Ad agosto 2026 il professore Eugenio Mazzarella, docente di Filosofia presso l’Università Federico II di Napoli, ha lanciato una campagna per l’assegnazione del Nobel per la Pace allɜ bambinɜ palestinesi, sottoscritta anche da diversɜ esponenti politicɜ, tra cui Nicola Fratoianni, Laura Boldrini, Elly Schlein e i loro partiti.
Nonostante questa idea sia stata presentata come un atto di responsabilità, le concrete posizioni di questi partiti e dellɜ loro rappresentanti nei confronti della questione palestinese, così come le reali origini dei premi Nobel, dimostrano come questo non sia altro che l’ennesimo posizionamento coloniale e complice.
I premi Nobel originano dalla volontà e dal capitale dell’industriale, chimico e inventore svedese Alfred Nobel. Furono assegnati per la prima volta nel 1901, inizialmente comprendendo quelli per la pace, per la letteratura, per la fisiologia o medicina, per la chimica e per la fisica; quello per l’economia venne aggiunto nel 1968. La gloria di Nobel, così come le fonti del suo patrimonio poi utilizzato per la creazione della fondazione che ha istituito i premi, sono indissolubilmente legati al colonialismo e all’imperialismo europei. Non solo: li hanno rivoluzionati.
Nobel divenne famoso per aver brevettato la dinamite nel 1867: uno strumento imprescindibile per lo sfruttamento estremo delle miniere d’oro, di diamanti e di minerali nei paesi invasi dal colonialismo europeo, in particolare in quelli dell’Africa subsahariana. Tramite il guadagno prodotto dall’utilizzo della dinamite, i due fratelli di Nobel, Ludvig e Robert Nobel, crearono nel 1879 a Baku – nell’attuale Azerbaigian, ai tempi territorio annesso all’Impero Russo -, la Branobel, una delle più redditizie compagnie petrolifere della fine del XIX e dell’inizio XX secolo.
Nel 1888, il quotidiano francese Le Figaro pubblicò un articolo necrologico errato su Alfred Nobel, scambiandolo per l’appena defunto fratello Ludvig, dal titolo “Il mercante di morte è morto”. Nobel si disse estremamente dispiaciuto e preoccupato per le proprie colpe e decise che, post mortem, il suo patrimonio avrebbe finanziato dei premi da assegnare a persone che avevano portato in cinque campi diversi dei cambiamenti per l’umanità. Eppure, nel 1894, poco prima della sua morte, Nobel acquistò la Bofors, un’azienda svedese che produceva acciaio e pezzi d’artiglieria. Grazie ai suoi profitti, Nobel la rese un’internazionale industria chimica e bellica, dove continuò a perfezionare armi, munizioni ed esplosivi utilizzati su larga scala nelle dominazioni coloniali.
È evidente come la presa di posizione di Nobel rispetto al proprio operato – oltre ad essere stata sostenuta dopo aver drasticamente incrementato l’effetto di molti strumenti mortali del colonialismo e aver espanso i suoi profitti tramite l’estrazionismo petrolifero – era puramente di facciata. Così come il loro fondatore ha cercato di modificare la propria immagine ed identità coloniali tramite la creazione di dei premi – di cui circa l’83% è stato assegnato ad occidentali – così ad oggi parte della nostra politica tenta di fare lo stesso, ipotizzando di dare il Nobel per la Pace allɜ bambinɜ palestinesi.
Le problematicità di questa proposta non risiedono solamente nelle origini dei Nobel e nell’eredità mortale del loro fondatore. L’itensificazione del genocidio del popolo palestinese, tra i tranti strumenti, ne comprende due ben precisi: l’infanticidio e lo scolasticidio. Lɜ bambinɜ palestinesi non stanno soltanto vivendo un olocausto: sono tra le fasce di popolazione più appositamente colpite dal progetto sionista, in quanto la distruzione generazionale della Palestina è uno dei suoi obiettivi primari.
“Israele” sta tentando di cancellare intere generazioni di bambinɜ e adolescenti palestinesi, non solo tramite lo sterminio – persino di neonatɜ nelle incubatrici mortɜ per ipotermia e feti non ancora venuti al mondo – e la disabilizzazione fisici, ma anche attraverso la dissoluzione dei loro nuclei familiari, la distruzione di qualsiasi tipo di infrastruttura sanitaria, abitativa, stradale, tramite la creazione di condizioni eco-ambientali invivibili, tramite la detenzione militare ed amministrativa e un costante e ininterrotto terrore psico-emotivo. Lɜ bambinɜ e lɜ adolescenti palestinesi sono statɜ deumanizzatɜ alla radice, utilizzatɜ come scudi umani, torturatɜ per torturare i loro genitori, stupratɜ, ammazzatɜ con bombe che sembravano giocattoli mentre andavano a prendere la farina da portare a casa, fattɜ uccidere da cani o da 355 colpi d’arma da fuoco.
In aggiunta, la cancellazione della quasi totalità degli istituti scolastici e dei complessi universitari di Gaza dimostra come l’intenzione sia anche quella di annientare l’autodeterminazione personale e collettiva delle giovani generazioni, privandole della possibilità di accedere a percorsi di studio, alla storia, alla memoria, alla testimonianza. Alla resistenza.
La psicoterapeuta e psichiatra palestinese Samah Jabr, all’interno del suo articolo “Scolpire la liberazione. Le storie di Marco Cavallo e del Cavallo di Battaglia di Jenin”, porta come esempio l’opera del Cavallo di Al-Hissan – costruita dallз bambinз del campo profughi di Jenin e dall’artista tedesco Thomas Klipper a seguito di un massacro di civili palestinesi avvenuto nell’aprile del 2002 nel campo e distrutta nel gennaio del 2023 sempre dalla violenza sionista – spiega come nella lotta di liberazione della Palestina il simbolo sia fondamentale, in quanto rappresenta, tutela e tramanda radici, ricordi e racconti.
In un contesto di regime coloniale genocidario, il simbolo diventa uno scrigno per custodire e collettivizzare la vita, la reazione al trauma imposto, la capacità di continuare ad immaginare, condividere e lottare. La kefiah è uno dei simboli più conosciuti e condivisi internazionalmente della lotta della liberazione della Palestina, così come la bandiera stessa. Dunque, non è il simbolo di per sé ad essere problematico se nasce e viene coltivato dalle stesse persone che stanno vivendo l’oppressione. Esso diventa fallace e privo di significato – o, per meglio dire, dotato del senso opposto – quando origina da culture coloniali e complici come l’Italia e viene utilizzato come strumento di depoliticizzazione di un genocidio ancora del tutto in atto e finanziato dall’interno.
In questo contesto, il simbolo diventa un artefatto per non proporre soluzioni concrete che smantellino realmente le possibilità di “israele” di continuare ad attuare il genocidio palestinese, per cancellare prese di posizione precedenti, per ripulirsi l’immagine pubblica e per tentare di passare alla storia come lɜ buonɜ.
Da ottobre 2023, Partito Democratico e Alleanza Verdi Sinistra, non hanno fatto altro che criticare il governo Netanyahu, senza mai ripudiare il progetto sionista di per sè, senza riconoscere la storicità della pulizia etnica e del genocidio in Palestina e senza mettere in dubbio la liceità di uno Stato teocratico, suprematista e terrorista. Hanno sempre criminalizzato la resistenza armata palestinese, nonostante essa sia legittimata perfino dal diritto internazionale e nonostante esaltino ogni 25 aprile quella italiana.
Nicola Fratoianni, leader di AVS, ha esplicitamente condannato figure storiche della lotta palestinese in Italia come Mohammad Hannoun e Riyad Al Bustanji, difendendone l’arresto e rigettando qualsiasi legame con loro. PD e AVS non hanno mai speso mezza parola per i prigionieri politici palestinesi come Anan Yaeesh, o per le persone palestinesi detenute nei lager di Stato – Centri di Permanenza per il Rimpatrio. Perché a personaggi come Schlein e Fratoianni la liberazione della Palestina piace solo in teoria, ma non nella pratica come processo concreto e quotidiano di decolonizzazione.
Anche la rete di insegnanti “Docenti per Gaza” è uscita con un comunicato sul perché non aderirà alla petizione proposta, richiamando l’Italia a responsabilizzarsi con azioni concrete rispetto alla propria complicità verso il genocidio del popolo palestinese e non tramite l’assegnazione di un premio inutile e puramente di facciata.
La proposta di questo Nobel contiene un messaggio ben preciso: siate bravɜ bambinɜ che ricercano la pace, siate la vittima eterna utile allo sguardo bianco per deresponsabilizzarsi della propria attiva e indiscussa complicità. Non resistete.
Ma non può esistere alcuna pace sotto occupazione, sotto un potere coloniale, durante un genocidio, senza giustizia. Non può esistere alcuna pace senza una liberazione totale delle terre e delle persone palestinesi, senza il diritto al ritorno, senza la restituzione. Non può esistere alcuna pace fino a quando permetteremo ad un’entità inventata a tavolino, basata sul suprematismo etnico, di continuare ad esistere. Non può esistere alcuna pace dettata dal razzismo e dagli obiettivi occidentali.
Per tenere alta l’attenzione sulla Palestina non servono premi, basterebbe dare spazio e ascoltare tutte le persone palestinesi e italo-palestinesi che continuano a tenere alte le loro voci e a diffondere informazione e cultura decoloniale, nonostante i perenni tentativi di silenziamento. Lɜ bambinɜ palestinesi non hanno bisogno del Nobel per la Pace, hanno bisogno che l’Italia cessi immediatamente qualsiasi relazione con “israele” e che riconosca la storicità e le radici politiche della questione palestinese; hanno bisogno che ogni forma di resistenza del loro popolo venga riconosciuta come legittima difesa contro un’oppressione che dura ininterrottamente dal 1948.
Lɜ bambinɜ palestinesi hanno bisogno che tutto il mondo sia indissolubilmente antisionista nei fatti.
Autore
Camilla Ponti
Autrice
Camilla Ponti è una psicoterapeuta che si occupa di psicologia decoloniale e abolizionista