Cosa ci resta di questo 25 novembre?

Abbiamo lottato, ci siamo riprese le piazze, abbiamo urlato per chi una voce non ce l’ha più, abbiamo occupato gli spazi con i nostri corpi, ma non abbiamo bruciato tutto. Dopo la marea del 25 novembre, cosa ci resta di tanta (giusta) rabbia?

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Roma, 25 novembre 2023

Diciamolo ancora: lo scorso 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne, eravamo marea che inondava la Capitale in nome della lotta alla discriminazione e alla violenza di genere. Secondo le stime, almeno 500 mila persone si sono riversate tra le strade della città, abbracciando con anima e corpo il grido di Non Una Di Meno. Sono passati più di dieci giorni, eppure siamo ancora qui a raccogliere i frammenti sparsi dal vento del cambiamento.

È stata – forse – una delle piazze più belle che abbia mai vissuto, connotata da un profondo rispetto e, contemporaneamente, da una rabbia viscerale, non più sopportabile. Nel corteo si è creata un’atmosfera diversa, fatta di empatia e condivisione di sentimenti, paure e luoghi che ognun3 di noi ha vissuto o attraversato almeno una volta nella vita.

È stata – anche – una piazza con una presenza maschile visibile e, per questo, dirompente, tanto da segnare (spero) un punto di non ritorno nella storia del transfemminismo. Ovviamente, la partecipazione di persone socializzate come uomini al corteo non svaluta la presenza di un numero indubbiamente maggiore di donne, che da sempre si battono contro la cultura dello stupro di cui è pregna la nostra società e che continua, attraverso pratiche quali lo slut-shaming e la colpevolizzazione della vittima, ad alimentare una violenza di genere sistemica.

L’estesa partecipazione maschile, più che funzionale, si è rivelata quantomeno sintomatica del fatto che, per la prima volta, la causa femminile sia diventata una questione di tutt3, come è giusto che sia: gli stessi responsabili non hanno più potuto esimersi dal loro coinvolgimento e hanno finalmente sentito l’impellente necessità di solidarizzare con le persone socializzate donne per combattere, insieme, la violenza di genere.

Ma basta davvero scendere in piazza con un gadget fucsia per ritenersi alleat3 della causa transfemminista e contribuire attivamente ad abbattere un sistema che costringe le donne a subire violenza e discriminazione ogni giorno? Ovviamente no, ma andiamo per ordine.

Cosa ci facciamo con i cocci se non abbiamo rotto niente?

Una delle polemiche più inflazionate contro la piazza riguarda le sue stesse rivendicazioni. Sia persone esterne che interne alla bolla transfem, che l’ha immaginata ed attraversata, hanno criticato il fatto che, alla fine, la rabbia accumulata nelle ultime settimane non si sia trasformata in niente di pratico o rivoluzionario. Insomma, dicevamo di bruciare tutto, e invece siamo stat3 quasi caricat3 dalla polizia per aver imbrattato una serranda di ProVita.

Sebbene sia possibile intuire (e magari anche parzialmente condividere) la delusione dietro queste parole, ridurre la marea del 25 novembre ad un parziale fallimento delle istanze femministe è decisamente limitante e controproducente (e pure falso, direi).

È infatti innegabile che qualcosa si sia rotto dentro ongun3 di noi, anche se il Colosseo è rimasto in piedi. Essere marea che occupa le strade della Capitale, sentirsi liber3 di spostarsi in sicurezza, percepire come mai prima d’ora una rete di supporto, sensibilizzare l3 alleat3 alla tematica, educare al consenso, ribadire l’urgenza di lottare contro la violenza di genere: sono tutti passi fondamentali che ognun3 di noi deve compiere per combattere alla radice la cultura dello stupro e ogni tipo di violenza di matrice patriarcale, la cui presa di consapevolezza, per molt3, è cominciata proprio questo 25 novembre.

È importante ricordare però che dopo (e durante) la pars destruens, caratterizzata da un percorso di autocoscienza e di liberazione personale e collettivo, serve la pars costruens, cioè la ri-educazione e la ricostruzione di una nuova gerarchia di valori, basata sui principi del femminismo intersezionale.

A questo punto, le domande sono almeno due: chi? E soprattutto, come?

La fatica di rieducare

Anche ammettendo che la catena si sia spezzata, siamo solo all’inizio. Ciò che sta accadendo, purtroppo, è che sono ancora una volta le donne ad occuparsi di rieducare l3 altr3: è loro la sofferenza, è loro il sangue ed è loro pure il dovere di cambiare le cose, con tutto il carico fisico e mentale che ciò comporta: perché devono essere sempre le donne ad insegnare ai maschi a non ammazzarle?

Eppure è chiaro che l’unico colpevole sia il patriarcato e che gli unici responsabili siano gli uomini, tutti gli uomini, in quanto parte alimentante (e beneficiaria) della stessa cultura patriarcale che dà loro il privilegio di esimersi da ogni presa di posizione, crogiolandosi nella loro sicura indifferenza.

Citando l’attivista e scrittrice Valeria Fonte, sono proprio quei bravi ragazzi che continuano a perpetrare le violenze e le discriminazioni contro le persone socializzate donne: per questo motivo, quella contro il patriarcato (che, per inciso, opprime ogni soggettività indipendentemente dal sesso) è una rivoluzione che devono fare i maschi: una rivoluzione intestina, che viene da dentro.

Maschi transfemministi (ma posso dire transfem?)

Ma da dove nasce questa riluttanza ad occuparsi delle dinamiche di genere in modo critico da parte della componente maschile?

La lotta al patriarcato è una questione di privilegio: essere donna in un sistema fatto di gerarchie di potere e oppressione significa accettare la propria condizione di subalternità. In quest’ottica, la “crisi del maschio” a cui si appellano tanti nostalgici non può fare a meno di configurarsi come una progressiva perdita di dominanza sulla componente femminile della società: in altre parole, una sconfitta.

La verità, però, è che la cultura patriarcale è nociva tanto per le donne quanto per gli uomini, sebbene con effetti paradossalmente diversi: se gli uomini hanno paura di piangere, le donne hanno paura di essere uccise, citando uno degli slogan di Non Una Di Meno.

Per questo motivo, la lotta al patriarcato dovrebbe essere affrontata in maniera collettiva, nell’ottica di un percorso di liberazione comune da quei ruoli di potere in cui ognun3 viene ingabbiat3.

Se abbiamo quindi capito chi deve partecipare alla lotta, il come resta ancora abbastanza incerto.

Consigli pratici per bruciare tutto (in senso figurato)

È innegabile che le riflessioni maschili abbiano (volontariamente) lasciato un vuoto ideologico in campo di femminismo e violenza di genere. Pare che – semplicemente – gli uomini non prendano parte né al dibattito né alla lotta contro il patriarcato perché la ritengono una questione puramente “femminile”.

Spoiler: in realtà, si tratta di una questione maschile fino al collo e, per questo, devono risolverla i carnefici, non le vittime.

Molto spesso, le voci intellettuali maschili – quelle non sessiste, intendo – si ergono dal grigiore della loro indifferenza solo per dare un contributo in momenti particolarmente eclatanti o urgenti, senza mai inserire il singolo evento tragico in una riflessione più ampia, che chiami in causa le radici socioculturali della volenza di genere.

Si mañana no vuelvo, destruyelo todo.

Si mañana me toca, quiero ser la última.

Se domani non torno, distruggi tutto.

Se domani tocca a me, voglio essere l’ultima.

Si mañana no vuelvo (Se domani non torno) – Cristina Torres-Cáceres

Il primo step nell’ottica di un processo di consapevolezza e liberazione è riconoscere la propria responsabilità in quanto uomo. A spiegare la difficoltà che comporta la rottura di questo muro di omertà è una puntata del Podcast di ValigiaBlu in cui Maria Giuseppina Pacilli, professoressa associata di psicologia, e Lorenzo Gasparrini, filosofo femminista e scrittore, dialogano sulla mascolinità tossica, presentando anche la storia di Michele, uomo violento che si è rivolto ad un centro di aiuto per iniziare un percorso di autocoscienza.

Per autocoscienza si intende la pratica, utilizzata dale donne all’interno del movimento feminista dagli anni Settanta, di riflettere e mettere in discussione sé stess3 e il contesto in cui si vive attraverso un approccio collettivo per raggiungere una migliore comprensione di sé e delle altre persone in termini di genere.

Come afferma Luisa Betti Dakli, giornalista direttrice di DonnexDiritti Network e responsabile della Commissione Pari opportunità dell’Ordine dei giornalisti del Lazio, in un’intervista per Il Post, «gli uomini dovrebbero fare quel percorso di autocoscienza che hanno fatto le donne: quando si va a toccare la mascolinità e la virilità si dice che l’uomo diventa fragile perché non ha più i punti di riferimento. E proprio a quello serve l’autocoscienza: a farsi due domande e imparare a relazionarsi con chi è diversa».

Di pari passo al percorso di autocoscienza singolo e collettivo, sarebbe sicuramente utile se gli uomini (e non solo) iniziassero a leggere i prodotti della cultura femminista: libri, saggi, pamphlet che donne (e uomini) hanno scritto su femminismo e cultura patriarcale. Non importa andare troppo lontano: basta cominciare dalla contemporaneità, leggendo ed ascoltando Michela Murgia, scrittrice ed intellettuale brillante che con la propria voce ha saputo aprire un varco fondamentale nel campo della lotta alla cultura patriarcale, rendendo il femminismo intersezionale non solo un concetto fruibile ma anche ineluttabilmente giusto. Sul versante maschile, è Lorenzo Gasparrini, filosofo femminista, una delle menti più attive nel campo della riflessione e divulgazione di tematiche di genere, cominciando da uno dei suoi ultimi libri: Perché il femminismo serve anche agli uomini.

Infine, un ultimo ma fondamentale contributo degli uomini alla causa femminista sarebbe quello di ripensare gli spazi di aggregazione maschili: servono meno gruppi del calcetto e più gruppi di discussione che abbraccino la causa transfemminista. In altre parole, è necessario capire che la lotta femminista non è una battaglia di donne contro gli uomini, ma di ogni soggettività contro un sistema opprimente: solo così è possibile trasformare la colpevolizzazione maschile nel lecito senso politico di combattere un’oppressione, come è già accaduto per altri movimenti, dal Fridays For Future al Black Lives Matter.

Solo attraverso un lento processo di educazione sarà possibile creare una nuova semantica della parità, in cui gli atteggiamenti discriminanti siano resi effettivamente inammissibili e fonte di vergogna.

Tirando le somme

Ovviamente, circoli culturali maschili che discutono di violenza di genere, transfemminismo e patriarcato (che già come immagine è abbastanza utopica) non basteranno a risolvere la condizione di subalternità e discriminazione che le donne vivono sistematicamente all’interno della nostra società, trasversalmente al titolo o alla classe sociale di appartenenza.

Educare è sicuramente il primo passo necessario per cambiare il pensiero e la sensibilità di un popolo, ma questa deve necessariamente tradursi in un riadattamento materiale delle strutture di potere su cui si basa il nostro vivere comune.

Ciò significa che gli uomini (e non solo le donne) devono iniziare a rivendicare diritti nell’ottica di una parità di genere genere sostanziale, cominciando dal congedo di paternità e dalla lotta alla period poverty (di cui avevamo già parlato in questo articolo), richiedendo leggi che tutelino le donne da molestie e violenza, così da rendere pratiche quali il victim blaming definitivamente inammissibili.

Autore

Alice Melani

Alice Melani

Autrice

Mi chiamo Alice e c’ho un’anima un po’ scissa. Tra le altre cose, sono una neuroscenziata della Scuola Normale. Nel tempo libero oscillo tra attivismo, femminismo intersezionale e misantropia disillusa. Odio gli indifferenti e credo che dovremmo proprio smetterla di imporre inutili confini al nostro animo in continua espansione.

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