L’America Latina è contesa tra Stati Uniti e Cina, e continuerà ad esserlo

0% Complete

“L’America agli americani!”: con questo motto è stato storicamente riassunto il discorso al Congresso pronunciato nel 1823 dal quinto Presidente degli Stati Uniti, James Monroe. All’epoca, gli Stati Uniti erano una giovane repubblica ambiziosa, che cominciava a valutare la presenza coloniale europea nel continente come un problema da risolvere. 

Il discorso, formulato durante le guerre d’indipendenza ispano-americane, creava un’ambiguità voluta: lasciava intendere che ogni paese americano dovesse essere sovrano ed indipendente, ma sottintendeva che, una volta ottenuta l’indipendenza, tutti i nuovi Stati dovessero dipendere dall’influenza economica e politica degli Stati Uniti. Non era un messaggio agli Stati dell’America Latina, quanto più a quelli europei, cui si intimava di non intromettersi nelle faccende geopolitiche del continente americano. Una novità assoluta vista la storia di colonialismo e imperialismo europeo, che sarebbe continuata ancora a lungo. Da allora, gli Stati Uniti diventarono progressivamente una potenza mondiale, prendendo il controllo del continente, intervenendo direttamente o indirettamente nelle questioni politiche interne degli Stati latinoamericani.

Negli ultimi due decenni, poi, gli Stati Uniti hanno spostato la loro attenzione altrove, prima impegnati nella guerra al “terrorismo” e poi in un riscoperto isolazionismo culminato nel celebre slogan ”America First”, del primo mandato di Donald Trump. Dieci anni dopo quel momento, lo stesso Presidente che predicava quella marcata politica isolazionista ha apertamente citato una dottrina ottocentesca per giustificare l’intervento diretto in un paese del continente, imponendogli di fatto la condizione di protettorato. Lo stesso che, qualche mese fa, si era preoccupato di ricordare agli argentini che se Milei non avesse vinto le elezioni di midterm gli Stati Uniti non avrebbero confermato gli aiuti economici al paese, condizionandoli alla vittoria elettorale del candidato per lui più comodo.

Queste scelte di politica estera rivelano un rinnovato interesse per le questioni interne dei “vicini di casa”. Trump stesso l’ha definita  “la nuova dottrina Monroe”, inserendone i principi cardine nel documento intitolato “National Security Strategy,” pubblicato dalla Casa Bianca a novembre 2025: “Vogliamo un emisfero che rimanga libero dalle ostili incursioni straniere o dalla proprietà straniera di asset strategici […] vogliamo garantire il nostro continuo accesso a luoghi chiave dal punto di vista strategico. In altre parole, affermeremo e faremo rispettare un “corollario Trump” alla Dottrina Monroe.

Questa nuova interpretazione della dottrina Monroe individua la “presenza straniera ostile” non più negli Stati europei, marginali nello scenario internazionale e considerati tutt’al più come territorio su cui esercitare la propria influenza, bensì nella Cina. Quest’ultima, durante il periodo di assenza degli Stati Uniti dal proprio “giardino di casa”, ha saputo affermarsi come leader degli stati del Sud globale. Un processo facilitato dal fatto che anche Pechino è stata vittima delle mire imperialiste occidentali (il cosiddetto “secolo dell’umiliazione”), e si propone adesso come modello vincente di emancipazione, in un mondo a trazione multipolare. Ha stabilito solide basi in Sud America, partendo proprio da questa esperienza condivisa, presentandosi come partner commerciale alternativo e più ragionevole rispetto agli Stati Uniti.

Una delle strategie chiave che ha permesso alla Cina di attuare questo piano è stata la “Belt and Road Initiative”, meglio nota come “Nuova Via della Seta”, un vasto progetto di investimenti finalizzato all’espansione dell’influenza economica cinese all’estero. Anche l’Italia aveva aderito (primo e unico paese del G7) sotto il governo Conte I, salvo poi ritirarsi con il governo Meloni, in un clima d’imbarazzo, a seguito di segnali di malcontento ricevuti proprio dagli alleati statunitensi. 

In Sudamerica la “Nuova Via della Seta” ha generato prestiti miliardari e investimenti notevoli in grandi opere infrastrutturali. Un esempio emblematico è il progetto del porto di Chancay in Perù, che ha trasformato un piccolo villaggio di pescatori nel più grande porto sulla costa del Pacifico, a fronte di un investimento di 3,6 miliardi di dollari complessivi. Inaugurato personalmente da Xi Jinping, questo progetto garantisce alla Cina un accesso diretto e privilegiato ai mercati sudamericani.

I costi sociali e ambientali di questo progetto così imponente sono stati altissimi: il fondale marino è stato scavato fino a 17 metri di profondità, con gravi conseguenze per la fauna locale e per il villaggio, che si sostentava principalmente attraverso la pesca. I cittadini locali hanno organizzato proteste contro la costruzione del porto e la ridefinizione del territorio, che è stata progettata senza valutare gli interessi di chi quella terra la abitava.

Sempre nell’ambito della BRI, il Brasile, con il Presidente Lula, ha siglato un accordo con la Cina per la costruzione del “Corridoio Bioceanico”, un’altra imponente opera infrastrutturale destinata a collegare il Brasile proprio al porto di Chancay, creando un collegamento diretto tra l’Oceano Atlantico e il Pacifico.

Questi investimenti hanno posizionato Pechino come il principale partner commerciale per Brasile, Cile, Perù e Uruguay, e il secondo per Argentina e Colombia. La Cina ha inoltre stretto rapporti nell’ambito dell’industria bellica con Venezuela, Bolivia ed Ecuador. Sfidando apertamente l’egemonia di Washington sul continente, come confermato dalla dichiarazione del Ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, che a marzo disse: “L’America latina e i Caraibi non sono il giardino di casa di nessuno” e la pubblicazione del “Terzo Documento programmatico della Cina sull’America Latina”, pubblicato dal governo cinese il 10 dicembre, che stabilisce il piano d’azione futuro nella regione.

È evidente che queste opere e investimenti favoriscano la Cina ai paesi sudamericani, rientrando in quella stessa politica di potenza che questi ultimi si direbbero pronti a combattere. La Cina importa materie prime dagli Stati dell’America Latina ed esporta prodotti finiti e lavorati, creando valore al di fuori della regione. Il caso del Perù ne è un esempio: l’azionista di maggioranza del porto di Chancay è COSCO Shipping, un’azienda statale cinese, mentre la quota di minoranza è detenuta da un’azienda mineraria privata peruviana che commercia direttamente con la Cina, confermando il ruolo del paese come mero esportatore di materie prime a basso costo. 

Tra il 2005 e il 2022, Pechino ha erogato 136 miliardi di dollari in America Latina, affermandosi come uno dei maggiori creditori della regione. Il 74% di questi investimenti è stato destinato all’estrazione di risorse naturali (con i prestiti spesso garantiti dalle stesse materie prime). Questo modus operandi non fa altro che perpetuare un modello economico estrattivista basato sulle condizioni di subalternità dei paesi a cui si rivolge. L’Ecuador, ad esempio, deve alla Cina l’11% di tutto il suo debito pubblico estero e anche il Venezuela (quantomeno prima dell’intervento diretto statunitense) aveva una situazione simile, con il petrolio che fungeva da garanzia sui prestiti; lo stesso che ora passerà sotto il controllo delle aziende statunitensi, che lo estrarranno invece in maniera diretta. 

È lo scontro tra il soft power cinese e l’hard power statunitense, ma di fatto chi rimane sconfitto, ancora una volta, è chi ospita il teatro di questa battaglia, che si traduce in un impoverimento sistematico del territorio.

Autore

Collabora con noi

Sede di Generazione Magazine Sede di Generazione Magazine Sede di Generazione Magazine Sede di Generazione Magazine

Se pensi che Generazione sia il tuo mondo non esitare a contattarci compilando il form qui sotto!

    Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

    Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

    Chiudi