The medium is the message: il paragone tra Vietnam e Afghanistan sfuggito ai media

La fallimentare uscita di scena degli USA dopo venti anni di conflitto, non è l’unico elemento che accomuna la guerra del Vietnam (1955-1975) alla guerra in Afghanistan. C’è un altro paragone, di carattere sociologico, che finora è sfuggito ai media nonostante ne siano i protagonisti.

Durante il boom economico, a partire dagli anni ‘50, negli Stati Uniti e nel mondo industrializzato si diffondeva l’American Way of Life, in pratica lo stile di vita consumistico che oggi conosciamo bene. Molti prodotti prima di allora elitari, tra cui i mezzi di comunicazione di massa come le radio e le televisioni, diventavano economicamente accessibili anche alle famiglie meno abbienti. Questo cambiamento ebbe delle conseguenze di lungo periodo sulla vita delle persone nonché sulle decisioni dei governi, obbligati al confronto con un’opinione pubblica da un lato più informata, dall’altro più facilmente manipolabile. È questo il significato dell’espressione The medium is the message usata dal sociologo canadese Marshall McLuhan nel suo libro Understanding media: the extensions of man, pubblicato nel 1964: il mezzo che viene utilizzato per comunicare un qualsiasi contenuto incide sul contenuto stesso, cioè sul modo in cui viene percepito dal destinatario e sulla sua reazione

Marshall McLuhan

Negli anni ‘70, l’opinione pubblica americana conosceva sia le violenze inflitte da Washington alla popolazione vietnamita, sia le perdite subite dal proprio esercito. Sempre McLuhan la definì come «la prima guerra televisiva», in quanto la cronaca permetteva ad ogni cittadino di assistere alla guerra dalla propria casa, comodamente seduto sul suo divano. Una prospettiva inquietante ma terribilmente realistica e attuale: oggi la storia si ripete. Cosa cambia? Lo scenario e i mezzi, sempre più “comodi” e invasivi. In qualsiasi istante abbiamo la possibilità di documentarci sulle tragedie vissute da altri in una realtà, quella afghana, poco immaginabile per la maggior parte di noi occidentali. Non conosciamo la brutalità della guerra né l’assenza di libertà e di rispetto per i diritti umani. Eppure ci incantiamo quasi maniacalmente davanti alle immagini e ai video che in questi giorni circolano sul web. Li andiamo a cercare, li guardiamo più volte, ce ne abbuffiamo senza accorgercene in maniera spettrale. Ciò che dovrebbe terrorizzarci e angosciarci finisce con l’aumentare la nostra sete di paura. La paura è così virale e pericolosa da spingere molte persone a divulgare informazioni e notizie false (abbiamo visto tutti almeno una clip risalente a vicende passate) pur di non rimanere a secco: ancora una volta, forse di più rispetto a una volta, è il mezzo che conta e prevale sul contenuto. A questo punto dovremmo chiederci di cosa ci stiamo ingozzando.

Un cameraman televisivo riprende l'arresto da parte dei Marines di un cecchino vietcong nel marzo 1966

Esserne consapevoli in situazioni di emergenza è essenziale per evitare la polarizzazione dell’opinione pubblica, in parte già avvenuta. C’è chi si schiera a favore o contro Biden, chi prova a dimostrare l’inesorabilità della presa di potere dei Talebani e chi li condanna per violazione di leggi che loro, però, non riconoscono. Durante la guerra del Vietnam, in assenza di mezze misure, i pacifisti venivano additati come i sostenitori dei Vietcong. Oggi, a imparitá di condizioni, la neutralità della comunità internazionale viene interpretata come un lascia passare alla brutalità dei Talebani. Eppure, nell’era del digitale in cui l’informazione viaggia velocissima e arriva a noi gratuitamente, dovremmo essere in grado di accettare la complessità di una situazione che porta con sé secoli di storia. Ma, soprattutto, dovremmo evitare la condivisione irresponsabile di messaggi di violenza, che per altro normalizzano gli abusi, contribuiscono a desensibilizzare la società rispetto al tema dell’oppressione e amplificano il silenzio delle vittime.

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