Da piccola immaginavo che Dolly Parton fosse mia zia

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Da piccola immaginavo che Dolly Parton fosse mia zia. Chiudevo gli occhi e la vedevo sul viale di casa mia con un braccio fuori dalla sua Cadillac Eldorado rosa confetto del ’75 che, abbassandosi gli occhiali e fischiando, mi invitava a salire. Giravamo Roma insieme e mi faceva avere quello che la mia educazione cattolica, i miei dizionari di latino e greco e i miei capi scout dei Santissimi Angeli Custodi non mi permettevano di desiderare: un Martini ghiacciato al bancone di un bar indossando un bustino in vinile rosa shocking, un’acrobazia sul cavallo più appaloosa che esista, un appuntamento con il Dr. Montgomery per un po’ di tossina botulinica preventiva.

Chi l’avrebbe mai detto che il country, per qualcuno, sarebbe stato la musica della rivoluzione? Un genere fatto di rocamboleschi virtuosismi di banjo, accordi minori che pizzicano la pancia, twang di chitarre resofoniche e suoni che si reggono tutti sul gioco, sul ritmo battuto col tacco. Ma mentre il vinile girava e Dolly si arrampicava su quelle note, le ragazze d’America — e poi di tutto il mondo — muovevano il sedere provando i tacchi delle mamme casalinghe, prima che i padri rientrassero dal lavoro e pretendessero la cena in tavola. E poi gliele dessero di santa ragione per quella femminilità spregiudicata, vietata persino tra le quattro mura domestiche. E così ho iniziato a seguire ogni sua mossa, come una vestale segue la sua Atena durante il rito di iniziazione.

Così fu lei a insegnarmi a essere femminista prima di tutte, con le sue cose pompose e i suoi bigodini. Perché anche un ombretto azzurro può diventare il manifesto di una ribellione, e persino una giarrettiera da quattro soldi può fare un quarantotto.

E seduta oggi nella stessa cameretta di quindici anni fa, tornata per rispolverare i vecchi CD, piango con tutte le mie lacrime il suo ricordo, i nostri sogni insieme, e ripenso a quando le ho promesso che avrei messo il push up per tutta la vita. Sono stata una traditrice.

Se l’avessi incontrata oggi non avrei avuto la libertà di essere se stesse che solo una bambina può riconoscere. L’avrei tacciata di favoreggiamento al maschilismo, probabilmente, così stonata nel panorama della femminista austera che osanna Simone de Beauvoir, eccedente rispetto al rigore degli anni Settanta e alle sue storiche lotte per la parità. Ma la verità è che Dolly era sempre un passo avanti. Come se con quel sorriso rassicurante appeso sopra al letto avesse voluto dirmi: «Guarda che la strada della storia è proprio quella che non è ancora stata battuta». Lei che indossava l’autoreggente ispirandosi all’unico modello di donna-angelo che aveva potuto ammirare durante l’infanzia: quello della prostituta del paese, “orgogliosamente artificiale, ma profondamente autentica”.

Con quella sua corazza di paillettes, Dolly ci ha insegnato che l’artificio può essere uno strumento nelle mani delle comunità marginalizzate, può essere un abito cucito su misura per andare in scena e dire al mondo: «Scelgo io chi voglio essere e da oggi sono questa cosa qua. Artificio, quindi, come definizione pura di identità. Questo concetto è profondamente rivoluzionario. La donna, da sempre colei che utilizzava l’artificio per tradire, per ingannare, custode della mistificazione, si riappropriava del significato della finzione per dire che non c’è niente di più vero di una bella maschera. Perché è la finzione stessa a renderci noi stesse, ad espletare il compito di riportare a galla il nostro vero io ribelle.

E allora Dolly ci ha insegnato molto più di quanto oggi siamo persino vicine a concepire. Ci ha mostrato che la libertà non chiede permessi grammaticali e non si pettina per compiacere l’accademia. La sua eredità deve aprirci la strada ogni volta che rischiamo di non essere prese sul serio, ogni volta che veniamo tacciate di essere vezzose, futili, scialbe, scemotte, frivole, bambolotte da avanspettacolo o contadinotte sprovvedute.

Dolly ci ha regalato il diritto di essere rumorose, eccessive e spudoratamente padrone del nostro corpo e della nostra narrazione. Ci ha insegnato che si può costruire un impero economico senza mai smettere di ridere in faccia al patriarcato e del capitalismo, e che non c’è niente di più politico del rifiuto di farsi rimpicciolire per entrare nella scatola di qualcun altro. Per questo, ogni volta che il mondo cerca di spiegarci come dovremmo essere per meritarci rispetto, basta alzare il volume, allacciarsi un paio di tacchi vertiginosi e ricordare a tutti che la rivoluzione più grande è non chiedere mai scusa per chi si sceglie di essere.

Autore

Maria Chiara Cicolani

Maria Chiara Cicolani

Vice Direttrice

Mi sono laureata in Filosofia a Roma. Ho vissuto per un po’ tra i fiordi norvegesi di Bergen e prima di questa esperienza mi reputavo meteoropatica, ora non più. Mi piace la montagna, ma un po’ anche il mare. Il mio romanzo preferito è il Manifesto del Partito Comunista e amo raccontare le storie.

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