Come condannare l’imperialismo occidentale senza legittimare i regimi autocratici

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Le prime settimane del 2026 si sono aperte con due immagini già scolpite nell’immaginario mediatico collettivo: Nicolas Maduro, ormai ex presidente e dittatore del Venezuela, catturato e bendato a bordo della nave americana USS Iwo Jima, le strazianti riprese di centinaia di corpi di civili iraniani ammassati in sacchi neri nei pressi degli obitori di Teheran e le folle di cubani in coda ai distributori di benzina svuotati dal blocco statunitense imposto sul petrolio venezuelano. A queste si aggiungono, negli ultimi giorni, le riprese aeree della residenza della Guida Suprema Iraniana Ali Khamenei ridotta in macerie dagli “attacchi preventivi” di Stati Uniti e Israele, seguite dall’annuncio dell’avvenuta uccisione dello stesso. 

Tre paesi, Iran, Cuba e Venezuela, tre società e tre civiltà storicamente e culturalmente agli antipodi sono accomunate da due elementi: l’incombenza di forme, seppur istituzionalmente diverse, di autocrazie totalitarie e repressive come quelle dei leader Khamenei, Maduro, Díaz-Canel e l’avversione storica nei confronti degli Stati Uniti a favore di partenariati politico-commerciali con Cina e Russia. 

A nemmeno due mesi dalle proteste di massa iraniane sedate nel sangue dai pasdaran del regime, Donald Trump apparirà sugli schermi di tutto il mondo annunciando l’operazione “Epic Fury” – un massiccio attacco congiunto a diversi siti militari su tutto il territorio dell’Iran che prevede, tra i vari scenari, anche quello di un ampliamento del conflitto su scala regionale.

Per quanto riguarda il Venezuela, il quadro politico attuale è di vuoto istituzionale, fragilmente controllato dalla vicepresidente Delcy Rodriguez che non ha ancora indetto elezioni e con la quale l’amministrazione Trump sta tentando di raggiungere un accordo ancor prima che Maduro venisse destituito. Che cosa il presidente americano intendesse dichiarando che gli Stati Uniti avrebbero “gestito” il Venezuela non è ancora chiaro nella pratica ma gli scenari possibili sembrerebbero due: controllare il paese (e le sue riserve petrolifere) indirettamente tramite la compiacenza di Rodriguez o forzare un cambio di regime non escludendo l’intervento armato. 

In entrambi i casi staremmo assistendo a un rinnovato tentativo statunitense di interferire con i processi sociopolitici di governi antagonisti estendendo il proprio potere in chiave imperialista. Non a caso, il prossimo paese nel mirino del governo di Trump è Cuba, partner commerciale e alleato storico del Venezuela in cui il presidente Miguel Díaz-Canel ha avviato esercitazioni militari in risposta al recente blocco all’esportazione di petrolio venezuelano che sta innescando una crisi umanitaria nell’isola.

Iran e Palestina in Medio Oriente, Venezuela e Cuba in America Latina, gli avvenimenti geopolitici a cui stiamo assistendo riportano la memoria ai regime changes degli anni ’70 e ’90, con la differenza che questa volta le giustificazioni basate sull’esportazione di processi democratici non vengono neanche menzionate. Nonostante ciò, folle di manifestanti si stanno muovendo contro i regimi criminali prima citati vedendo nell’ingerenza statunitense una possibilità di rinascita e costituzione di strutture liberali e democratiche. Se da una parte i moti popolari a favore della destituzione dei propri dittatori sono una reazione necessaria al concepimento di nuove strutture politiche che favoriscano i diritti umani e civili, dall’altra è legittimo domandarsi se ciò possa essere giustificato tramite azioni esterne potenzialmente illegittime o illegali.  

Le due operazioni militari statunitensi in Venezuela e Iran, per esempio, hanno rappresentato una chiara violazione dell’articolo 2 dello Statuto delle Nazioni Unite che prevede l’uso della forza contro un altro paese solo se autorizzato dal Consiglio di Sicurezza. Inoltre, diversi membri della Camera e del Senato stanno denunciando l’illegittimità delle manovre belliche di Trump che, aggirando il voto del Congresso, sono in aperto contrasto con l’articolo I della Costituzione degli Stati Uniti. Le goffe motivazioni ufficiali dell’amministrazione Trump legate alla lotta al narcotraffico o alle imminenti minacce nucleari, inoltre, non si riferiscono ad alcuna situazione concreta che rappresenti una crisi di sicurezza interna – altro criterio di legittimità espresso dallo Statuto ONU – e portano piuttosto la memoria al 2003 e alle infondate accuse di progettazione di armi di distruzione di massa servite per invadere l’Iraq di Saddam Hussein. 

Il diritto all’autodeterminazione dei popoli sancito dalla stessa Carta delle Nazioni Unite si riferisce non solo a un concetto giuridico ma alla nozione filosofico-morale concepita a partire dall’Illuminismo che legittima il popolo, prima di qualsiasi altro soggetto interno o esterno, a scegliere liberamente il proprio assetto sociale, politico ed economico senza coercizione o interferenze di terzi. 

Hannah Arendt, nel suo saggio “Sulle rivoluzioni” del 1963, introduce una separazione concettuale tra liberazione e libertà, la prima intesa come semplice strumento di abbattimento di una struttura politica sotto pressione popolare e la seconda come un processo di costruzione di un nuovo ordinamento che garantisca il mantenimento dei diritti umani e civili fondamentali. Il semplice cambio di regime tramite la deposizione o la sostituzione di un corpo politico è quindi condizione necessaria ma non sufficiente per perseguire gli obiettivi di stabilità e benessere sociali promossi dalle democrazie occidentali. 

La libertà dei popoli non deriva direttamente dalla rimozione del soggetto che la opprime quanto piuttosto dalla compresenza di strutture ideologiche, culturali, morali e coscienza collettiva che possono svilupparsi solo internamente alla società affinché essa si autodetermini. Non è necessario riavvolgere il nastro della storia di venti o trent’anni per ricordare i fallimenti della “democratizzazione” dei regimi mediorientali. Basta guardare a esempi recenti come l’intervento in Libia i cui disastrosi esiti continuano ad alimentare morti e sofferenze a quindici anni di distanza. 

Gli stessi ribelli libici che nell’Agosto 2011 festeggiarono l’eliminazione del generale Gheddafi giocando a calcio con la testa decapitata da una sua statua si ritroveranno a combattere guerre intestine per quasi l’intero decennio successivo. In seguito al primo intervento militare di Stati Uniti, Francia e Regno Unito mirato a risolvere la guerra civile scoppiata in Libia contro la dittatura quarantennale del colonnello Mu’ammar Gheddafi – che porterà alla cattura e uccisione dello stesso pochi mesi dopo – le piazze gremite dalle celebrazioni per un nuovo futuro politico torneranno teatro di una seconda guerra civile neanche tre anni dopo. Ad oggi la Libia, nonostante l’accordo di un cessate il fuoco imposto dall’ONU nel 2020, continua ad essere dilaniata da conflitti interni tra fazioni regionali opposte e il governo è guidato da un consiglio provvisorio pressoché impotente. 

Come ci ricorda David Graeber in “Democracy Project”, la democrazia liberale non è un mero insieme di istituzioni formali replicabili o esportabili in altri contesti, quanto piuttosto la pratica costante di azioni, decisioni e dialoghi collettivi che cominciano dal basso per investire gradualmente tutta la società. I moti popolari che stanno travolgendo il Venezuela, Cuba e soprattutto l’Iran, seppur spontanei e indipendenti, potrebbero quindi produrre risultati a lungo termine incerti ed eterogenei. L’interferenza statunitense (e, per estensione, occidentale), quando intensificata e utilizzata per scopi puramente strategici rischia di inquinare, se non di rallentare, il processo di transizione da liberazione a libertà di gruppi umani sottomessi da decenni. La pluralità e l’autenticità con cui centinaia di migliaia di iraniani stanno al momento resistendo contro gli orrori della repressione del regime degli Ayatollah ci mostrano le potenzialità di un processo di emancipazione storico fondamentale per il ripristino di istituzioni pluraliste e libertarie. Nel frattempo, però, decine di navi da guerra statunitensi sono state dispiegate nel golfo persico e Trump si dice pronto ad intensificare gli attacchi missilistici già in atto suggerendo di fatto un intervento militare su ampia scala in coordinamento con le forze israeliane. Una possibilità sempre più concreta che porterebbe, ancora una volta, l’intera regione al collasso e allo stillicidio di un conflitto permanente.

In Medioriente come in Sudamerica, il vecchio mondo sembra stia per sgretolarsi lasciando lo spazio a nuove prospettive politiche per i popoli assoggettati alle tirannie delle fragili autocrazie regionali. I “mostri” generati da questi vuoti, parafrasando le famose parole di Gramsci, i rischi di eventuali degenerazioni sociopolitiche, sono ombre che incombono sullo scenario attuale e di cui non solo gli Stati Uniti, ma l’occidente tutto inclusa l’Unione Europea hanno una responsabilità storica che non deve essere dimenticata.

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