Le marce No Vax testimoniano il fallimento dell'informazione mediatica

Spesso, per accreditare le nostre convinzioni, ricerchiamo una sorta di conferma nella saggezza degli antichi. In questi giorni, sui social, è infatti molto diffusa una frase, attribuita a Tucidide, che è stata ripresa da più parti: «La paura della peste distrusse Atene, non la peste».

Tradotto nel linguaggio contemporaneo, significa essenzialmente che la paura del Covid è più nociva del virus stesso. Sulla considerazione si può anche essere d’accordo – o perlomeno discutere – ma con un’unica riserva: quella frase, il povero Tucidide, non l’ha mai pronunciata. Dunque, la ricerca dell’eloquenza del classico si trasforma in un boomerang letale. Gli esempi da fare potrebbero essere davvero migliaia, e finirebbero col trasformare questo articolo in un’inutile campagna accusatoria contro i No Vax. Ciò che invece conta sottolineare è l’ennesima mancanza di comunicazione tra la popolazione e i mezzi di comunicazione, colpevoli, in queste settimane, di aver trattato la tematica dei vaccini con eccessiva ambiguità.

La ripresa dei movimenti No Vax e No Mask

No Vax a Londra

Negli Stati Uniti, in Germania, Svizzera, Austria, in Inghilterra e in Italia nelle scorse settimane abbiamo visto una ripresa di questi movimenti. Quando scendono in strada, le mascherine indossate dai No Vax sono pochissime. Qualcuno preferisce la maschera di V per Vendetta. L’obiettivo delle proteste, sostanzialmente, è lo stesso ovunque e racchiude varie correnti: da chi chiede – con assoluta legittimità – tutele per il proprio lavoro, a chi non crede nell’efficacia dei vaccini, a chi considera inutile l’uso della mascherina e chi non crede nell’esistenza stessa del virus. Nei giorni in cui mezza Europa ha bloccato la vaccinazione con Astrazeneca, la riunione di queste folle nelle piazze ha avuto un’accelerazione importante. La paura (fa riflettere che in alcuni comuni d’Italia i manifestanti si riuniscano in un movimento chiamato No paura day) a un malcontento diffuso, causato da una serie di misure governative considerate eccessivamente repressive, ha condotto direttamente all’immagine della piazza in rivolta.

La rabbia sociale, quindi, mai come in questi mesi sta toccando livelli elevatissimi: a chi fa informazione spetterebbe, dunque, il compito di disinnescare e di rassicurarci. Un doppio compito che soddisferebbe tutti quanti: da un lato chi, scarsamente tutelato da un punto di vista lavorativo, avrebbe le risposte adeguate; dall’altro lato gli scettici, gli irriducibili, quelli che credono che tutto questo sia solo un modo subdolo per instaurare una dittatura sanitaria comprenderebbero la reale portata nefasta di questo virus, che da un anno a questa parte condiziona in negativo le nostre vite.

E invece si mantiene sempre una zona d’ombra, dove, chi vuole, sguazza liberamente e produce verità individuali.

La colpa dei media

Di esempi da fare, purtroppo, ce ne sono tanti. Per quanto riguarda il lavoro, si pensi solo a tutta la questione sugli impianti sciistici e alle relative comunicazioni dell’ultimo minuto; ancor più recenti, invece, sono le notizie sui morti in seguito alle vaccinazioni.

Attenzione: i media ufficiali non intendono affatto disinformare: Ciò che si ricerca è il tono enfatico, un titolo sensazionalistico, una notizia d’attualità che rompa l’ordine e sia cliccata da migliaia di utenti.

Per questo, se una persona riceve una dose di vaccino alle 15:30 e alle 18:30 muore – per chissà quale motivo – il giorno dopo il giornale titolerà «un uomo muore dopo aver ricevuto una dose di vaccino». E solo nelle ultime righe si preciserà che, al momento, non vi è alcuna connessione tra vaccino somministrato e il decesso. Ma in quello spazio che divide il titolo dalle ultime battute, mezza Nazione è entrata nel panico più totale.

Se ci si ferma solo al titolo (come spesso accade) però, si capisce che la questione diventa estremamente delicata. È chiaro a tutti che in un momento del genere, in cui la relazione col mondo passa quasi esclusivamente attraverso i mezzi di comunicazione, l’incarico dei media a fornire un’informazione di qualità diventa la sfida del secolo.

E, ancora, è evidente poi che chi riceve la notizia deve imparare a riconoscere il gioco subdolo e disinnescarlo.

Magari iniziando a non attribuire a personaggi illustri frasi che, probabilmente, non hanno neppure mai pensato.

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