Quarto giorno di crisi lungo la Garvaghy Road di Drumcree, frazione situata nei pressi di Portadown (Irlanda del Nord) e teatro del ravvivato scontro tra le due componenti politico-religiose del Paese: i cattolici repubblicani irlandesi da una parte e i protestanti unionisti dall’altra.
L’annuncio della provocatoria parata indetta dall’Orange Order lungo la strada della cittadina riporta indietro le lancette della Storia di ventotto anni e rischia di poter reinnescare la miccia di quel sanguinoso conflitto settario civile tra la Repubblica d’Irlanda e il Regno Unito all’interno del territorio nordirlandese (i tristemente famigerati Troubles), conclusosi con la firma degli Accordi del Venerdì Santo (10 aprile 1998).
Un conflitto sopito, quindi, o forse soltanto in apparenza: in passato, in occasione del cinquantatreesimo anniversario del “Bloody Sunday” di Derry, avevamo infatti osservato come il ricordo della guerra civile fosse “ancora vivo nella popolazione nordirlandese” all’interno di “una convivenza forzata e solo apparentemente normalizzata” tra le due comunità, nel mezzo di “sporadiche recrudescenze negli ultimi anni”.
Recrudescenze che in seguito alla Brexit – che proprio oggi è stata rimessa in discussione dal Primo Ministro britannico Andy Burnham – hanno avuto un impatto ancora più marcato all’interno dell’Irlanda del Nord sia da un punto di vista politico (tre diversi governi nell’Assemblea di Stormont, incluso quello attualmente in carica e guidato dai nazionalisti irlandesi dello Sinn Féin) che in quello socio-economico (es. questione del confine territoriale con l’Éire in quanto paese comunitario).
Un riepilogo sull’attuale stallo a Garvaghy Road
È utile un breve riepilogo degli ultimi accadimenti di questi giorni: il tutto parte da una querelle legale avviata nel corso di quest’estate, in occasione delle celebrazioni con cui la comunità protestante e unionista dell’Irlanda del Nord commemora la Gloriosa Rivoluzione di Guglielmo d’Orange e la sua vittoria contro l’esercito del re cattolico Giacomo II Stuart nella Battaglia di Boyne (12 luglio 1690).
Dopo un iniziale divieto emesso dalla Parades Commission nordirlandese, la confraternita dell’Orange Order aveva impugnato la decisione all’High Court of Justice in Northern Ireland di Belfast, che ad agosto aveva annullato il verdetto emesso dalla commissione con vizi di procedura, autorizzando così la manifestazione lungo la Garvaghy Road, legata storicamente nonché demograficamente alla comunità cattolica e repubblicana irlandese, previo invio di una nuova richiesta da parte degli orangisti.
Con la nuova richiesta presentata alle autorità competenti dall’Orange Order, la Parades Commission aveva quindi autorizzato l’organizzazione dell’evento da tenersi domenica 27 settembre anche se con importanti limitazioni nella modalità di svolgimento e nel numero di partecipanti, interrompendo dopo ventotto anni la situazione emersa dagli Accordi del Venerdì Santo.
L’autorizzazione era stata in seguito bloccata nuovamente dall’intervento dell’Alta Corte di Belfast fino all’ultimo colpo di scena avvenuto alle 2:15 di domenica scorsa, quando dinnanzi al nuovo ricorso presentato dalla confraternita unionista il giudice dell’Alta Corte ha dato il via libera alla manifestazione che si sarebbe dovuta tenere poche ore dopo.

Un’immagine presa dal livestream dell’attivista politico nordirlandese AMOS (noto su TikTok come @amosreturnagain) descrive in questo modo le proteste: “A congregation of protestors at the mouth of Drumcree Road into (the north end of) Garvaghy Road at around 21:15. PSNI Prescence significantly reduced.”
Fonte immagine: AMOS/Wikimedia Commons (licenza d’uso CC BY 4.0)
Una decisione osteggiata dagli abitanti di Garvaghy Road e più in generale dall’intera comunità cattolica repubblicana irlandese.
La risposta è arrivata nelle strade di Drumcree, con la mobilitazione dei residenti e degli attivisti dal resto del Paese e l’arrivo di più di un migliaio di persone. Lungo la strada si sono così formati numerosi picchetti e un muro umano per bloccare il passaggio agli orangisti.
La tensione si è poi acuita con l’arrivo alle prime ore all’alba di domenica delle forze di polizia nordirlandesi posizionate tra entrambi i luoghi di ritrovo degli schieramenti (rispetto ai manifestanti della comunità cattolica, i membri dell’Orange Order erano riuniti – e lo risulterebbero ancora al momento – nella Church of the Ascension, la chiesa anglicana del paese) e soltanto dopo lunghe ore di trattative si è arrivati a un graduale raffreddamento degli animi, che non ha impedito ai due gruppi di mantenere le proprie posizioni (in alto, NdA).
Tra i presenti alla manifestazione, si sono in seguito aggiunti anche i nomi più importanti dello Sinn Féin in Irlanda e nell’Irlanda del Nord: la First Minister nord-irlandese Michelle O’Neill, la guida del partito a Dublino Mary Lou McDonald e – da ultimo e dopo un’assenza di oltre trent’anni – il leader storico dei Feniani Gerry Adams.
La presenza dei vertici del partito nazionalista repubblicano, che per la prima volta nella storia nordirlandese si trova a guidare anche il governo devoluto di Belfast, ha causato le veementi proteste da parte dei protestanti lealisti, rappresentati principalmente dal Democratic Unionist Party (DUP), che negli ultimi giorni ha chiesto a gran voce le dimissioni della O’Neill dal suo incarico.
Il “canale diplomatico” tra Dublino, Londra e Belfast
Mentre le opposte fazioni mantengono serrate le fila a vario titolo – chi tra le tende, la musica e i canti e chi con la determinazione di voler raggiungere il proprio obiettivo (e un secondo tentativo di raggiungere il luogo della marcia che è stato bloccato dalle autorità locali lo scorso 28 settembre) – la crisi di Drumcree ha raggiunto i governi centrali tra Dublino, Belfast e Londra.
La politica nazionale prende posizione nella dinamica tra i repubblicani cattolici e i protestanti unionisti, dal Taoiseach irlandese Micheál Martin all’inquilino del 10 Downing Street Andy Burnham (supportato dal Segretario di Stato per l’Irlanda del Nord, Sir Chris Bryant) fino ad arrivare al governo condiviso dell’Assemblea di Stormont.
Negli ultimi giorni i governi dei tre paesi si sono espressi con forza e il dialogo tra le parti si è fatto serrato – al netto delle posizioni divergenti – nel tentativo di poter trovare una soluzione che possa mantenere intatto lo spirito degli Accordi del Venerdì Santo e che non porti ad un’escalation settaria (da qui “l’invito alla calma da entrambe le parti” del Primo Ministro britannico Burnham).
Nel frattempo, però, c’è da tenere conto di chi è sul campo e al momento, dopo quattro giorni di stallo, le trattative tra il portavoce della Garvaghy Road Residents’ Coalition, Breandán Mac Cionnaith, il Segretario di Stato britannico per l’Irlanda del Nord Bryant, le autorità locali e i rappresentanti dell’Orange Order non stanno producendo risultati.
Una situazione che, con il passare del tempo, sembra rinfrancare i membri della confraternita protestante nel voler rivendicare “il proprio diritto” a marciare nella strada che attraversa la comunità cattolica irlandese locale.
Le tragedie della “disputa di Drumcree”
La situazione di attesa in cui attualmente si trova la cittadina di Drumcree è dovuta anche al recente passato di questa località, legata a pieno titolo alla fase dei Troubles a causa dei numerosi eventi drammatici che l’hanno coinvolta (incendi, attacchi dinamitardi, brutali pestaggi e efferati omicidi), in prevalenza commessi da parte degli estremisti unionisti nei confronti della popolazione cattolica e repubblicana irlandese.
Tra i casi più tragici, ce n’è uno che va menzionato, seppur avvenuto in una località poco distante: il brutale omicidio dei tre fratelli Quinn di Ballymoney (12 luglio 1998).
Nella notte del 12 luglio 1998 la casa della famiglia Quinn venne data alle fiamme da una serie di bombe molotov lanciate da un commando di quattro uomini appartenenti all’Ulster Voluntary Force (UVF), organizzazione paramilitare orangista macchiatasi di numerosi crimini negli anni dei Troubles.
L’attacco fu il culmine di una lunga serie di attacchi intimidatori compiuti dai lealisti all’interno del quartiere popolare di Carnany in cui la famiglia Quinn, tra le poche famiglie di religione cattolica (appena cinque) in una zona a prevalenza protestante, si trovava a vivere.
La religione della madre bastò ai lealisti per ritenerli tutti come un bersaglio da eliminare.
Nel tragico incendio morirono i tre figli di Chrissie Quinn: Jason, Mark e Richard, rispettivamente di nove, dieci e undici anni. Il quarto figlio della donna, Lee Quinn, si salvò miracolosamente soltanto perché si trovava nell’abitazione della nonna nella vicina località di Rasharkin.
Poco dopo l’accaduto, la polizia nordirlandese arrestò il ventitreenne Garfield Gilmour, che in seguitò ammise di aver guidato l’auto in cui erano a bordo gli uomini del commando.
Fu l’unico ad essere condannato per l’omicidio dei tre bambini (ottobre 1999): nessun altro tra i membri del commando venne infatti mai accusato formalmente per l’assenza di prove a loro carico.
In sede d’appello, nel 2000, l’accusa nei confronti di Gilmour venne derubricata a omicidio colposo e sei anni dopo venne rilasciato. Nel novembre del 2021, ad appena quarantasei anni, Gilmour venne trovato morto nella propria abitazione.
Nell’immagine di copertina: “La Drumcree Church (nota formalmente come “The Church of Ascencion”)”.
Fonte immagine di copertina: Philip Ray/Flickr (licenza d’uso CC BY-NC 2.0)