Jean-Paul Sartre e Simone De Beauvoir: un amore alla finestra

Il rapporto di Jean-Paul Sartre e Simone De Beauvoir non fu di certo esclusivo, parliamoci chiaro. Si conobbero durante gli anni universitari della Sorbonne, alla facoltà di filosofia, frequentata anche da grandi nomi come Focault e Derrida, e il loro sodalizio prima di essere sentimentale fu soprattutto letterario, intellettuale, stimolante. Quasi fossero l’uno la linfa dell’altro.

Non si sposarono mai, entrambi smaniosi di fuggire la monotonia convenzionale di qualsiasi istituzione preconcetta. Piuttosto stipularono un contratto rinnovabile ogni due anni in cui la parola d’ordine era solamente una: infedeltà reciproca e manifesta. Sicuramente un rapporto discutibile, spesso non compreso da molti, ma non per questo meno vero: alla base di tutto c’era una sincerità disarmante, la stessa che ha mantenuto stretto a doppio nodo il filo che li ha legati per la vita.

Jean-Paul Sartre era un uomo dai mille volti. Nato agli inizi del secolo novecentesco, si laureò in filosofia nel 1929 a Parigi. Ma la Seconda guerra mondiale era alle porte e minacciava il suo libero pensiero: venne chiamato alle armi per difendere la sua patria, la Francia, e presto fatto prigioniero dai tedeschi in Lorena nel 1940. Fu internato in un campo di concentramento per soldati nemici a Treviri dove scrisse l’opera teatrale Bariona o il figlio del tuono, a testimonianza del suo genio creativo anche in situazioni di sofferenza. Perché di una sofferenza come quella dell’esperienza della guerra non è possibile liberarsi e, infatti, una malinconia di fondo medierà sempre la sua penna, caratterizzando i suoi scritti del domani.

Il suo momento di gloria arrivò dopo la liberazione. È nel 1945 che Sartre fonda la rivista politica, filosofica e letteraria Les temps modernes in cui dichiara che «lo scrittore è "in situazione" della sua epoca»: come fosse in funzione del tempo, al passo con l’anno che vive, scatenando uno dei più proliferi dibattiti culturali e sociali del XX secolo.

Padre dell’esistenzialismo, credeva profondamente in un umanesimo ateo in cui ognuno è libero e responsabile delle proprie scelte. Non a caso per Sartre «ogni parola ha conseguenze. Ogni silenzio anche». Ed è per questo ed in questo che parole e silenzi si fondono nel suo amore per Simone De Beauvoir, icona del femminismo e paladina dei diritti delle donne fin da sempre.

Lui la chiamava affettuosamente la sua “beaver”, castoro, perché instancabile e infaticabile nel costruire. Che cosa? Tutto. L’arte, la poesia e la vita. Anche quella dello stesso Sartre. Una condivisione intellettuale la loro, prima ancora che fisica, un amore che ha dato tanto alla letteratura: 50 anni fatti di passione e spirito, tormento e profondità, immersi tra pareri letterari e cognac nei cafè parigini, ma mai sotto lo stesso tetto.

Avverso a qualsiasi tipo di gerarchia, legame sociale, regole da osservare o da imporre, lo spirito libero francese rifiutò anche il massimo riconoscimento artistico-culturale, il premio Nobel. Ebbene sì. Nel 1964 ricevette il Nobel per la letteratura (anche per la sua autobiografia Le parole) e non esitò neanche un minuto a rimandarlo indietro, dato che «nessun uomo merita di essere consacrato da vivo»: è solamente con il sopraggiungere della morte che il mondo potrà effettivamente esprimere un giudizio sul valore di un letterato. Geniale, a dir poco.

Tratti di asocialità ed egocentrismo dipingono la figura di Sartre: il suo strabismo fin dall’infanzia gli causa gravi problemi, oltre alla sindrome di Asperger, della quale si sospetta che lo scrittore fosse affetto.

Furono però gli anni ‘60/’80 i più critici per le sue condizioni di salute: logorato da alcool, fumo e uso di anfetamine, verrà colpito da un ictus che gli comporterà la perdita della vista, fino al 1980 quando un edema polmonare priverà il mondo di una delle più grandi personalità del Novecento. Era il 15 aprile di 41 anni fa.

Simone de Beauvoir al funerale di Jean-Paul Sartre

In suo onore, Simone De Beauvoir scriverà La cerimonia degli addii (1982), ringraziandolo perché «è già bello che le nostre vite abbiano potuto essere in sintonia così a lungo». Di lì a poco, nel 1986, lei lo avrebbe raggiunto in chissà quale punto a metà tra stelle e terra, l’unica che oggi li ospita insieme, a Montparnasse.

E se davvero è necessaria la morte per giudicare la grandezza di uno scrittore, credo che oggi quel premio Nobel, Sartre, ti spetterebbe di diritto.

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