Durante un’attività organizzata per alleviare lo stress dei bambini, alcune granate stordenti hanno colpito la sede del Burin Sport Club. I bambini sono fuggiti nel panico. Il club ha sospeso le attività perché continuare non era più sicuro.
La testimonianza arriva direttamente dal villaggio e mostra ciò che spesso si perde quando sport e Palestina vengono messi nella stessa frase: l’occupazione non resta fuori dal campo. Passa per le strade degli allenamenti, raggiunge i luoghi in cui si incontrano le famiglie, sottrae tempo alla vita comune. Non è il calcio a rappresentare l’occupazione. È l’occupazione che entra materialmente nel calcio.
From the River to the Field nasce dentro questa realtà e da rapporti già costruiti tra il Burin Sport Club, l’Askar Association di New Askar e alcune esperienze dello sport popolare italiano. Il primo obiettivo è riqualificare il campo di Burin. Il più difficile è farne il punto di partenza di un legame capace di durare oltre l’emergenza.
A Burin, il territorio entra in campo
Burin si trova a sud di Nablus, nella Cisgiordania occupata, in un’area segnata dagli insediamenti di Yitzhar e Bracha. Da anni rapporti internazionali e cronache locali documentano aggressioni contro gli abitanti della zona, terreni incendiati e ulivi danneggiati. Le strade vengono chiuse, gli spostamenti interrotti. Qui il controllo del territorio decide chi può raggiungere un luogo, coltivare la propria terra o restare nel proprio spazio.
Negli ultimi giorni la stessa area è stata attraversata da una nuova ondata di violenza. Il 24 luglio, a Tell, quattro palestinesi e due israeliani sono stati uccisi durante scontri iniziati, secondo i residenti, con l’ingresso di un gruppo di coloni armati nel villaggio; l’esercito israeliano ha fornito una ricostruzione diversa. Sono seguiti blocchi stradali, decine di arresti e nuove operazioni militari intorno a Nablus. Gli attacchi dei coloni hanno raggiunto altri villaggi. A Sarra, secondo le testimonianze raccolte sul posto, sono state incendiate case e automobili.
Questi fatti non sono una parentesi di cronaca dentro il progetto. Burin vive nella stessa geografia. R2F nasce anche per evitare che il rapporto con il villaggio segua il ritmo dell’indignazione pubblica: intenso quando le immagini circolano, fragile appena l’attenzione si sposta. Parlare soltanto di “escalation” suggerisce inoltre una normalità precedente. Per chi vive qui, la pressione sul territorio è la condizione dentro cui la vita continua a essere organizzata.
Il Burin Sport Club lavora in questo contesto dal 1964. Organizza allenamenti e campi estivi, coinvolge bambini e famiglie, apre il proprio spazio a iniziative culturali. Durante il Burin Kite Festival gli aquiloni portano nel cielo i colori della bandiera palestinese. «Questa è la nostra terra, questo è il nostro cielo», dice una voce del club. «Anche se non volete che voliamo, il nostro aquilone volerà».
Non serve trasformare l’aquilone in un’immagine salvifica. Non ferma i coloni, così come un campo non sospende l’occupazione. Il suo valore è più concreto: un club aperto permette ai bambini di stare insieme, agli adulti di organizzarsi e a una comunità di conservare una continuità che la frammentazione del territorio prova a interrompere.
Un campo diventa un’infrastruttura sociale non perché sia di per sé libero o sicuro, ma perché rende possibile una parte della vita collettiva. Quando viene reso inaccessibile o esposto alla violenza, non si perde soltanto la superficie su cui si gioca. Si restringe lo spazio nel quale una comunità può incontrarsi.
New Askar non è ciò che gli manca
A pochi chilometri da Burin, nel campo profughi di New Askar, opera dal 1992 l’Askar Association for Development and Community Empowerment. La sua storia nasce durante la Prima Intifada. Secondo il piano strategico dell’associazione, i fondatori si conobbero in carcere e, tornati nel campo, crearono un comitato rivolto inizialmente alle persone ferite e con disabilità.
Oggi l’associazione lavora con bambini, giovani e donne. Mantiene una biblioteca e un teatro, organizza sport e volontariato, sviluppa programmi per le persone con disabilità. Non sono attività accostate per riempire un progetto: appartengono allo stesso spazio comunitario. A New Askar il sovraffollamento e la scarsità di luoghi accessibili condizionano la vita quotidiana. Si gioca in un vicolo, in un cortile o su un campo di cemento.
Raccontare il campo profughi soltanto attraverso le privazioni nasconderebbe chi organizza ciò che esiste. L’Askar Association non esegue un programma pensato altrove. Ha una propria storia politica, stabilisce priorità e possiede competenze costruite nel tempo.
Amjad, presidente dell’associazione, insiste sul lavoro con i giovani: riconoscerne i talenti, offrire occasioni di formazione, impedire che l’isolamento diventi assenza di prospettive. Nel 2025 sei giovani di New Askar sono arrivati in Italia. Hanno partecipato ad allenamenti e incontri, ma soprattutto hanno trascorso tempo con i loro coetanei. Lo scambio ha dato un volto a una relazione che per molti esisteva soltanto a distanza.
Da quell’esperienza prende forma From the River to the Field. Il nucleo iniziale si trova alla Fair Play Arena di Gorla, a Milano, dove convivono Sant’Ambroeus FC, Stella Rossa Rugby e No League Gorla. Alcune persone della rete erano già state a Burin e a New Askar. R2F non parte quindi da una causa scelta per la sua forza comunicativa. Prova a dare continuità a incontri già avvenuti.
La solidarietà e il potere
Una campagna costruita in Italia dispone di maggiore libertà di movimento, accesso alle risorse e capacità di raccolta fondi. Può evitare di riprodurre la divisione tra chi aiuta e chi viene aiutato?
Le buone intenzioni non correggono da sole questo squilibrio. Chi raccoglie il denaro può conservare il potere di decidere, scegliere le storie più efficaci per il proprio pubblico e ridurre le persone incontrate al ruolo di testimonianze. La reciprocità dipende da chi stabilisce le priorità, da come vengono gestite le risorse e dalla possibilità dei partner palestinesi di modificare il percorso.
R2F indica il Burin Sport Club e l’Askar Association come parti del progetto, non come beneficiari. Il campo non è stato scelto da una rete italiana in cerca di un obiettivo: risponde a una necessità espressa a Burin. Anche gli scambi dovranno essere costruiti con le organizzazioni locali, non consegnati sotto forma di attività già decise.
Un manifesto non garantisce il risultato. Una relazione asimmetrica non diventa orizzontale perché viene definita così. Può però essere organizzata senza trasformare la differenza delle condizioni materiali in una gerarchia politica: lasciando la parola a chi vive quei luoghi, accettando che le priorità vengano corrette e rendendo trasparente il percorso del denaro.
Gli scambi nelle due direzioni servono anche a questo. Persone attive nello sport popolare italiano potranno raggiungere Burin e New Askar; la rete vuole creare le condizioni perché giovani, allenatori e attivisti palestinesi tornino in Italia. Il valore di un viaggio si misura dopo il ritorno, in ciò che continua e non nelle fotografie prodotte durante la visita.
Non la stessa lotta
Il rapporto tra le esperienze palestinesi e lo sport popolare italiano richiede di tenere ferme le differenze. In Palestina si pratica sport sotto occupazione militare, tra incursioni, checkpoint e violenza dei coloni. In Italia il conflitto riguarda l’accesso agli impianti, l’aumento dei costi e la trasformazione dello sport in un servizio commerciale. Razzismo e sessismo attraversano entrambi i mondi, ma dentro rapporti di forza non sovrapponibili.
Il punto di contatto sta nella domanda su chi possa usare uno spazio e chi ne decida la funzione. Un campo può essere una merce, un recinto accessibile soltanto a chi può pagare. Oppure può essere gestito dal basso, con quote sostenibili e responsabilità condivise.
Lo sport popolare italiano ha costruito negli anni una propria grammatica: autogestione e autofinanziamento, antifascismo e antirazzismo. Queste parole riguardano il modo in cui si decide, chi può entrare e come si risponde a una discriminazione. Perdono senso quando restano sulla locandina e non cambiano la pratica quotidiana.
R2F prova a costruire l’alleanza su questo terreno. Non perché a Milano e a Burin si combatta la stessa battaglia, ma perché lo sport può essere sottratto all’isolamento e all’esclusione in entrambi i contesti. La solidarietà smette così di muoversi in una sola direzione, senza fingere che tutti partano dalla stessa posizione.
Un campo da ricostruire
Il primo obiettivo concreto è la riqualificazione del campo comunitario di Burin. Il progetto comprende la preparazione del terreno, le fondazioni e il drenaggio, il manto sintetico e gli impianti. La campagna ha fissato un primo traguardo di 150 mila euro.
La cifra impone un limite verificabile. Non si raccoglie genericamente “per la Palestina”, formula nella quale è facile perdere la destinazione delle risorse. Si finanzia un’opera definita, richiesta dalla comunità e composta da passaggi tecnici leggibili. La concretezza non riduce la portata politica del progetto. Le impedisce di esaurirsi nella dichiarazione.
La campagna divide simbolicamente il campo in diecimila zolle da quindici euro. Una persona può sostenerne una; una squadra può assumersi un obiettivo più ampio e organizzare un torneo, una cena o un concerto. La zolla rende visibile il contributo senza trasformarlo in proprietà. Nessuno compra un pezzo di campo: ognuno si assume una parte del lavoro necessario a costruirlo.
R2F ha scelto una cornice comune lasciando alle realtà locali autonomia nell’organizzazione. È una strada più lenta di una raccolta centralizzata, ma può distribuire responsabilità e capacità organizzativa invece di produrre soltanto donazioni.
Il campo è il primo risultato atteso e il banco di prova del metodo. Mostrerà se la rete riesce a coordinarsi, rendere trasparente l’uso delle risorse e sostenere una priorità definita con i partner palestinesi. In caso contrario resterà una buona raccolta fondi. Non sarebbe poco, ma sarebbe diverso dall’internazionalismo rivendicato dal progetto.
Una rete da verificare
Il 17 luglio si è svolta la seconda plenaria nazionale di R2F. Hanno partecipato squadre, polisportive, associazioni e collettivi provenienti da città e discipline diverse. L’assemblea ha iniziato a discutere raccolta fondi, scambi con la Palestina e forme di coordinamento.
La rete si definisce aperta e orizzontale. Nessuna delle due qualità è acquisita. Anche una struttura senza centro deve decidere chi convoca, chi conserva le informazioni e chi amministra il denaro. L’orizzontalità non elimina questi compiti; impedisce che restino invisibili e concentrati nelle stesse mani.
R2F non vuole assorbire i gemellaggi e le campagne già presenti nei territori italiani. L’obiettivo è collegarli e far circolare competenze. Ma una rete troppo indeterminata rischia di ridursi a un elenco di adesioni. Entrare non può significare soltanto aggiungere un logo: richiede iniziative, partecipazione alle decisioni e responsabilità verso il lavoro comune.
Ciò che è accaduto intorno a Nablus misura già questa ambizione. R2F non ha scoperto Burin dopo le violenze di Tell e Sarra. Il rapporto esisteva prima. Le immagini e le voci arrivate dal villaggio non erano materiale anonimo da usare durante una nuova emergenza, ma parte di uno scambio in corso. Questo non rende la rete automaticamente paritaria né sufficiente. Cambia però il punto di partenza: l’emergenza non crea la relazione, la mette alla prova.
Negli ultimi anni la solidarietà con la Palestina ha spesso seguito il ritmo delle immagini. Le piazze si riempiono, poi l’attenzione cambia oggetto e una parte delle relazioni si disperde. Manca spesso una struttura capace di conservarne la forza quando la Palestina smette di occupare le prime pagine.
R2F interviene in questo vuoto con un obiettivo limitato. Non rappresenta l’intero movimento di solidarietà. Può verificare se squadre, palestre e spazi sociali che condividono una cultura politica riescano a trasformare la vicinanza in organizzazione stabile.
Il prossimo passaggio pubblico sarà il 19 settembre alla Fair Play Arena, durante la giornata organizzata con Mediterraneo Antirazzista Milano. Ci saranno tornei, attività sportive, confronto politico e una raccolta per il campo di Burin. Sarà il primo grande momento pubblico della rete, non la sua conclusione.
L’obiettivo visibile resta un campo sicuro e utilizzabile. Quello più difficile comincia quando la giornata è finita, la raccolta rallenta e i riflettori si spostano altrove.
Un campo non diventa politico perché lo si definisce così. Lo diventa se intorno a quella superficie una comunità può continuare a vivere e se, a migliaia di chilometri di distanza, altre realtà scelgono una responsabilità che dura. La scommessa di R2F è capire se ricostruire un luogo possa anche organizzare una relazione.
Autore
Matteo Generale
Autore
È economista con esperienza nella ricerca applicata su sviluppo, disuguaglianze e accesso ai servizi pubblici. Ha lavorato in contesti internazionali, combinando analisi economica e ricerca sul campo, con particolare esperienza in Sierra Leone.