Il ronzio degli elicotteri ed il rumore incessante dei colpi d’arma fuoco. Questo è stato il suono che ha svegliato gli abitanti delle due favelas Alemão e Penha – alla periferia nord di Rio de Janeiro – la mattina del 28 ottobre 2025.
Era il suono dell’operazione Contenção (contenimento), ordinata dal governatore della città Cláudio Castro per colpire e arrestare i capi del gruppo criminale Comando Vermelho – il più potente nel paese dopo il Primeiro Comando da Capital.
Sono stati mobilitati 2.500 agenti del BOPE, il battaglione speciale della polizia brasiliana, noto per le sue tattiche estreme e divenuto negli anni il volto più riconoscibile della risposta dello Stato alla criminalità organizzata. Il bilancio delle vittime ha raggiunto almeno 130 persone – tra cui quattro agenti – e poco più di un centinaio sono stati gli arresti ufficialmente dichiarati.
Il governo Castro, nelle prime ore, aveva diffuso un numero di civili morti chiaramente inferiore alla realtà. Nel pomeriggio la verità ha cominciato a emergere dal Complexo da Penha: gli abitanti hanno trovato decine di corpi abbandonati e – caricandoli sui pick-up – li hanno trasportati fino alla piazza São Luca. Lì, tra grida di rabbia e lunghi silenzi, famiglie e vicini hanno iniziato il doloroso compito del riconoscimento.
Si tratta dell’operazione poliziesca più letale nel contesto urbano brasiliano dal 2007, seguendo le tracce di Jacarezinho – il 6 maggio 2021 – e della favela di Vila Cruzeiro, nel maggio 2022. In entrambi i casi, l’obiettivo dichiarato era quello di catturare i membri del Comando Vermelho, ma gli abitanti delle favelas e le organizzazioni per i diritti umani denunciarono esecuzioni sommarie ed un uso sproporzionato della forza – mascherato come “intervento necessario”. Anche l’ultima operazione ha suscitato dure critiche: l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani si è detto “inorridito” ed ha chiesto l’apertura di un’inchiesta, mentre trenta ONG, in un comunicato congiunto, l’hanno definita “la prova lampante del fallimento delle politiche di sicurezza in Brasile”. Secondo i dati raccolti da un gruppo di studio dell’Università Federale Fluminense – che monitora le operazioni di polizia nella regione – dal 1989 al 2020, anno dell’insediamento di Castro, sono state uccise quasi 1.900 persone, una media di trenta al mese.
L’irruzione è stata presentata dal governatore come un successo, un colpo decisivo al cosiddetto “narcoterrorismo”. Tuttavia, ha attirato l’attenzione della Corte Suprema e Castro è stato convocato dal giudice Alexandre de Moraes per un’udienza prevista la prossima settimana. Il presidente Luiz Inácio Lula da Silva ha evidenziato la necessità di un coordinamento tra governo federale e Stati per affrontare il traffico di droga senza mettere a rischio polizia, bambini e famiglie innocenti. Questa dichiarazione richiama anche la discussione sulla Pec de segurança, una legge in attesa di approvazione alla Camera, che riformulerebbe la gestione della sicurezza, riducendo l’autonomia dei governi statali.
Dopo l’operazione di martedì, il ministro della Giustizia e promotore della norma, Ricardo Lewandowski, ha definito sorprendente che un intervento di tale portata sia stato condotto senza che il governo federale ne fosse informato, sollevando dubbi sulle modalità e sul coordinamento delle forze di sicurezza a livello nazionale.
In Brasile ogni delinquente dovrebbe affrontare un tribunale; durante il blitz della scorsa settimana è stata inflitta una pena di morte improvvisata, decisa dagli stessi agenti sul campo. La gravità di queste operazioni e il loro impatto sulle comunità sollevano dubbi profondi, sfidando la legittimità e l’efficacia di strategie che, invece di proteggere, rischiano di uccidere la speranza stessa.
Per cercare di rallentare l’avanzata delle forze dell’ordine durante l’ultima irruzione, gli affiliati del Comando Vermelho hanno ricorso a una violenza impressionante e organizzata: bombe e granate lanciate con droni, fucili d’assalto puntati contro gli elicotteri della polizia, strade principali bloccate con autobus sequestrati e barricate di pneumatici incendiati. Un dispositivo di guerriglia urbana che dimostra la capacità militare e la determinazione del gruppo.
Secondo Amarilis Costa – avvocata e esperta di diritti umani – dietro la sanguinosa operazione di polizia a Rio si nasconde uno Stato che si arroga il potere di decidere chi deve vivere e chi morire, concentrandosi soprattutto sui quartieri poveri, dove la maggioranza della popolazione è nera. La logica della soppressione non nasce solo con il proiettile o la granata: essa si manifesta già prima della morte, nell’assenza di servizi igienici, nella mancanza di investimenti nelle scuole, nella costante violenza delle forze di sicurezza. La criminalità è il pretesto, non la causa.
Negli anni Settanta, sotto il regime militare brasiliano, attivisti politici, guerriglieri e rivoluzionari venivano imprigionati insieme a rapinatori di banche e assassini. Fu in quella convivenza forzata che i militanti insegnarono ai criminali disciplina, organizzazione e il valore del potere collettivo. La prigione di Cândido Mendes, sull’isola di Ilha Grande davanti a Rio de Janeiro, si trasformò in un’università del crimine: i detenuti impararono a pianificare e a muoversi come un esercito.
Quando le porte del carcere si aprirono, uscirono soggetti addestrati, forgiati dalla rivoluzione e affamati di potere: il loro terreno di battaglia furono le favelas, le città dimenticate dentro la città. Il Comando Vermelho – nato in quella prigione – trovò terreno fertile. Offriva protezione, opportunità e una giustizia secondo le proprie regole. La protezione, però, si trasformò presto in dominio. Il CV impose severi codici di comportamento e punizioni terribili per chi trasgrediva le regole. Organizzarono centri comunitari, bailes funk e distribuzioni di cibo, creando un tessuto sociale parallelo. Dietro ad ogni gesto di solidarietà si celava un controllo assoluto: chi sfidava l’organizzazione spariva.
Negli anni Ottanta e Novanta, il Comando Vermelho superò i confini delle favelas e penetrò nel narcotraffico internazionale, la cocaina divenne moneta e chiave di una ricchezza impensabile. Mentre i suoi leader vivevano nel lusso, la popolazione delle favelas lottava per sopravvivere. Oggi il Comando Vermelho mantiene una forte presenza a Rio de Janeiro, ma opera dal nord dell’Amazzonia al Mato Grosso. Il capo principale è ancora in libertà – Edgar Alves Andrade, 55 anni – non è stato catturato durante l’operazione del 28 ottobre.
Il gruppo rimane uno dei due grandi poli mafiosi del Paese, insieme al Primeiro Comando da Capital (PCC) di San Paolo. Mentre il PCC investe in calcio, turismo e affari internazionali, il CV ha costruito un sistema parallelo nelle favelas: gestisce welfare, mercati locali e obbliga gli abitanti a partecipare alla “narcoeconomia”.
Ogni incursione delle forze dell’ordine si scontra con la sua capacità militare e di guerriglia, potenziata dalla diffusione di armi d’assalto, distribuite anche a chi non fa parte del gruppo. Giovani con i capelli tinti di rosso camminano per le strade come simbolo di fedeltà, identità e appartenenza.
Il Comando Vermelho non ha influenzato solo la violenza: ha lasciato un’impronta profonda sulla cultura brasiliana, diventando simbolo di ribellione, sopravvivenza e sfida al sistema. Nelle favelas, la vita è un intreccio di dolore e speranza: i graffiti raccontano storie di comunità, il funk diventa voce di protesta e identità collettiva. Ricorda al Brasile che la giustizia sociale, la presenza dello Stato, le opportunità e l’inclusione sono indispensabili per spezzare cicli di violenza e controllo.
E mentre il governo invia esercito e polizia, le favelas restano un mondo dove la sopravvivenza richiede più di coraggio e la capacità di navigare tra paura, potere e necessità quotidiane.
Con l’operazione del 28 ottobre, Castro ha voluto mostrare un pugno di ferro, attirando l’attenzione internazionale e politica, anche in vista della COP30 a Belém e delle elezioni del 2026. Il blitz appare più come un gesto di populismo di destra che una strategia concreta per smantellare il traffico di droga. L’azione ha avuto l’effetto di segnalare al CV chi detiene il potere, senza toccare le radici economiche e politiche che permettono alle mafie di prosperare.
Gli interventi violenti dello Stato servono più a mostrare forza e ottenere consenso politico che a risolvere il problema della criminalità. In queste guerre di strada, la città diventa teatro di una lotta dove la politica e la mafia si intrecciano senza confini netti.
Piccoli gruppi di agenti si muovono tra scalinate interminabili, salite ripide e vicoli stretti, sotto una pioggia di proiettili sparati da criminali armati di fucili d’assalto automatici, nascosti in coperture perfette. Le strade brasiliane raccontano un’epopea di armi ovunque, nascite incontrollate, traffici di droga che arrivano fino ai bambini, rapine, sequestri, bische clandestine e competizioni gladiatorie estreme.
La corruzione dilaga anche nelle forze dell’ordine: nei penitenziari del nord-est, molti agenti vengono reclutati direttamente tra le celle, dove la miseria e la violenza regnano incontrastate. Il BOPE interviene con una precisione chirurgica che sembra quasi fantascienza, ma anche loro non potrebbero mai smantellare la criminalità senza trasformare il Paese in una guerra civile.
La cronaca brasiliana non racconta solo sparatorie o arresti: racconta la lotta quotidiana per sopravvivere in un Paese dove la violenza è sistemica e dove ogni giorno si paga il prezzo di un feijão com arroz troppo caro. Per ottenere questo semplice piatto quotidiano, molti sono costretti a svendersi, a rinunciare a dignità e autonomia pur di garantire a sé stessi e ai propri figli la sopravvivenza.
Cláudio Castro viene visto da gran parte della popolazione come un governatore che costruisce la propria immagine politica sul sangue altrui, calpestando la vita di chi dovrebbe proteggere: sembra misurare il successo esclusivamente contando i cadaveri. Se bastasse questo criterio, Rio de Janeiro sarebbe già “sicura”.
Non si può, infine, parlare di favelas senza parlare dell’altra loro colonna sonora, quella che talvolta viene sovrastata e si mescola con gli spari ed il ronzio degli elicotteri. La musica, a Rio come in altre città brasiliane, non è solo intrattenimento, è storia, denuncia e memoria collettiva.
Brani come Haiti, di Caetano Veloso e Gilberto Gil, raccontano la violenza della polizia verso giovani neri e mulatti. Haiti come metafora: “Para ver do alto a fila de soldados, quase todos pretos, dando porrada na nuca de malandros pretos, de ladrões mulatos e outros quase brancos tratados como pretos”. La ripetizione ossessiva di ‘preto’ restituisce la crudeltà sistemica: in Brasile il colore della pelle segna il modo in cui si viene trattati.
Negli anni Ottanta e Novanta, nelle favelas nasceva invece il funk carioca, come risposta diretta alla vita quotidiana: rumoroso, diretto, sessuale e politico. Brani come Rap da Felicidade di MC Cidinho & Doca non edulcorano nulla: “Voglio solo essere felice e camminare tranquillo nella favela in cui sono nato”. È un grido di autodeterminazione, quasi un inno politico.
Baile de Favela di MC João celebra invece la cultura dei baile – le feste di strada precedentemente menzionate – che il Comando Vermelho, per anni, ha organizzato o autorizzato nelle comunità che controllava. Queste feste non erano solo musica: erano strumenti di controllo sociale, un modo per dirigere la vita della comunità senza bisogno di elezioni.
La musica brasiliana diventa allora lente interpretativa: ascoltarla significa comprendere che la violenza, la marginalizzazione e l’ingiustizia non sono incidenti, ma radicate nella storia e nella struttura sociale del Paese. Il funk brasiliano racconta tutto questo: la violenza quotidiana, la mancanza di opportunità, l’aspirazione a una vita migliore, il rapporto ambiguo tra giovani e criminalità, la seduzione del denaro e del potere, e la brutalità della polizia durante le operazioni.
È un linguaggio diretto, che non ha bisogno di abbellimenti, perché la realtà della favela è già sufficientemente dura.