La parola confine dal latino confinium (con- “insieme” e finis “termine”, “limite”), nel suo significato originario indicherebbe una conclusione di comune accordo per entrambe le parti. Oggi, invece, ci induce a pensare ad una linea che divide, che crea discontinuità tra gli spazi e allontana le persone tra loro. È un elemento così imperante da trascendere l’aspetto geopolitico per attestarsi sulla dimensione identitaria, diventando causa di inquietudini e disuguaglianze per intere comunità. Prende vita da questa prospettiva l’arte di Mona Hatoum, artista contemporanea multidisciplinare le cui opere sono state recentemente esposte in diverse parti d’Italia, tra cui Fondazione Prada a Milano, Castello di Rivoli nel torinese e Museo Nivola di Orani (Nuoro).
Hatoum nasce nel 1952 a Beirut, da genitori palestinesi in fuga. Ventitré anni dopo, in seguito allo scoppio della guerra civile in Libano, è costretta a migrare nuovamente e a stabilirsi a Londra, dove intraprende studi artistici con i quali approfondisce tematiche di genere, razza, conflitti e politiche di controllo. Grazie a forme d’arte pluridisciplinari – che vanno dalle più contemporanee come video e performance, alle più tradizionali come il disegno e la scultura – Hatoum ha modo di portare in scena la fragilità della vita, resa vulnerabile dagli assetti geopolitici decisi dall’Occidente.
La sua arte è fortemente politicizzata e denuncia, tra le altre cose, quella precarietà scaturita dai confini imposti in modo unidirezionale, per gli interessi di chi sta dalla parte “giusta” della frontiera. È quello che descrive senza mezzi termini in Present Tense (1996, Tate Modern), installazione creata con centinaia di saponette di olio d’oliva – prodotto tradizionale della cultura palestinese – disposte a terra e decorate con perline di vetro rosse che ripercorrono i confini stabiliti dagli accordi di Oslo nel 1993 tra Palestina e Israele. Confini instabili e precari come lo stesso materiale usato: il sapone, infatti, è soggetto ad usura e destinato a scomparire con gli utilizzi frequenti. Ritorna sul tema nel 2012 con Twelve Windows, opera recentemente esposta al Museo Nivola, composta da 12 pannelli di tessuto appesi a dei cavi metallici con semplici mollette da bucato. Ogni pannello è ricamato secondo la tecnica del Tatreez da donne palestinesi dell’associazione libanese Inaash e rappresenta delle finestre corrispondenti a città o luoghi precisi della Palestina. L’installazione costruisce una mappa i cui cavi diventano barriere visive e fisiche che evocano il tema dell’abbandono forzato della propria patria – il cui unico legame residuo è di tipo culturale, come la preziosa arte del ricamo ricorda. Nel 2025 il tema delle frontiere viene affrontato in modo ancora più crudo mediante l’uso di materiali decisamente meno decorativi. È il caso di Divide e Mirror: la prima è composta da un paravento ospedaliero di tre pannelli in acciaio rivestiti da filo spinato. L’oggetto, la cui solita funzione è proteggere e garantire privacy, diventa una barriera insormontabile che intrappola chi la guarda. Mirror tradisce il significato del suo titolo già nell’essenza: la scultura a parete è composta da barre d’acciaio incastonate in una base di cemento armato. I materiali estremamente opachi fanno di tutto tranne che riflettere l’immagine di chi si “specchia”, anzi imprigionano l’anima e restituiscono un alienante senso del limite.
Dunque, il tema dello sradicamento è una costante nel lavoro di Mona Hatoum. Quella che avrebbe dovuto essere una permanenza temporanea a Londra diventa un esilio che costringe l’artista a restare fisicamente in un luogo senza mai sviluppare un senso di appartenenza. Nelle sue opere la frontiera perde la forma di un semplice tracciato e diventa un ostacolo che condiziona il movimento. Dalla carta geografica la linea si sposta sul corpo dell’artista, ridefinendone la percezione di sé e la propria collocazione nel mondo. Mettendo in discussione oggetti quotidiani e spazi familiari, l’artista proietta questa condizione anche sullo spettatore che percepisce l’instabilità come un’esperienza collettiva. Il confine da un lato rappresenta lo scudo che protegge l’identità e alimenta un senso di appartenenza condiviso, dall’altro rischia di trasformarsi in un muro che esclude e traccia una linea d’ombra tra chi sta dentro e chi resta fuori.
Le opere di Mona Hatoum si rivelano sempre più necessarie in un’Europa che, da sempre, sfrutta a suo favore il concetto di confine, andando oltre il limite territoriale e fisico tra due Stati. La frontiera si articola nella vita di tutti i giorni: può essere una recinzione, un checkpoint, un controllo documentale, un centro di rimpatrio o, soprattutto, la distinzione tra cittadini e stranieri, tra chi è considerato “integrabile” e chi viene percepito irrimediabilmente estraneo, tra chi appartiene a un luogo e chi, pur vivendoci, viene continuamente ricondotto altrove.
Le narrazioni politiche tracciano il confine all’interno della società, stabiliscono chi può entrare, chi può restare e chi può essere riconosciuto parte di una comunità.
Il termine remigration rilanciato dall’estrema destra europea porta questa logica alle sue conseguenze più radicali. In alcune declinazioni arriva a mettere in discussione l’appartenenza di persone migranti, naturalizzate o persino nate in Europa e le considera estranee alla comunità nazionale. La stessa frontiera che delimita uno spazio di sicurezza e sovranità è anche uno strumento di separazione, che dimostra come il limite fisico o sociale non sia mai un semplice tracciato geografico, sia invece più simile ad un equilibrio precario sospeso tra inclusione ed emarginazione. Ma chi ha il potere di stabilire dove inizia e dove finisce una comunità?
Autori
Rachele Liuzzo
Autore
Classe ‘98. Sono meridionalista, femminista e antifascista. Mi piace disegnare, scrivere e girare per musei. Ah, e ho una fissa per i film con protagonisti in crisi da quarto di secolo.
Mariarita Persichetti è giornalista pubblicista freelance. Laureata in economia, con un master in geopolitica e sicurezza globale conseguito a Roma, dove ha lavorato diversi anni nel turismo e nella comunicazione. Oggi collabora con vari magazine tra cui Materia Rinnovabile, La Nuova Ecologia, Kritica. Ha scritto di ambiente per Il Millimetro.