Intervista ad Alice Falsaperla, giovane gallerista U30.

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A Via Margutta, luogo iconico del centro storico romano, teatro delle prime fiere urbane d’arte, passerella dei più grandi registi e artisti italiani e internazionali come Fellini, D’Annunzio, Puccini, Boccioni, Zola, Sartre, Guttuso, Schifano, compare oggi la nuova sede della Galleria La Nuvola.
Qui, hanno luogo mostre ricercate di artisti quotati o emergenti. E tra i calici di vino dei vernissage e i sampietrini abbiamo conosciuto Alice, gallerista e curatrice di questo spazio rinnovato. Abbiamo immaginato più volte di farci due chiacchiere e farci raccontare di lei, lontano dalle pressioni e dai bouquet del pubblico. Così, dopo la mostra THE TEAR di Silvio Coiante, siamo andati a prendere un gin tonic, non sapendo che le tre ore successive avrebbero preso parte ad una chiacchierata immersiva e avvolgente.

Galleria La Nuvola, Via Margutta 41, Roma.

Il mondo dell’arte sta rivivendo un fermento che ricorda quello degli Anni Sessanta; che ruolo giocano gli spazi e le gallerie in questo scenario?
Le gallerie e gli spazi indipendenti, attualmente, stanno giocando un ruolo rilevante: da un lato è come se, in qualche modo, “contrastassero” la digitalizzazione, elemento-protagonista del nostro tempo, attraverso la fisicità dei luoghi espositivi che rappresentano; dall’altro, è come se traessero beneficio da tale mondo tecnologico, offrendo uno spazio reale all’informazione e alla partecipazione degli eventi culturali. Questo fenomeno potrebbe far coincidere sia il senso dei “mitici” Anni Sessanta, assecondando la propensione degli artisti contemporanei di “fare gruppo”; sia quello degli Anni Settanta, mantenendo un tipo di ricerca intimista. Da parte degli artisti, oggi, vi è la viva curiosità di raggiungere il pathos creativo di quegli anni, ma in forma altra, composta di un fervore e di una velocità nuova, onnivora, capace di sperimentare più aspetti contemporaneamente.

Prima le gallerie erano le “piattaforme” che ospitavano le opere, ora sono state sostituite, in parte, da social network, il contenitore da fisico è diventato digitale. Che cosa ne pensi di questa evoluzione?
Io penso che questa evoluzione manifesti un dilemma che caratterizza il contemporaneo e che si manifesta attraverspo più espressioni, non solo quella artistica. Secondo me, è una naturale evoluzione che va ad esperire il digitale rispetto a quello fisico. A livello artistico, però, penso che sia necessaria la fruizione dal vero, per cogliere un profumo, una tecnica, una metodologia. Anche per questo motivo, insieme a Silvio, abbiamo deciso di integrare la performance all’interno della suo mostra in Galleria. Questo ha permesso di fruire l’opera non nella sua immediata completezza, ma nell’emozione del suo divenire.

Hai inserito quindi il tempo all’interno dell’opera.
Esatto! Partecipare al tempo di gestazione di un’opera conduce lo spettatore ad avvicinarsi ad essa, a notare altri angoli e aspetti. Quindi, per ritornare alla domanda di prima, penso che l’arte conserverà anche in futuro la sua valenza fenomenica; dubito possa svelarsi unicamente in forma digitale. In fondo, rientra come manifestazione atavica dell’uomo; egli non può provarsi della propria constatazione fisica e, di conseguenza, del suo creare arte. Probabilmente sarebbe un conoscersi solo a metà.

Sia dalla parte dell’artista che dello spettatore.
Se ci pensi il l’uomo colleziona per possedere un’opera, in senso ancestrale proprio, secondo un attaccamento quasi corporeo. Privarsi di questa sottile dinamica, probabilmente, significherebbe creare un’altra forma di mercato dell’arte, che comunque sta accadendo, ma mantenendo sempre la sua forma materiale.

Quindi questo è un punto al quale non si può sfuggire?
Si potrebbe approdare ad una forma di “corrisponda” come è successo per l’arte performativa: ad un atto performativo corrisponde spesso una documentazione fotografica. Cioè possono esistere un’opera d’arte e una sua proiezione. Sta a te spettatore o collezionista decidere se fruire o possedere il pezzo unico o la sua copia.

Ma la proiezione non soddisferebbe il collezionista.
Se sa che esiste il suo corrispettivo fisico e ha la consapevolezza che sia legata a qualcosa di esistente, di reale, sì.

Deve quindi trovare un senso, come succedeva ai collezionisti che compravano le bozze dei progetti di Christo?
In un certo senso sì. Pensa, quest’anno ho avuto in esposizione in Galleria proprio i bozzetti delle installazioni ambientali di Christo. Tra i bozzetti c’era anche il monumentale progetto che l’artista aveva concepito per la Galleria Nazionale D’Arte Moderna di Roma. La direttrice, Palma Bucarelli, per l’inaugurazione del ’68 del nuovo ordinamento delle collezioni, avrebbe chiesto a Christo un intervento spettacolare: progettare l’impacchettamento dell’intera facciata del Museo. Sarebbe stato il primo intervento in assoluto dell’artista su un edificio. Purtroppo però non è mai stato realizzato.

Perché?
I motivi sono rimasti ignoti, ma si pensa che siano stati dovuti per problemi legati al calore; gli ambienti interni probabilmente ne avrebbero risentito.

Alice Falsaperla e Sergio Lombardo

Perché hai deciso di fare la gallerista? Raccontami del tuo percorso.
La professione di gallerista è stata per me una “vocazione”, una scelta chiara di aderire a me stessa, addentrandomi in quel panorama artistico che da sempre percepivo riguardarmi. A seguito di una formazione classica, mi sono subito laureata in Storia dell’Arte e a ventitré anni mi sono specializzata all’Università La Sapienza di Roma. Da quel momento ho iniziato a realizzare testi critici per diverse mostre, a scrivere articoli per la testata d’arte e cultura Exibart, organizzando sempre più eventi all’interno della Galleria. Poi sono iniziate le prime collaborazioni con enti ed istituzioni, fino all’apertura di un nuovo spazio a Via Margutta.
Un inizio sancito dalla personale Pino Pascali. Fuori Museo, proseguito con le connessioni con la FAO e Amnesty International, per un focus sulla sostenibilità ambientale e sociale attraverso l’arte. Poi le conferenze, le performance, le rassegne dedicate a singole opere museali, come l’esposizione di Forme uniche della continuità nello spazio di Umberto Boccioni, fino alle collettive contemporanee, come la mostra di Ombrelloni Art Space, L’impresa e l’Opera.

Come organizzi una mostra?
Per una mostra storicizzata cerco di capire intanto chi è l’artista storicizzato sul quale “ripuntare”.

Che intendi per ripuntare?
Puntare nuovamente. Significa riuscire a capire di cosa il mercato dell’arte abbia “bisogno” oggi ed individuare inedite chiavi di lettura del lavoro di un autore, che ha già il suo “posto” nel panorama artistico. Ad esempio, in occasione della mostra di Pascali, siamo riusciti con la Galleria ad apportare indagini innovative, approvate dalla Fondazione che prende il suo nome. Abbiamo ritrovato alcuni bozzetti superstiti, progettati per la FAO, per un murales che è andato perduto. Questo aneddoto è stato testimoniato da Giusy Emiliano, collaboratrice stabile della Land and Water Division of Unite Nations, con la quale siamo riuscite ad indagare una testimonianza di cui nessuno era venuto a conoscenza prima. In tale professione è necessario, dunque, adottare un approccio anche “archeologico” per riportare alla luce, come in questo caso, questioni dimenticate o mai scoperte.

Quindi la gallerista non è solo un ospite, ma pure un’autrice, attraverso le scelte espositive, la ricerca e l’interpretazione scrive o riscrive un artista.
Bella questa cosa, secondo me sì. L’autorialità si esprime sia nella stesura del testo critico sia nella creazione del contesto, nelle scelte e nelle modalità di esposizione.

Da destra a sinistra: Krizia Galfo, Matteo Peretti, Alice Falsaperla, Alessandro Calizza, Cristallo Odescalchi e Greg Jager, alla mostra di Ombrelloni Art Space, “L’impresa e l’Opera”. Fotografia di Domenico Flora

Quali sono i criteri con i quali scegli gli artisti da esporre nella tua galleria?
Il criterio con il quale scelgo gli artisti da esporre in galleria è ben preciso. Gli artisti che seleziono devono avere un approccio quasi scientifico all’arte.

Analitico?
Esattamente. Quindi, da un lato, la scelta è mossa da una scintilla emotiva, da una componente empirica, insomma, una connessione energetica con il suo lavoro e le sue produzioni; dall’altro, deve essere coerente con la linea narrativa della galleria, contraddistinta da un’attività di ricerca che può partire da fondamenta storicizzate, base su cui si fonda l’identità della stessa, ma che possa approdare a risultati nuovi, che derivano da un ascolto profondo di sé.

Come è nata la collaborazione con Silvio Coiante? Cosa ti ha colpito di più della sua arte?
La collaborazione con Silvio è nata grazie a Filippo Nalli, ingegnere e collezionista, che ci ha messi in contatto. Da lì ne è nata immediatamente una congiunzione artistica, quasi sinaptica. Mi ha colpito il suo modo di approcciarsi all’arte, la tecnica, lo stato d’animo.
Ho riconosciuto una potenzialità che sentivo l’urgenza di approfondire e sperimentare insieme a lui; per questo motivo ho immaginato di ospitare, in occasione della personale THE TEAR alla Galleria La Nuvola, anche la performance ad hoc, la prima dell’autore. Come dicevamo prima, questo ha permesso al pubblico di fruire non solo dell’opera d’arte compiuta, ma di ciò che vi era alla base della sua stessa creazione, partecipando ai singoli passaggi di una metodologia particolare, come quella del papier collé, cifra stilistica di Silvio.

Alice Falsaperla e Silvio Coiante, dopo la performance THE TEAR. Fotografia di Domenico Flora

Hai esposto tanti artisti storicizzati; pensi sia più importante puntare su di essi o, in quanto giovane gallerista, contribuire a far circolare le forme d’arte emergenti per creare e unire nuove correnti ed espressioni, sognando poi di diventare uno dei poli artistici più importanti a Roma?
Penso che, proprio in quanto giovane gallerista, sia necessario ricreare una compenetrazione di entrambi gli aspetti, uno legato alla storia e l’altro alla contemporaneità. È come se bilanciassero un doppio sguardo sull’arte, più ampio, attraverso cui è possibile intravedere un’origine comune.
La mia precisa scelta di selezionare autori storicizzati deriva dal fatto che, grazie a mio padre (Fabio Falsaperla, ndr), abbia avuto la possibilità di conoscere alcuni dei più noti autori del XX secolo, condividendo con loro anni e temi. Vivere la metamorfosi delle loro produzioni, come delle loro vite, permette in qualche maniera di accedere alle stanze nascoste anche di quegli anni; questo bagaglio diviene uno stimolo per indagare cosa può celarsi realmente dietro le loro opere, apportando ulteriori ricerche scientifiche ed estetiche.
Per quanto riguarda l’arte più odierna, penso sia altrettanto importante credere negli artisti emergenti perché rappresentano la manifestazione di cosa accade dietro il presente che abitiamo. Vorrei instaurare dei rapporti di scambio e vicinanza, seguendo passo per passo il loro lavoro, cogliendo dove potrebbe manifestarsi la loro massima espressione.

Cosa significa essere giovane e donna nel mondo dell’arte e ricoprire il ruolo da gallerista?
Significa complessità e bellezza: ed è questo il posto che sentivo attendermi.

Progetti futuri?
Alla base dei miei progetti futuri c’è l’obiettivo di realizzare esposizioni non solo a livello privato, ma anche a livello pubblico, proponendo nuovi possibili scorci all’interno del mondo dell’arte. In programma vi è l’idea di innescare delle congiunzioni tra le scelte della mia Galleria e gli spazi che hanno scritto una storia dell’arte oltre l’Italia: in America, in Austria e in Germania. Il resto… lo vedrete!

Autore

Simone Mastronardi

Simone Mastronardi

Direttore Creativo

Nato lo stesso giorno di Stanley Kubrick, è del Leone e non lo nasconde. Da grande vuole fare il regista e farsi crescere i capelli; è più vicino alla seconda. C'è un giro illecito di scommesse che divide in due la sua cerchia di amici: riuscirà mai a laurearsi?

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