Il 27 gennaio, Gaza e l’ANPI: cosa penserebbe mia nonna, internata a Buchenwald?

Il racconto di mia nonna, sopravvissuta a un campo di concentramento, sul valore della Giornata della Memoria di fronte al genocidio del popolo palestinese

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Oggi è il 27 gennaio e io mi trovo, per la prima volta, di fronte all’imbarazzo di commemorarlo, cercando di capire in quale modalità sia giusto farlo. Considerato il numero di massacri consumatisi nel mondo negli ultimi anni, dovrei averlo da un po’ questo imbarazzo. Quest’anno, però, è un problema comune a molti, tanto da far nascere una discussione che ha addirittura scomodato l’ANPI. Guai a mettere in discussione il significato, imprescindibile, di commemorare il genocidio del popolo ebraico, anche nel momento in cui lo Stato di Israele – che da quel genocidio nacque e che di quel popolo viene identificato (erroneamente) come principale rappresentante nel mondo – ne sta portando avanti uno a Gaza. 

Mostrare incertezza su questo, o confondere il popolo ebraico con uno Stato sionista, sarebbero entrambe cose gravi. Piuttosto serve domandarsi se davvero si debba considerare lo Stato di Israele come destinatario e tutore degli interessi e della memoria del popolo ebraico e se, premesso questo, si debba considerare lo Stato di Israele – dai fatti del 7 ottobre in poi (e in realtà anche da prima) – come non più destinatario e tutore del 27 gennaio, ammesso che lo sia mai stato. La conseguenza più spinosa di tutte, nel caso di risposta affermativa al primo punto, è se quindi quella parte di popolo ebraico che continua a identificarsi con il governo sionista, possa essere ancora considerata destinataria e custode del Giorno della Memoria. 

Vi offro la risposta di mia nonna, ché altrimenti il mio sarebbe un imbarazzo qualunque, anonimo e senza voce in capitolo. 

Direi che potrei presentarvela in breve come una delle possibili personificazioni della Giornata della Memoria: greca, comunista, arrestata dalla Gestapo ad Atene in quanto staffetta della resistenza locale, aveva 18 anni. Deportata, passa due anni fra i sottocampi di Buchenwald e Ravensbrück, a tanto così dall’essere fucilata sul posto nel corso dell’evacuazione. Direi, insomma, che la Giornata della Memoria era – senza alcuna distinzione – anche sua. È morta due anni fa, ma già da qualche anno aveva iniziato a dare segni di quell’imbarazzo che ora leggete come mio. E, come anche mio può essere il suo imbarazzo, anche «mia» può essere la sua Giornata della Memoria, banalmente perché se fosse stato per quel proiettile io non sarei qui oggi. È una cosa che riguarda anche me, la mia stessa possibilità di esistere.

È stata mia nonna a insegnarmi che esistono due tipologie di ricorrenze, «e sono entrambe giornate della memoria». Le une sono un festeggiamento vero e proprio: si festeggia qualcosa di importante avvenuto e la memoria è «semplicemente» memoria di una conquista, non ha secondi obblighi. Il 2 giugno può essere d’esempio. Nelle altre, non si festeggia proprio un bel niente. Si ricorda, come oggi, affinché una data cosa non ricapiti; affinché una data lotta conclusa non si debba riarmare, come quella partigiana; affinché si lotti, ogni giorno, per migliorare una data condizione, ed è il caso dell’8 marzo. In tutti e tre le circostanze, mi spiegava, ci sono due momenti. Il primo è di sguardo al passato tramite il ricordo, ed è comune al 2 giugno come al 27 gennaio. Il secondo è di veglia sul presente e sul futuro, affinché un pericolo sempre aleggiante, sempre dietro l’angolo, non torni a verificarsi. Ciò che distingue le due tipologie di commemorazioni, che non rende semplice festività una giornata della memoria propriamente detta, è proprio quel secondo passaggio. 

Da qui, mi spiegava sempre mia nonna, ne va però di una sottigliezza fondamentale, proprio quella che troppi (ANPI compreso, mi sembra) non sono disposti ad accettare: proprio perché le seconde giornate della memoria sono giornate «affinché non ricapiti», non appartengono solo all’individuo toccato direttamente dal singolo evento commemorato, ma a tutti quegli individui che potrebbero ritrovarsi in situazioni simili, anche se riproposte in altre forme, modalità e forza. Il pensiero va immediatamente al popolo palestinese. Ma già su questa premessa di diversa «intensità» di genocidio, su questo continuo mettere le mani avanti che ci sentiamo in dovere di fare, serve discutere. 

Ho letto il comunicato dell’ANPI, che considerata mia nonna e considerato quanto vedo accadere ai vertici del mio Paese, non posso che considerare ancora come una voce indispensabile del dibattito e nel contesto pubblico. Però, non posso fare altrettanto a meno di chiedermi cosa avrebbe detto mia nonna – che di esperienza ha avuto sia quella partigiana, che del campo – di quel comunicato. E di questo 27 gennaio. 

Vogliamo dire che non si possa comparare la Shoah al genocidio dei palestinesi perché le «intensità» o le modalità di «sterminio industrializzato» sono diverse? Anche se così fosse, nei genocidi ciò che conta non è l’intenzione finale? Si deduce dal comportamento del governo israeliano che l’obiettivo sia quello di eradicare per sempre e una volta per tutte l’intero popolo palestinese. Quindi, le giornate della memoria dovrebbero servire proprio a questo: non a paragonare per intensità l’inizio di un massacro a un massacro compiuto, quanto ad agire per evitare che qualcosa di simile si ripeta.

Il punto dell’ANPI è difficile da cogliere: ci consigliano di aspettare che di morti ce ne siano abbastanza o lo sterminio diventi abbastanza efficiente, da far diventare politicamente corretto e scontato il paragone? Quando, quantitativamente e qualitativamente, due genocidi diventano comparabili? E quanto è inquietante e, questo sì, svilente, porsi questa domanda?

Torno a mia nonna. Fatta la distinzione fra giornate della memoria e giornate della memoria «affinché non ricapiti», mi sorge naturale una domanda: «E cosa succede se alle seconde si elimina l’impegno “affinché non ricapiti”? Perdono di senso?». Mi ha detto: «No, semplicemente diventano come le prime, puro festeggiamento». Ma poi aggiunge: «Il che sarebbe molto strano, che si festeggi un genocidio che finisce». Diventano memoria reliquiaria, antiquariato da museo di eventi storici in cui non si capisce più bene quale debba essere il motivo per preservarle, se non esattamente quello stesso per cui vennero istituite: innanzitutto, «affinché non ricapiti».

L’altro discorso che mi faceva riguarda i posteri e dove si trovi la «proprietà» della Giornata della Memoria. Anche se più che di proprietario parliamo di destinatario. 

Da un lato è destinata a quello specifico gruppo di individui direttamente colpiti dal genocidio, per cui si sta materialmente istituendo la Giornata della Memoria: non solo ha l’interesse ad agire dopo la conclusione del genocidio perché non abbia dei rigurgiti nell’immediato, ma ne è proprietario in quanto possiede la sua vita, di cui quel genocidio fu parte come evento cardine e impossibile da dimenticare. 

Poi c’è il destinatario più longevo, cioè tutti gli altri, quelli su cui si veglia e che a loro volta dovranno vegliare affinché quel genocidio non ricapiti in altre forme, anche a loro, anche ad altri. È un po’ il: «Lo faccio perché non capiti ai miei figli e nipoti». E quel «anche ad altri» mi sembra insopprimibile, altrimenti non si capirebbe perché a me, non ebreo, venga giustamente richiesto di commemorare il 27 gennaio. Lo faccio per gli altri. 

Ma quello che aggiungeva mia nonna, parlando anche di se stessa, era una conseguenza molto semplice: che in un giro di secolo, tutti gli appartenenti al primo gruppo saranno morti. E quindi sì, io avrò interesse a celebrare il giorno in cui mia nonna non è morta, ma soprattutto manterrò il mio primario interesse, di destinatario, di non farlo ricapitare: a me, al mio vicino, a un ebreo e un palestinese. Ma io, in quanto nipote di una nonna sopravvissuta allo sterminio, ho lo stesso identico rapporto con quella Memoria di un giovane adolescente israeliano che inneggia alla morte dei palestinesi su TikTok. Entrambi esistiamo perché il genocidio non è arrivato in fondo, ma la differenza fra noi è proprio questa: che lui ha dimenticato il suo vero ruolo nei confronti del Giorno della Memoria. Che laddove io ancora ricordo «affinché non ricapiti», lui toglie il secondo passaggio e quindi rimane solo con la dimensione del festeggiamento.

La scelta del 27 gennaio, per quanto mi riguarda, non è a caso. Il 27 gennaio vengono aperti i cancelli di Auschwitz: c’erano anche comunisti, omosessuali, disabili, romaní e poi, ovviamente per la stragrande maggioranza, ebrei, ad Auschwitz. Quindi la stragrande maggioranza dei proprietari del 27 gennaio era ebrea, ma questa proporzione può cambiare quando, dopo un ciclo generazionale completo, si sposta tutto nelle mani dei destinatari. Che lo Stato di Israele non possa essere più destinatario – del «affinché non ricapiti» – è dimostrato dal genocidio che sta compiendo, più o meno «intenso» che sia: sempre genocidio. E da tanto ormai. Mia nonna lo chiamava già genocidio 10 anni in anticipo dei fatti del 7 ottobre: «Stanno facendo ai palestinesi quello vidi fare i nazisti a loro». Quando lo disse la prima volta io andai su tutte le furie, dall’alto del mio non saper nulla rispetto a lei le dissi esattamente quello che l’ANPI dice a me adesso: «Sono incomparabili!». Lei l’ha capito 10 anni fa, che uno sterminio l’ha visto. Forse perché, memore, sapeva benissimo che un genocidio non inizia quando il Ghetto di Varsavia viene liquidato, ma quando (e anzi ben prima) quel Ghetto viene costruito. Io l’ho capito dal 7 ottobre, comunque 10 anni in ritardo, che uno sterminio l’ho sentito raccontato. Tremo al pensiero di quando lo capiranno tutti gli altri e rimango di sasso di fronte al fatto che non l’abbia capito l’ANPI, o che quantomeno non abbia voluto usare i propri spazi di risonanza e autorevolezza per dire qualcosa di più complesso, considerato anche che sicuramente è più vicino all’esperienza di mia nonna, che alla mia.

La domanda che a me invece viene da fare a chi continua a lasciare indisturbato o addirittura sostenere e mistificare questo sterminio – e qui basterebbe chiamare in causa un bel po’ di direttori di giornale di testate italiane – è come pensi di poter rimanere al contempo destinatari e custodi nel presente del 27 Gennaio.

L’invito non è di boicottare il 27 gennaio: non ce n’è proprio bisogno. Perché non è solo «loro», anche noi siamo figli di sopravvissuti. Piuttosto, assumerci la consapevolezza che per noi non deve esserci imbarazzo, per noi il 27 gennaio non è cambiato, per noi c’è sia la parte del ricordo che quella della veglia sul presente. Oltre alla consapevolezza, quella ancora non pervenuta invece, che comunque non stiamo facendo mai abbastanza.

Una Giornata della Memoria dovrebbe servire a riconoscere, intercettare e arrestare il genocidio di un popolo nelle sue avvisaglie (e per questo siamo già in ritardo). La Giornata della Memoria serve proprio affinché non se ne debbano creare più, di nuove Giornate della Memoria. Questa, e proprio questa, è l’importanza e la rilevanza che noi – accusati di svilirlo – riconosciamo al 27 gennaio. Il ricordo di un genocidio talmente oltre ogni immaginazione che avrebbe dovuto mettere fine a tutti i futuri genocidi. 

O quantomeno – e forse è questo che ci destabilizza più di tutto e non ci fa dire esattamente ogni cosa in punta di fioretto – che neanche ottanta anni dopo, a compierlo fossero proprio gli autoproclamati eredi e protagonisti di quel genocidio che avrebbe dovuto mettere fine a tutti i genocidi.

Autore

Critico cinematografico passato per cartaceo, web, social, radio e televisione. Film preferito Dr. Stranamore di Kubrick, libro preferito L’Avversario di Carrère, canzone preferita Gimme Shelter degli Stones.

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