Ci troviamo in un momento della Storia nel quale l’Uomo si ritrova a vivere la propria quotidianità in una situazione paradossale – in parte da spettatore apatico, in parte da soggetto passivo e in parte da infervorato esecutore – in un mondo che si sta rapidamente avviando verso una più ampia riconfigurazione degli assetti politici nonché geopolitici.
La maggioranza delle società legate alla c.d. “comunità internazionale”, dopo una faticosissima ripresa dagli strascichi del periodo pandemico, si trova costretta ad affrontare una grave crisi di natura economico-industriale sorta con lo scoppio di nuovi scenari bellici che vedono contrapporsi “imperi” e attori non allineati al “consenso dominante”[1].
Una situazione che si ripercuote in maniera rilevante tanto sulle società ad alto tasso d’industrializzazione quanto in quelle emergenti (riconducibili al c.d. “Global South”), mentre perdura la sperequazione verso il controllo delle ricchezze e delle risorse del pianeta tra una ristretta cerchia di soggetti (persone fisiche, ma anche società di capitali, fondi d’investimento e/o speculativi) – e il restante 99% della popolazione globale, a sua volta schiacciata dal peso impressionante di un debito globale che ha raggiunto la cifra record di 353 trilioni di dollari nel primo trimestre di quest’anno.
A fronte di uno scenario già di per sé drammatico, che sta vivendo recentemente un’ulteriore accelerazione per effetto della politica muscolare portata avanti dalla seconda amministrazione Trump, diventa fondamentale se non addirittura necessario porsi domande cruciali sulla direzione verso la quale ci si sta muovendo. La “risposta” su cui si orientano certe componenti maggioritarie all’interno della comunità internazionale (una caratteristica, quest’ultima, assolutamente “bipartisan”) consiste nel riproporre il mantra dogmatico del “libero mercato” mentre vi sono proposte che si dirigono in direzione diametralmente opposta.
Tra queste, vi è quella fornita dall’analista e ricercatore sociale Alessandro Scassellati Sforzolini, autore del saggio “Ecosocialismo o Barbarie – La lezione di Karl Polanyi e la sfida democratica al Neoliberismo” pubblicato quest’estate dalla rivista “Left”.
Una panoramica sul pensiero di Karl Polanyi
“La nostra tesi è che l’idea di mercato autoregolato implicasse una grossa utopia.
Un’istituzione del genere non poteva esistere per un qualunque periodo di tempo senza annullare la sostanza umana e naturale della società; essa avrebbe distrutto l’uomo fisicamente e avrebbe trasformato il suo ambiente in deserto.”
(cit. cap.1, pagg. 3-6 da Karl Polanyi, “La Grande Trasformazione”, trd. italiana di Roberto Vigevani, Einaudi [2010])

Un ritratto di Karl Polanyi datato all’incirca nel 1918.
Fonte immagine: Wikimedia Commons (autore sconosciuto, opera di pubblico dominio)
All’interno del saggio l’autore romano, che collabora attivamente con la rivista “Left” e la fondazione “Transform! Italia”, presenta al lettore un lavoro di approfondimento panoramico che parte da una riscoperta del pensiero di Karl Polanyi (1886-1964) e dal lascito culturale rappresentato dall’opera più importante dell’intellettuale ungherese (a sinistra, NdA): “La Grande Trasformazione – Le origini economiche e politiche della nostra epoca”.
Al tempo l’opera di Polanyi, scritta attorno agli anni Trenta mentre si trovava in Inghilterra e pubblicata nel 1944 in seguito al suo trasferimento negli Stati Uniti d’America, rappresentò un attacco frontale all’approccio liberale della società democratica concepito dalla c.d. “Scuola Austriaca”[2] e – in particolar modo – da coloro che furono tra i padri fondatori del neo-liberalismo[3] moderno: Ludwig von Mises e Friedrich von Hayek, autori nello stesso anno rispettivamente de “Lo Stato Onnipotente” e de “La Via della Schiavitù”.
All’esortazione perentoria di abbandonare ogni tentativo di intervento da parte dello Stato nella sfera privata dell’individuo e all’esaltazione del libero mercato [4] (nella sua declinazione assoluta rappresentata dal “laissez-faire”[5]) – due caposaldi del pensiero di von Mises e von Hayek – Karl Polanyi replicava scuotendo con forza le fondamenta concettuali del capitalismo e della democrazia liberale classica, definendo la prospettiva di un libero mercato autoregolamentato come “un’utopia irrealizzabile”[6] dalla cui forzatura nel secolo scorso nacquero e si svilupparono dei “contro-movimenti” incarnati dai regimi autoritari e totalitari (fascismo, nazionalsocialismo, comunismo).
A ulteriore conferma della visione polanyiana della società, che si poneva in aperto contrasto con la lettura liberale della Scuola Austriaca, per l’autore ungherese l’economia non era da intendersi come staccata rispetto alla vita di una società democratica ma doveva continuare ad esserne bensì parte “integrante”, come avvenuto nel corso della Storia.
Secondo il principio cardine del pensiero di Karl Polanyi sviluppato all’interno de “La Grande Trasformazione”, infatti, l’economia si ritrovava ad essere integrata e incorporata (”embeddedness”) all’interno dei rapporti sociali, religiosi e politici.
Per Polanyi separare le due componenti e assoggettare del tutto la vitalità di una società alla legge della domanda e dell’offerta per giungere alla mercificazione del mondo significava “distruggere l’ambiente, la dignità umana e la stabilità sociale”[7] attraverso il massiccio sfruttamento di quelle che, nel pensiero di Polanyi, erano delle “merci fittizie”: il lavoro, la terra e la moneta [8].
La riscoperta di Polanyi e “quel senso di sgradevole deja-vù“
È importante riportare brevemente il contesto storico in cui venne l’opera di Polanyi venne pubblicata.
Da una parte la morsa della Grande Depressione che attanagliava il mondo dopo il Crollo di Wall Street (1929), dall’altra la consolidata affermazioni dei regimi autoritari e totalitari quali la Germania hitleriana, l’Italia mussoliniana e l’Unione Sovietica sotto la guida di Josif Stalin.
Da cittadino viennese assimilato nella società del decaduto Impero Austro-Ungarico (la famiglia era di origini ebraiche, ma venne comunque battezzato come evangelico e rinsaldò la propria fede dopo aver combattuto nella Prima Guerra Mondiale), Polanyi osservò con forte preoccupazione l’avanzata di Adolf Hitler in Germania e l’ascesa dell’austro-fascismo nel Paese guidato dal Cancelliere Engelbert Dolfuss (in seguito assassinato per il suo rifiuto di sottomettersi a Hitler), al punto da lasciare il Paese cinque anni prima dell’Anschluss per dirigersi a Londra.
Qui, mentre svolgeva l’attività di giornalista e di insegnante accademico per le classi meno abbienti all’interno della Workers’ Educational Association (WEA), egli cominciò a sviluppare il materiale che avrebbe dato forma a “La Grande Trasformazione”, opera che venne alla luce soltanto nel 1944, con l’arrivo di Polanyi e della moglie tra gli Stati Uniti d’America e il Canada (una conseguenza del periodo maccartista negli Stati Uniti degli anni Quaranta e Cinquanta che colpì la moglie di Polanyi, rea di un passato nel Partito Comunista Ungherese).
In seguito, dopo la sua morte (23 aprile 1964), si dovettero attendere oltre quarant’anni prima che il pensiero di Karl Polanyi tornasse di attualità per l’opinione pubblica globale.
Il rinnovato interesse negli studi di Polanyi si legò a doppio filo infatti con la grande crisi economica del 2008, anno in cui il mondo si ritrovò ad affrontare il caos causato dallo scoppio della bolla dei mutui sub-prime che aveva messo al tappeto i grandi colossi del capitalismo finanziario statunitense (fallimento della Lehman Brothers e salvataggio da parte del governo federale statunitense della Fannie Mae e della Freddie Mac).
Un susseguirsi di eventi che per molti aspetti ricalcava quanto analizzato da Polanyi nel suo saggio del 1944: l’illusione di un libero mercato capace di darsi delle “regole in autonomia” per poter esistere e prosperare incontrastato al di sopra dell’autorità dello Stato, l’immissione puramente speculativa di “merci fittizie” (es. derivati, mutui sub-prime) e – da ultimo – la capitalizzazione dei profitti e la socializzazione dei debiti attraverso l’intervento statale (limitando il tutto a un laconico “too big to fail”).

17 settembre 2011, i manifestanti di “Occupy Wall Street” prendono il controllo di Zuccotti Park a New York, trasformandola nel centro delle proteste della popolazione contro il capitalismo finanziario. Un’occupazione che durerà per cinquantanove giorni.
Fonte immagine: David Shankbone/Wikimedia Commons (opera propria, licenza d’uso CC BY 3.0)
A distanza di quasi diciotto anni, nel confrontarsi con l’analisi di Scassellati attraverso la critica al “credo” liberale da parte di Polanyi, non si può dire che manchino le similitudini con il passato, recente e lontano. La speculazione finanziaria, “rispettando appieno” il principio neoliberista della mercificazione del mondo si è ampliata trovando soluzioni “innovative” di pari passo con il progresso socio-tecnologico delle società industrializzate, che spinge e trascina sempre più le popolazioni a “procedere a tastoni” nell’esplorazione delle frontiere del digitale.
Alcuni esempi da poter menzionare? Provando a collocarle in ordine cronologico, l’accumulo delle banche dati personali degli individui, i brevetti digitali per medicinali e sementi passando per il fragoroso exploit delle criptovalute fino ad arrivare agli algoritmi delle piattaforme sociali e – da ultima ma decisamente non per importanza – all’avvento dell’Intelligenza Artificiale all’interno delle nostre società, oggetto quest’ultima di una nuova e sempre più aggressiva “corsa all’oro” tra Washington e Pechino per la supremazia tecnologica.
Per l’autore di “Ecosocialismo o Barbarie”, attraverso la rilettura degli studi di Karl Polanyi, esiste una chiara responsabilità comune nella crisi della società democratica sia negli anni Trenta del secolo scorso che in quella odierna: l’utopia del libero mercato, che dinnanzi alla minaccia di un suo sovvertimento da parte di coloro che si oppongono alla sua forzatura nei meccanismi della società e nell’esistenza dell’Uomo (da non intendere nell’astrazione dell’“homo oeconomicus”, diversamente da quanto sostenuto dal pensiero liberale a partire dal suo capostipite classico, Adam Smith), anima e arma le forze reazionarie.
Nel caso specifico, per l’autore, la destra non è forza di rottura del sistema, ma ne è parte integrante.
L’accusa di Scassellati diventa ancora più diretta nel suo ricollegarsi all’attualità, in quello che descrive come “quel senso di sgradevole deja-vù“ [9] che la Storia starebbe presentando in modo così sfacciato agli occhi della pubblica opinione: l’affermazione preponderante delle forze politiche (ma non solo) legate alla destra e all’estrema destra globali.
Forze che negli anni si sono trovate a guidare un numero crescente di governi nel mondo e che nella propria agenda politica – siano esse al governo o all’opposizione – propongono soluzioni identitarie e/o populiste che si collocano in assoluta continuità e tutela dello status quo neoliberista mentre identificano nelle fasce più deboli della società i capri espiatori sul quale riversare la rabbia e la frustrazione.
“Un grido di allarme e un manuale di resistenza intellettuale”
“Il testo è un tentativo di interpretare e di <<mettere in ordine>> il caos globale per costruire un quadro interpretativo e una narrativa che sia in grado di fornire alcuni strumenti per comprendere l’apparente anarchica condizione presente del mondo e fornire delle prospettive di uscita.”
(cit. Introduzione, pag. 1 da Alessandro Scassellati Sforzolini, “Ecosocialismo o Barbarie”, Left [2026])
A fronte delle minacce rappresentate dalle politiche neoliberali e dai partiti, dai movimenti e dagli apparati che le sostengono, esiste una soluzione da poter mettere in atto?
Se esiste, quale sarebbe il rimedio da adoperare?
In “Ecosocialismo o Barbarie” il “grido di allarme” [10] dell’autore non si limita a rispondere a questi interrogativi identificando le cause e i fattori scatenanti della attuale crisi globale nelle componenti socio-politiche che operano nella nostra quotidianità. A riguardo, per Scassellati in queste componenti rientrano tanto le forze della destra (siano essere istituzionali o reazionarie) quanto quelle della sinistra neoliberale, quest’ultime colpevoli per l’autore di aver sottovalutato l’avanzata delle destre a livello globale e – soprattutto – di aver tradito i propri valori egualitari e solidali, sedotte dalle lusinghe e dalle prospettive del capitalismo liberale come avvenuto ad esempio nel Labour Party britannico con Tony Blair o nel contesto italiano degli ultimi trent’anni in cui dalla “svolta della Bolognina” si è passati alla nascita del Partito Democratico.
La critica di fondo dell’autore punta però a una questione di natura più ampia, sistemica: il problema è il capitalismo, e a fronte del problema l’autore fa proprie le parole di Polanyi, Rosa Luxemburg e – più recentemente – di figure come quella dell’ex magistrato Luigi Ferrajoli, autore e firmatario della “Costituente della Terra” (21 febbraio 2020).
La soluzione dell’autore del saggio, infatti, ribadisce la necessità di un cambiamento radicale con cui superare il modello di società capitalista in favore del c.d. “ecosocialismo”.

Uno scatto dal “DC Climate Strike” organizzato a Washington D.C. il 20 settembre 2019.
Fonte immagine: Stephen Melkisethian/Flickr (licenza d’uso CC BY-NC-ND 2.0)
“Questo scritto” – scrive Scassellati – “è un invito ad una <<nuova immaginazione radicale>>” in cui l’ecosocialismo rappresenta la stella polare da seguire per una modifica strutturale dell’attuale modello socio-economico, da pianificarsi in maniera democratica con iniziative e decisioni che abbiano origine dai movimenti dal basso per “costruire un futuro in cui l’economia sia finalmente ricondotta al suo ruolo originario: quello di servire la vita, anziché divorarla”[11].
Tra le misure maggiormente incoraggiate si indicano il netto cambio di passo in termini di approvvigionamento delle risorse naturali (al pari della redistribuzione delle ricchezze), la significativa riduzione dei consumi da parte delle società e delle popolazioni, fino alla ridefinizione del modello produttivo ed economico in cui l’economia circolare vada a prendere il posto del tradizionale ciclo produttivo lineare.
Gli interrogativi e le considerazioni conclusive
Illustrate le principali argomentazioni fornite al lettore tra le pagine di quest’opera, alla fine la questione torna sulla domanda d’apertura: “Scegliere tra “Ecosocialismo o Barbarie” è così semplice”?
Un interrogativo del genere, almeno per chi scrive, lascia una serie di questioni che rimangono in sospeso: l’occasione fornita dalla lettura di “Ecosocialismo o Barbarie” ha certamente rappresentato un terreno di confronto decisamente stimolante con una figura intellettuale poco nota come quella di Karl Polanyi, ma soprattutto la possibilità di misurarsi con una differente chiave di lettura e interpretazione della società.
Nelle pagine dell’opera si apprezzano la profondità contenutistica e la chiarezza analitica con la quale Scassellati fotografa la società dai tempi di Karl Polanyi e nei decenni successivi alla sua morte fino al giorno d’oggi. Numerosi sono i passaggi che offrono spunti condivisibili sia nell’analisi storico-filosofica che in quella socio-culturale e geopolitica riguardante gli ultimi decenni.
Il fulcro dal quale si sviluppa la tesi centrale del saggio, ovvero gli studi di Polanyi in “La Grande Trasformazione”, espone le basi socio-culturali su cui si sorreggevano le società del tempo mentre ancora impersava la Seconda Guerra Mondiale, una situazione figlia delle ideologie autoritarie e totalitarie, ma anche per Polanyi si collegava anche a scelte sistemiche antecedenti (l’applicazione del sistema aureo – o “gold standard” – da parte dell’Impero Britannico, che fu fautore di lunghe crisi economiche e che venne smantellato con lo scoppio del primo conflitto mondiale) le cui conseguenze globali – ovvero l’ascesa delle potenze dell’Asse – erano quasi riuscite a infrangere i pilastri su cui si sorreggono le democrazie.
Una fotografia della società che viene quindi ampliata da Scassellati nel collegare gli eventi dei successivi decenni, dagli Accordi di Bretton Woods (1944) con i quali il sistema aureo venne scalzato dallo “standard del dollaro” (“Gold Exchange Standard”) certificando il primato degli Stati Uniti d’America prima ancora della vittoria degli Alleati ai successivi trent’anni di ricostruzione e rilancio delle società industrializzate legati alla presenza di politiche economiche keynesiane che vennero infine smantellate tra gli anni Settanta e Ottanta con la diffusione della teoria monetarista di Milton Friedman.
I cambiamenti del mondo durante il secondo dopoguerra a livello nazionale, europeo e globale hanno portato all’emergere di vecchie e nuove crisi, tra la decolonizzazione, la fine della Guerra Fredda e le profezie fallimentari di Francis Fukuyama sulla ”fine della Storia” fino alle crisi più recenti in ambito geopolitico e – in aggiunta – sanitario.
Cos’è allora che lascia quantomeno titubanti all’interno del saggio di Scassellati?
Le pagine dell’opera mostrano con altrettanta chiarezza la chiave di lettura marxista e materialista dell’autore, che non ne fa segreto e la esplicita in varie occasioni nella sua trattazione.
Sebbene Polanyi, da socialista convinto, non condividesse l’ortodossia del pensiero di Karl Marx e si rispecchiasse maggiormente nel socialismo democratico (di cui attualmente si ha un interprete influente nel sindaco di New York Zohran Mamdani), è l’autore del saggio che struttura la propria critica richiamando con forza alle radici valoriali del pensiero marxista.
All’interno di “Ecosocialismo o Barbarie” l’attacco all’assetto neoliberista da parte dell’autore coinvolge tutte le sfere socio-politiche, partendo dalla critica all’attuale governo di centrodestra italiano (che ora vive appieno l’inizio della campagna elettorale per le politiche 2027) a quella riguardante l’Unione Europea, dove la Commissione guidata da Ursula von der Leyen continua a vivere perchè sostenuta (nuovamente, parlando della von der Leyen) dalla maggioranza di popolari, “socialisti” e liberali allargata anche all’eurogruppo dei Conservatori, per poi arrivare alla dimensione internazionale dove degli impresari (nomen omen) come Donald Trump provvedono a riscrivere le dinamiche del mondo a proprio uso e consumo e impongono all’interno del proprio “consenso” il culto neoconservatore della democrazia e della libertà.
Eppure, nella disamina dell’autore l’impatto scaturito da superpotenze come la Repubblica Popolare Cinese sembra quasi essere trattato in modo marginale, minimizzando sul fatto che si stia parlando di uno Stato che dietro alla definizione semantica del “Socialismo con caratteristiche cinesi” persegue politiche oppressive che ricalcano metodicamente gli scenari descritti con preoccupazione da Michel Foucault in “Sorvegliare e Punire” (1975) e – negli ultimi anni – da Shoshana Zuboff in “Il Capitalismo della Sorveglianza” (2019), con il Panopticon contemporaneo rappresentato dal controllo capillare nella vita della popolazione locale da parte degli apparati del Partito, sia sul piano umano che in quello digitale (attraverso i filtri di censura di Internet del Great Firewall e, da ultimo nel corso dell’ultimo decennio, attraverso il sistema di credito sociale).
Caratteristiche quest’ultime di cui anche all’interno della “comunità internazionale” (es. Stati Uniti, Unione Europea) si comincia gradualmente a discutere, magari per codificarne alcuni aspetti all’interno di architetture ancora democratiche nella parvenza.
Lo stesso richiamo alla trasposizione ecologista del motto spartachista della Luxemburg, rinnovatosi tra gli anni Settanta e Ottanta con l’evoluzione e l’ampliamento delle istanze socialiste verso l’ecologia, categorizza in modo unilaterale la questione legata alla Terra. Perché non tenere conto anche dell’esistenza di visioni alternative non legate a opinabili campagne di “greenwashing” da parte dei grandi capitali nè concepite con atteggiamento borghese dai propri promotori, ma fondate bensì sul legame sincretico e plurimillenario tra l’Uomo e la Terra come luogo, come spazio e come materia viva?
A fronte della presenza di molti temi sui quali è certa una convergenza di vedute, è la soluzione auspicata dall’autore su cui divergono le conclusioni, nel suo richiamo alla sorgente marxista e alla prospettiva “ambiziosa” e razionalmente “utopica” [12] – a detta stessa del suo sostenitore (in chiave polanyiana) – di un’avvenire anticapitalista ed ecologista in un momento in cui le superpotenze globali persistono nel dare poco conto o nell’ignorare i dati forniti nei rapporti climatici [13], lasciando ad altri il ruolo “moralizzatore” nella vicenda.
Intraprendere una scelta così netta pone distanza dal poterla definire facile e senza conseguenze problematiche. Al lettore il compito di acquisire una propria consapevolezza critica su un tema così importante, attraverso una comprensione panoramica dei fattori scatenanti dell’attuale crisi delle nostre società. Considerando come sia sempre valido il principio per il quale “la conoscenza è potere”, la lettura e l’approfondimento di opere come questa sono decisamente consigliate per essere in grado di avere una visione d’insieme, non limitandosi al contempo a possedere un’unica chiave di lettura.
Alessandro Scassellati Sforzolini, “Ecosocialismo o Barbarie – La lezione di Karl Polanyi e la sfida democratica al neoliberismo”
Left, 2026 (142 pp.)
Prezzo: 14,80 € (spese di spedizione incluse, gratuite se iscritti alla rivista)

Note e ulteriori riferimenti
[1] Si fa riferimento – non senza sarcasmo da parte di chi scrive – al c.d. “Washington Consensus”, il cui concetto venne espresso e coniato nel 1989 dall’economista britannico John Williamson per indicare l’insieme di direttive di politica economica con cui le istituzioni delle società più industrializzate del pianeta (con sede a Washington D.C.) avrebbero dovuto sostenere i paesi in via di sviluppo.
Una formulazione strategica che al tempo era rivolta principalmente all’area dell’America Latina, ma che in seguito ha assunto un connotato più geopolitico nel descrivere la sfera di influenza determinata dall’adesione ai principi e ai valori neoliberali incarnati dalla società statunitense.
A fare da contraltare all’affermazione valoriale incontrastata degli Stati Uniti d’America, nel corso delle ultime due decadi è emerso e si è diffuso il c.d. “Beijing Consensus” il cui termine – coniato nel 2004 dall’analista geopolitico statunitense Joshua Cooper Ramo – descrive la portata della sfera d’influenza del sistema socio-economico cinese.
[2] Nata nel 1871 all’Università di Vienna dal contributo dell’economista Carl Menger, la Scuola Austriaca di economia fu una corrente di pensiero economico liberale che riunì vari allievi (tra cui gli stessi von Mises e von Hayek).
Il loro approccio metodologico sosteneva il libero mercato assoluto senza regolamentazioni e senza alcun intervento dello Stato o delle banche centrali.
[3] Il termine “neo-liberalismo” (o “neoliberismo”) venne utilizzato per la prima volta dal filosofo austromarxista Max Adler all’interno del suo saggio “La concezione statale del marxismo” del 1921 per criticare le teoriche economiche di von Mises e dei suoi colleghi marginalisti della Scuola Austriaca.
[4] A riguardo si propone un passaggio conclusivo presente in “Lo Stato Onnipotente” di von Mises secondo cui “Tutta la retorica dei sostenitori dell’onnipotenza dello stato non può annullare il fatto che non c’è che un sistema che opera a favore di una pace durevole: un’economia di libero mercato.” (cit. Conclusioni, pag. 381 da Ludwig von Mises, “Lo Stato Onnipotente”, Rusconi Libri, 1995)
[5] In merito al laissez-faire e alla sua presunta spontaneità, il giudizio di Karl Polanyi fu netto e inequivocabile: “Il laissez-faire non era affatto naturale; i liberi mercati non avrebbero mai potuto nascere semplicemente lasciando che le cose seguissero il loro corso […].
Era pianificato […] imposto dallo Stato.” (cit. cap.12, pag.176 da Karl Polanyi, “La Grande Trasformazione”, trd. italiana di Roberto Vigevani, Einaudi, 2010)
[6] Cfr. cap.6, pag. 98 da Karl Polanyi, “La Grande Trasformazione” (“La società si proteggeva dai pericoli inerenti ad un sistema di mercato autoregolantesi, e questa era una caratteristica generale della storia dell’epoca”).
[7] Cit. Introduzione, pag. 9 da Alessandro Scassellati Sforzolini, “Ecosocialismo o Barbarie”, Left, 2026.
[8] Cfr. cap.6, pag. 94 da Karl Polanyi, “La Grande Trasformazione” (“Nessuno di questi elementi è prodotto per la vendita. La descrizione del lavoro, della terra e della moneta come merce è interamente fittizia”).
[9] Cit. cap. 1, pag. 18 da Alessandro Scassellati Sforzolini, “Ecosocialismo o Barbarie”
[10] Cit. ivi, Introduzione, pag. 14
[11] Cit. ivi, ibidem
[12] Cit. ivi, pag. 13
[13] Stando alle più recenti stime, il podio composto da Cina, Stati Uniti e India supera da solo il 50% di emissioni di anidride carbonica a livello globale (50,1%).
Fonte immagine di copertina: EvaMichalcova/Pixabay (immagine generata da IA)