“La mia carriera e la mia vita sono finite in quella fabbrica”

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«La mia carriera e la mia vita sono finite in quella fabbrica». La testimonianza di Davide, padre di famiglia e saldatore specializzato reso disabile dai suoi datori di lavoro.

A cinquant’anni, ricominciare da capo non è semplice. Davide lo sa mentre prova a rientrare nel mercato del lavoro dopo la perdita della propria autonomia professionale. Quando riceve la chiamata di un’azienda metalmeccanica della provincia spezzina, pensa di aver trovato finalmente una via d’uscita. Cercano un saldatore esperto, autonomo, con anni di esperienza alle spalle. Esattamente il suo profilo. Quella che prometteva di essere una svolta, però, si è trasformata rapidamente in un’esperienza che oggi ha lasciato conseguenze permanenti sulla sua salute fisica e psicologica.

Come è iniziata questa storia?

«Quando sei disoccupato e percepisci l’ADI, ogni possibilità di lavoro sembra la luce in fondo al tunnel. L’azienda mi aveva cercato perché aveva bisogno di un saldatore specializzato, una figura senior. Pensavo che finalmente qualcuno riconoscesse la mia esperienza: ho trent’anni di lavoro alle spalle.

In quel periodo stavo per compiere 50 anni. L’azienda mi aveva detto che sarebbe stato utile per loro se io avessi lavorato avendoli già compiuti, perché così avrebbero avuto alcuni sgravi. Allora io ho detto, aspettiamo settembre. Ma loro avevano fretta che iniziassi subito. Così mi hanno assunto da stagista, da tirocinante. Per una persona con il mio percorso professionale è una cosa che fa già riflettere. Il mio C2 storico può parlare per me.»

Che tipo di lavoro svolgevi in officina?

«Saldatura pesante, TIG e filo continuo ad alto amperaggio. Chi fa questo mestiere sa bene quali sono i rischi: fumi tossici, radiazioni ultraviolette, rumore costante. Sono aspetti che richiedono protezioni adeguate.

Io ho chiesto più volte dispositivi idonei. Maschere ventilate PAPR, cuffie adeguate per il rumore, guanti specifici. Ma le mie richieste non hanno mai trovato risposta».

Davide descrive un ambiente in cui, progressivamente, la questione della sicurezza diventa un vero e proprio terreno di conflitto, che assume con velocità dei tratti intimidatori. Le richieste di protezione non vengono accolte come normali esigenze lavorative ma, a suo dire, vissute dall’azienda come una forma di contestazione.

Quando hai iniziato a capire che qualcosa non andava?

«Praticamente subito. Durante le visite con il medico competente mi rendevo conto che le mansioni effettive che svolgevo venivano minimizzate o non descritte correttamente. Sulla base di quei verbali l’azienda sosteneva che non fossero necessarie determinate protezioni.

Intanto io continuavo a lavorare respirando fumi che mi facevano sentire i polmoni in fiamme. Tornavo a casa con bruciature sulle mani, sui piedi, sulla testa. Piccole ustioni che si accumulavano giorno dopo giorno.»

Hai parlato di un clima di pressione psicologica.

«Sì. Ogni volta che chiedevo qualcosa che ritenevo un mio diritto – una maschera adeguata, un guanto più sicuro – la richiesta veniva trasformata in un problema. Ho iniziato a vivere una situazione fatta di minacce indirette, ritorsioni e continue vessazioni.

In alcuni momenti venivo anche spostato a mansioni che vivevo come umilianti, come la pulizia dell’officina» e in quelle occasioni racconta di aver subito anche derisioni e commenti denigratori. Non si trattava soltanto di sicurezza o organizzazione del lavoro: per lui era diventato un clima quotidiano di svalutazione personale.

«A novembre sono arrivati i primi sintomi: il fischio costante all’orecchio, la perdita delle alte frequenze, poi l’insonnia, l’ansia, gli attacchi di panico.»

C’è stato un momento preciso in cui tutto è precipitato?

«Sì. L’11 dicembre. Quel giorno mi venne assegnato quello che ho vissuto come un compito punitivo: martellare strutture metalliche per sette ore consecutive. Ricordo ancora la pressione, i toni, il clima. A un certo punto il mio corpo ha ceduto.

Per me quello non è stato soltanto un infortunio sul lavoro. È stato il punto di non ritorno.»

Oggi Davide non lavora più. La sua carriera di saldatore specializzato si è interrotta e la sua quotidianità ruota attorno a visite, terapie e percorsi riabilitativi.

Quali conseguenze ti ha lasciato questa esperienza?

«I referti parlano chiaro. Ho subito danni all’unico orecchio sano che mi era rimasto. I medici parlano della distruzione delle cellule ciliate e della necessità di affrontare un impianto cocleare.

Sono emersi anche segni compatibili con un enfisema centro-lobulare legato all’esposizione ai fumi. E poi c’è la parte psicologica: mi è stato diagnosticato un Disturbo da Stress Post-Traumatico. Seguo una terapia farmacologica importante soltanto per riuscire a dormire.»

Di questa storia, dice Davide, non si è mai interessato nessuno davvero. Né nel dibattito pubblico, né sui giornali locali, né in un percorso che andasse oltre la dimensione medica e burocratica. Una vicenda che, fino a questo momento, è rimasta chiusa nella sua esperienza personale e nei referti clinici.

Come è cambiata la tua vita?

«Le terapie e i malori mi impediscono persino di guidare. Vivo in una piccola frazione collinare e senza automobile diventa difficile fare qualsiasi cosa. Se non ci fossero i volontari e le ambulanze della Croce Verde sarei completamente isolato.»

A questo punto della conversazione il discorso si allarga inevitabilmente alle condizioni materiali dell’esistenza. Con Davide riflettiamo su cosa voglia dire – per davvero – percepire l’Assegno di Inclusione. «La gente non sa di cosa parla», ci diciamo a un certo punto, ed è una verità che scotta.

Nel corso della nostra chiacchierata emerge infatti un problema che riguarda il nostro Paese, ovvero questa tendenza tutta italiana a non parlare di soldi. Non solo di grandi ricchezze, ma neppure delle piccole cifre, di quelle che determinano concretamente la possibilità di mangiare, curarsi, pagare una bolletta o mettere benzina nell’auto. Questo silenzio attorno al denaro e una certa tendenza a mistificare chi riceve dei soldi statali rende difficile comprendere la condizione di povertà in cui vive una parte enorme della popolazione, probabilmente molto più vasta di quanto si immagini comunemente.

Proviamo allora a partire dai numeri. Secondo i dati INPS pubblicati all’inizio del 2026, l’Assegno di Inclusione viene percepito da circa 2 milioni di italiani. Sempre secondo gli stessi dati, si parlerebbe di oltre 900.000 nuclei familiari. L’importo medio si aggira intorno ai €690 mensili. Davide, oggi impossibilitato a lavorare a causa delle conseguenze che attribuisce all’esperienza vissuta in azienda e padre di una ragazza adolescente, percepisce invece circa €350 al mese.

Parliamo a lungo di questo divario tra la vita reale e le rappresentazioni ideologiche della povertà. E da qui emerge un dettaglio apparentemente marginale che invece racconta molto. Si parla dei pacchi alimentari e di ciò che contengono. Nei racconti pubblici sembrano spesso una soluzione immediata al problema del sostentamento; nella pratica, la questione è più complessa.

«Ho quasi venti chili di farina stipati in cucina» racconta Davide. «E non so bene cosa farmene.»

Nei pacchi arrivano grandi quantità di farina e zucchero, mentre altri prodotti risultano molto più rari. Ma il punto non è soltanto questo. Davide non dispone di un forno e, anche se lo avesse, accenderlo significherebbe affrontare un costo energetico che va calcolato attentamente.

Ci soffermiamo a lungo su questo aspetto perché per quanto inizialmente possa sembrare un dettaglio di poco conto, è ciò riporta il discorso alla sua dimensione più concreta. Prima delle certificazioni mediche, delle pratiche amministrative, dei codici diagnostici e delle procedure giudiziarie esiste una realtà materiale fatta di bisogni elementari. Mangiare, spostarsi, curarsi, mantenere una figlia. È in questo spazio, spesso invisibile nel dibattito pubblico, che si misura davvero il peso delle conseguenze che un infortunio o una malattia professionale possono avere sulla vita di una persona.

C’è qualcosa che senti di aver perso più di ogni altra cosa?

«La cosa che mi fa più male non sono i polmoni o l’udito. È vedere cosa tutto questo ha provocato a mia figlia. Sono il suo unico genitore. E un’adolescente ha bisogno di cose che non sono negoziabili: stabilità, presenza, possibilità, anche semplicemente normalità. Tutto questo ha un costo, non solo economico ma quotidiano. 

Il pensiero più pesante non è quello che è successo a me. È quello che sto vedendo riflesso su di lei. Quando un genitore cade, non cade mai da solo.

Vedere la serenità di una ragazza di tredici anni travolta da una situazione che non dipende da lei è il danno più difficile da accettare. 

Quando si parla di sicurezza sul lavoro si pensa sempre soltanto al lavoratore. Ma quando un lavoratore si ammala o si infortuna, le conseguenze colpiscono tutta la famiglia».

Cosa chiedi oggi?

«Chiedo soltanto che la giustizia faccia il suo corso presso la Procura della Repubblica. Vorrei che la sicurezza sul lavoro smettesse di essere considerata un costo da ridurre. E vorrei che nessun padre fosse costretto a pagare il pane per la propria famiglia con la propria salute o con la propria vita».

Autore

Aurora Inno

Aurora Inno

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