Domicide, in italiano Domicidio, è un neologismo che nasce dal latino domus, “casa”, e caedo, “uccidere deliberatamente”: descrive l’atto di deliberata distruzione delle case per raggiungere un determinato scopo. Gli accademici che si occupano del tema – come documentato nel libro From Bureaucracy to Bullets: Extreme Domicide and the Right to Home (2022) – distinguono due tipi di domicidio: everyday domicide, che può essere dovuto a profondi cambiamenti nell’urbanistica di una città, e l’extreme domicide, che riguarda invece l’ambito bellico.
Il termine è già stato usato per descrivere quanto accaduto in vari scenari di guerra: la guerra civile in Siria o, negli ultimi anni, la distruzione di Mariupol in Ucraina. E, in maniera centrale, in riferimento all’attuale genocidio in Palestina.
In caso di domicidio, le vittime non vengono uccise, ma vengono rimosse dalle loro abitazioni con violenza e per questo sono sottoposti ad una forma unica di trauma. Il risultato è, in primo luogo, psicologico e, successivamente, di perdita di uno luogo dove poter tornare alla fine del conflitto.
Ma la casa rappresenta molto più di un semplice luogo cui fare ritorno: porta con sé significati specifici legati alla sicurezza, familiarità, riparo, ricordi, privacy e molto altro. Per questo, da più parti viene chiesto di rendere il domicidio un crimine di guerra a sé stante.

Domicidio come crimine di guerra
Anche se il concetto di domicidio è sempre più riconosciuto in ambito accademico, non è ancora considerato un crimine contro l’umanità dal diritto internazionale.
Il diritto ad avere delle condizioni di vita adeguate compare in numerosi documenti sui diritti umani: il più importante di tutti è l’Articolo 25 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, ma anche nell’articolo 11 del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali. Questi articoli parlano di “standard di vita” in maniera vaga e variamente interpretabile. Nel 2000, la Commissione delle Nazioni Unite sui diritti umani ha adottato una risoluzione che crea la figura del Relatore Speciale per le Nazioni Unite sul diritto ad un alloggio adeguato.
Proprio il relatore speciale per le Nazioni Unite sul diritto ad un alloggio adeguato, Balakrishnan Rajagopal, già nel 2022 con un comunicato stampa delle Nazioni Unite chiedeva di riconoscere il domicidio come crimine di guerra a se stante. Anche se il diritto internazionale vieta tutte le forme di distruzione arbitraria di alloggi, deportazione e sfollamento, il Relatore speciale ha rilevato una preoccupante continuità di violazioni del diritto ad un alloggio adeguato in periodi di conflitto.
“Gli attacchi, i bombardamenti e i bombardamenti di obiettivi civili, la distruzione di intere città e villaggi, che hanno costretto milioni di persone a rimanere senza casa, sono continuati senza sosta nonostante lo sviluppo del diritto umanitario e dei diritti umani moderni”, ha affermato l’esperto delle Nazioni Unite nel comunicato stampa.
Entità e conseguenze del domicidio in Palestina
È molto complesso reperire dati precisi sull’entità del domicidio in Palestina: il genocidio in corso e il controllo arbitrario che Israele fa delle informazioni che escono dal territorio palestinese rendono qualsiasi ricerca suscettibile ad errori di partenza. In uno degli articoli più completi sull’argomento uscito su NPR quasi due anni fa, si stima che fossero già state distrutte il 60% delle case a Gaza. Dopo quasi due anni di bombardamenti, la situazione non può che essere peggiorata.
Quali saranno, quindi, le conseguenze del domicidio in Palestina? In un articolo pubblicato all’inizio del 2025 su Middle East Monitor, si parla della connessione tra il domicidio e il nuovo progetto colonialista Israelo-americano. L’autore del pezzo, Ibran Syed, spiega che: “Nel conflitto israelo-palestinese in corso sono emerse due tendenze principali, che possono essere illustrate analizzando più da vicino il fenomeno del domicide. Entrambe affondano le radici in ideologie colonialiste che usano la logica per disumanizzare l'”altro”, anteponendo gli interessi economici e geopolitici all’umanità e alla vita stessa“.
La prima tendenza è lo sfollamento forzato dei palestinesi e la distruzione sistematica delle loro case, con la scusa di danneggiare le infrastrutture di Hamas, avviene per “sostituirle con una società israeliana etnicamente omogenea”. Non solo tramite bombardamenti, ma anche attraverso politiche come l’espropriazione illegale di proprietà e la ridistribuzione delle terre ai coloni: strumenti deliberatamente usati da Israele per potenziale le proprie colonie e sfollare le popolazioni locali, a cui la terra apparterrebbe.
Anche quando non si tratta direttamente di domicidio, i coloni israeliani agiscono pressioni per costringere i palestinesi a lasciare le proprie case, come racconta questo reportage de Il Post. Le case dei palestinesi non sono dunque territori da proteggere anche durante il conflitto – come vorrebbero le leggi internazionali – ma hanno una funzione precisa in un piano tipicamente coloniale.
La seconda tendenza è legata invece all’uso permeante della tecnologia: da un lato, bombe sempre più precise che colpiscono obiettivi civili, dall’altro, l’AI e i social che possono mostrare una versione distorta della realtà e delle informazioni che arrivano dal territorio di guerra.
Anche se il cessate il fuoco ha permesso ad alcuni palestinesi di tornare a Gaza, non è rimasto molto a cui fare ritorno. Ciò che Israele intende raggiungere tramite il domicidio quindi, non è solo legato all’immediato risultato di questa guerra, bensì guarda anche al dopo, a quando i palestinesi non avranno in ogni caso un luogo dove tornare e sentirsi al sicuro.
Questo dovrebbe aprire delle riflessioni sull’importanza di riconoscere il domicidio come crimine di guerra a se stante: chi ridarà ai palestinesi le loro case, infrastrutture, luoghi di cultura e di aggregazione? E cosa rimane di un popolo privato di tutto ciò?
Due installazioni ci raccontano il domicidio in Palestina
L’installazione Home, Ruins, Memory, Future è del regista israeliano Amos Gitaï, che da sempre tratta il tema della casa e del conflitto israelo-palestinese. Per questa ragione, da decenni vive all’estero e le sue opere sono censurate in Israele. In questa installazione presentata in occasione della Biennale di Architettura nel 2023, Gitaï racconta la storia di una casa a Gerusalemme Ovest, condividendo i racconti dei suoi occupanti in un arco lungo 25 anni. Nelle sue opere, il regista si concentra spesso sul tema della casa e documenta il rapporto tra israeliani e palestinesi sempre da una prospettiva di critica verso il governo, auspicando alla possibilità di una pace tra i due popoli.

Più recentemente, l’installazione Pattern of Life della data journalist e illustratrice Mona Chalabi presso la Smithsonian Design Triennial, al museo Cooper Hewitt, ha affrontato apertamente il tema del domicidio in Palestina e non solo.
I modellini dell’installazione ricreano nei minimi dettagli tre case danneggiate o distrutte da conflitti: in Siria nel 2016, in Iraq nel 2015 e in Palestina nel 2023. In tutti e tre i casi, le abitazioni sono state distrutte da munizioni statunitensi. Nell’installazione sono state implementate anche fragranze che aiutino lo spettatore ad immergersi nel contesto privato ed emozionale di ogni singola casa: menta piperita in Siria, che richiama il tè, lavanda in Iraq per ricordare i giardini davanti le case e arancio in Palestina per rievocare i frutteti.
“Ci è sembrato davvero importante comunicare che il domicilio non riguarda la distruzione di una abitazione (house), ma la distruzione di una casa (home)”, ha raccontato Chalabi.

Nell’installazione, la casa passa da concetto astratto ad un’entità concreta e personale, mostrando la perdita che hanno dovuto subire le vittime di domicidio.
Autore
Romana naturalizzata milanese, attualmente trapiantata in Olanda. Leggo e scrivo (tanto) e parlo (troppo) per lo più di come l'arte possa essere uno strumento per costruire una società più giusta. Femminista arrabbiata, ma anche astrologa (praticamente tutto ciò che gli uomini etero odiano, ho anche la frangia)