Su Netflix c’è la storia del Nibbio: un film per ricordarci che gli americani non sono nostri amici

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Il protagonista è un eroe, Nicola Calipari e lo interpreta Caludio Santamaria. È uscito da mesi, ma è passato quasi inosservato. Eppure, racconta una storia eloquente.
Nicola Calipari lavorava nei servizi segreti. Il suo compito era liberare ostaggi, gestire le crisi internazionali, in silenzio, senza clamore, per l’interesse del suo Paese. 

Nel marzo del 2005 parte in Iraq, consapevole di arrivare su un territorio dove si combatte una guerra assurda. Guerra sostenuta da un falso storico: la prova delle armi chimiche esibita da Colin Powell. Per gli iracheni gli occidentali erano tutti nemici, perché tutti noi abbiamo contribuito a quella guerra voluta dal governo americano con l’obiettivo di conquistare l’Iraq e deporre i rappresentanti sunniti. 

Giuliana Sgrena lavorava per Il Manifesto. Va in Iraq per documentare i crimini USA. Viene rapita comunque. Per salvare la giornalista il SISMI sceglie Nicola Calipari, un uomo che segue una linea diversa da quella che impongono gli americani. Per salvare Giuliana Sgrena bisogna trattare. Per porre fine alla guerra bisogna trattare. Così Calipari agisce indipendentemente dalla CIA. Tratta con un uomo d’affari sunnita che, nel film, addirittura, lo induce a riportare la possibilità al governo italiano di giocare un ruolo di mediazione tra USA e Iraq: qualcosa che durante la Prima Repubblica riuscivamo forse ancora a fare.
Nicola Capilari, nonostante un suo antagonista nel SISMI, Giulio Carbonaro, unico nome inventato all’interno del film, gli metta i bastoni tra le ruote, riesce a liberare Sgrena. Sulla strada verso l’aeroporto, accade l’inimmaginabile. Un checkpoint americano. I soldati aprono il fuoco. Senza avvertimento. Senza controllo. A 100 metri di distanza colpiscono l’auto con decine di proiettili. Calipari si getta su Sgrena per salvarla. E muore.

Gli americani parlano di errore. Di incomprensione. Di nebbia bellica. Ma non c’erano segnali, né stop visibili. Solo un uomo disarmato, colpito alla testa da un alleato. Non ci fu un’indagine degna. Nessuna scusa ufficiale. Nessuna giustizia. Il soldato responsabile non fu mai processato. Gli Stati Uniti non riconobbero colpe. L’Italia abbassò lo sguardo. Molte delle cose che sappiamo le dobbiamo al lavoro di Sgrena, di una parte dei servizi italiani, de Il Manifesto e di Wikileaks. Il governo Berlusconi si piegò al diktat americano, cioè quello di lasciare stare. I governi successivi fecero lo stesso. Gran parte della stampa anche.

La cosa più bella del film è il rapporto che si instaura tra Gabriele Polo, direttore de Il Manifesto, e Nicola Calipari, dirigente del SISMI. Due uomini diversi, politicamente diversi, ma con lo stesso obiettivo: la verità e l’autonomia del nostro Paese. Su Il Manifesto si possono trovare diversi articoli che ricostruiscono con onestà intellettuale questa storia, oltre che un’intervista realizzata da Giuliana Sgrena a Carlo Parolisi, vice di Calipari.  Prima della liberazione, i rapitori pronunciarono a Sgrena, queste parole:

«Noi abbiamo dato la nostra parola alla tua famiglia, ma gli americani non vogliono che tu torni viva».

Giuliana Sgrena scende da quell’aereo accompagnata da Marco Mancini, ancora in servizio all’epoca. Un volto che ritroveremo anni dopo con Matteo Renzi ad un autogrill. L’identità di Mancini fu rivelata alcuni mesi dopo dall’accaduto.  

C’è qualcosa di stonato nel silenzio che ha accompagnato Il Nibbio, il film che ricostruisce la morte di Nicola Calipari. Uscito da mesi, dimenticato in fretta. Come se quella storia desse ancora fastidio.
Dà fastidio ricordare che un funzionario dello Stato italiano è stato ucciso da fuoco americano. Non da un nemico, ma da un alleato. Non in battaglia, ma in un’operazione conclusa, mentre faceva rientro con un ostaggio liberato. Dà fastidio dire che non ci fu giustizia. Che l’Italia chiese conto, ma poi si fermò davanti al minimo muro alzato dagli Stati Uniti. Dà fastidio pensare che quella subordinazione ce la ebbe il governo Berlusconi, tutti i governi successivi e anche la stampa, tranne Il Manifesto, ovviamente.
Nessun processo, nessuna assunzione di responsabilità. Solo un incidente. Un errore tecnico. Una fatalità, come tante.

Claudio Santamaria interpreta Calipari con misura e rigore, restituendogli dignità e umanità senza eroismi di maniera. È un film sobrio, onesto, senza concessioni alla spettacolarizzazione. Eppure invisibile. Il problema è che questo tipo di “errori” si ripete. Che la gestione militare americana, in Iraq, in Afghanistan, ovunque, troppo spesso si fonda sull’arroganza della forza e sull’impunità garantita. E il nostro Paese, in quell’occasione come in altre, ha scelto la subordinazione diplomatica. Il silenzio come moneta di scambio.

Guardare Il Nibbio oggi non serve solo a fare memoria. Serve a porsi una domanda: quanto vale davvero la vita di un servitore dello Stato italiano, quando a premere il grilletto è un soldato americano? Un po’ come accadde un po’ di anni prima a Cermis. Finché non risponderemo a questo, continueremo a seppellire storie come quella di Calipari. E a fingere che la sovranità sia solo una parola.

Autore

Classe ‘98 come Mbappè, Totó e Leopardi. Cresciuto a Priverno in un piccolo paese in provincia di Latina. Mi piace il cinema, la musica e il calcio. Eterno indeciso (ho speso un sacco di tempo per scegliere la foto).

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