risultato che permise loro di entrare all’interno dell’eurogruppo dei Verdi/Alleanza Libera Europea.
Nelle ultime elezioni europee del 2024, i Pirati hanno riconfermato soltanto uno dei loro quattro seggi, vinto dalla ceca Markéta Gregorová.

Fonte immagine di copertina: European Parliament/Flickr (“CC-BY-4.0: © European Union 2026– Source: EP”)

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