Oriana Fallaci e la fabbrica dell’islamofobia

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La genesi della nuova islamofobia rispettabile

Oriana Fallaci ha trasformato l’islamofobia in un discorso culturale legittimo nello spazio pubblico europeo. Il suo lavoro, soprattutto dopo l’11 settembre, ha contribuito in modo significativo a normalizzare una forma di razzismo culturalista che vede l’Islam incompatibile e inferiore rispetto all’Occidente, rappresentato come universalmente superiore. 

Fallaci ha costruito – come Vincent Geisser definisce nel suo libro – “una nuova islamofobia rispettabile”. Un fenomeno che, a partire dagli anni Novanta e con forza dopo il 2001, non si presenta come puro odio razziale, ma come difesa della civiltà, dei valori occidentali, della laicità e della libertà. Fallaci ha trasformato i conflitti storici, geopolitici e imperiali in una presunta essenza culturale musulmana, spostando il discorso dal piano politico a quello civilizzatore.

Nei suoi scritti, Fallaci oppone esplicitamente Omero, Socrate, Platone, Aristotele, Roma e la scienza occidentale al profeta Mohamed, costruendo una gerarchia di civiltà in cui l’Europa appare come culmine della storia umana e il mondo musulmano come spazio regressivo. 

Il mito del celebre gesto a Qom: il femminismo bianco-imperiale

Il celebre episodio del 1979, in cui Oriana Fallaci si tolse lo chador davanti a Ruhollah Khomeini, rappresenta un fulgido esempio di femminismo bianco, imperiale e di sottomissione intellettuale alle logiche dell’orientalismo.

Per decostruire questo atto, è necessario spogliarlo della narrazione eroica e occidentale di “liberazione” e analizzarlo come un’imposizione di categorie eurocentriche su un contesto islamico complesso. 

Fallaci giunse a Teheran nel pieno della Rivoluzione iraniana. La sua traiettoria ideologica, pur non essendo ancora sfociata nella violenta islamofobia sistemica post 11 settembre, mostrava già una radicata presunzione di superiorità culturale.

Nel rifiutare il velo durante l’intervista, Fallaci non ha assolutamente compiuto alcun atto di solidarietà con le donne iraniane, bensì ha tenuto una performance ad uso e consumo del pubblico occidentale. Questo gesto ha ridotto il corpo delle donne razzializzate a un campo di battaglia ideologico, applicando il “complesso del salvatore bianco”.

Dall’orientalismo paternalista all’islamofobia esplicita

Il confronto testuale tra l’intervista del 1979 a Khomeini e gli scritti successivi all’11 settembre 2001, in particolare La Rabbia e l’Orgoglio, svela la radicalizzazione di un unico asse ideologico che si evolve dall’orientalismo paternalista all’islamofobia esplicita. Nel 1979, rivolgendosi a Khomenei, Fallaci aggredisce l’indumento, definendolo un “indumento scomodo e assurdo” che costringe le donne a nascondersi come “fagotti”, per poi compiere il celebre gesto di liberarsi di quello che definisce un “cencio medievale”. 

In questo specifico impianto, l’Occidente si autoproclama misura universale della libertà: il corpo della giornalista diventa lo standard civile. Vent’anni dopo, la retorica cambia radicalmente di finalità, passando dalla finta solidarietà alla difesa aggressiva.

Nel suo saggio, l’Islam non è soltanto “una realtà da liberare”, ma una minaccia biologica da respingere. Fallaci scrive che, se le donne musulmane sono “così stupide da accettare il chador”, la colpa è loro, trasformandole da vittime a complici di un’invasione. Attraverso l’accumulo eccessivo di termini come “mullah, moschee, burqa, chador”, l’immigrazione viene descritta come un contagio culturale che rischia di islamizzare l’Europa. Il filo conduttore del testo dimostra come l’atto del 1979 sia stato la radice testuale e logica di una visione suprematista, in cui il rifiuto del velo si trasforma coerentemente nella teorizzazione dell’incompatibilità e dello scontro di civiltà.

L’apice ideologico e la demonizzazione dei musulmani

La diffusione degli scritti di Fallaci raggiunge l’apice con La rabbia e l’orgoglio (2001) e La forza della ragione (2004). Pubblicato poche settimane dopo l’11 settembre, La rabbia e l’orgoglio fuse terrorismo, immigrazione, Islam, fondamentalismo, mondo arabo e musulmani in un unico quadro discorsivo. Fallaci non si limitò ad associare l’Islam al terrorismo, ma produsse una narrativa totale in cui ogni musulmano veniva inserito nello stesso paradigma. Ha definito i musulmani come soggetti che “si riproducono come ratti” e ha descritto l’immigrazione come strategia di invasione e sostituzione etnica. 

Il successo commerciale di queste opere – oltre un milione di copie vendute in poche settimane in Italia – dimostra quanto il suo discorso sia profondamente integrato nel mainstream mediatico. I discorsi di Fallaci, infatti, sono stati legittimati dal prestigio intellettuale e giornalistico. Le sue dichiarazioni finali sul minareto in Toscana, fino all’evocazione di farlo saltare in aria, mostrano con chiarezza il passaggio dall’ostilità discorsiva alla normalizzazione simbolica della violenza. L’Islam viene rappresentato come un’invasione territoriale incompatibile con il “paesaggio di Giotto”, per usare le sue stesse parole.

La strumentalizzazione politica e la santificazione del mito

L’eredità intellettuale di Oriana Fallaci rappresenta uno dei vettori più potenti attraverso cui l’orientalismo classico si è trasmutato nella moderna islamofobia sistemica, legittimandola anche all’interno del dibattito istituzionale occidentale. Attraverso i suoi scritti, la giornalista ha fornito una grammatica culturale e un vocabolario d’odio che hanno sdoganato il razzismo culturale, travestendosi da fiera difesa della libertà d’espressione e dei valori illuministi.

Nel corso degli anni, il sistema mediatico e politico occidentale ha operato una sistematica glorificazione della sua figura. Questa santificazione ha scientemente ignorato la violenza disumanizzante delle sue parole – che descrivevano i musulmani come invasori incapaci di integrarsi e biologicamente prolifici – per concentrarsi sulla spettacolarizzazione della sua audacia anti-teocratica. La glorificazione di Oriana Fallaci attraversa in modo trasversale la politica e l’intellettualismo occidentale, trovando una sponda entusiasta soprattutto nei leader della destra sovranista contemporanea. 

Figure politiche come Giorgia Meloni e Matteo Salvini in Italia, ma anche intellettuali conservatori d’oltreoceano, hanno sistematicamente elevato la giornalista a simbolo di preveggenza geopolitica. Meloni l’ha più volte definita un esempio di coraggio intellettuale e fiero patriottismo, trasformando il mito dello strappo del chador del 1979 in una patente di legittimità per attuare politiche xenofobe. Persino in ampi settori del liberalismo europeo, la sua figura viene celebrata per aver difeso la laicità contro il “fondamentalismo”.

Questo meccanismo si perpetua immutato nel discorso contemporaneo, dove le destre xenofobe e ampi settori del liberalismo eurocentrico continuano a attribuirle onori, intitolarle vie e citare le sue opere come testi profetici. In questo modo, l’orientalismo fallaciano continua a operare nel presente, offrendo una copertura progressista e apparentemente emancipatoria a politiche di esclusione, discriminazione e islamofobia di Stato, dimostrando come il razzismo culturale possa essere glorificato quando viene camuffato come difesa della civiltà occidentale

Il linguaggio del razzismo differenzialista 

Questa monumentale operazione di riscrittura storica, tuttavia, si scontra brutalmente con la letteralità dei suoi testi, infarciti di un razzismo biologico e culturale disumanizzante. L’impianto orientalista classico, che dipinge il mondo islamico come intrinsecamente arretrato e barbaro, emerge con violenza quando afferma che «i figli di Allah» dovrebbero capire che «certe cose non si fanno», paragonando la preghiera islamica e la cultura dei migranti a un’invasione biologica che infetta le città europee. 

L’ideologia imperialista si palesa quando la scrittrice attacca direttamente i presupposti del multiculturalismo, sentenziando: «Che senso ha rispettare chi non rispetta noi? Che senso ha difendere la loro cultura o presunta cultura quando essi disprezzano la nostra?». Attraverso questa tecnica discorsiva, Fallaci ha codificato il passaggio dal vecchio razzismo basato sulla “razza biologica” a un “razzismo differenzialista” basato sulla cultura, dove l’Islam viene descritto come un blocco monolitico e incompatibile con la modernità. Il tributo pubblico alla sua memoria dimostra come le istituzioni contemporanee abbiano normalizzato questa violenza verbale verso i musulmani, glorificando la figura di una scrittrice che ha attivamente fornito la giustificazione intellettuale per la moderna islamofobia di Stato.

Non sorprende quindi che l’Osservatorio europeo sul razzismo e la xenofobia abbia definito i suoi contenuti esplicitamente anti-musulmani, anti-arabi e anti-immigrati, denunciandone il ruolo nella legittimazione pubblica dell’odio razziale. Né sorprende che studiosi come Gilles Kepel abbiano letto Fallaci come sintomo dell’ascesa dell’estrema destra europea post11 settembre.

Il dispositivo discorsivo dell’omologazione violenta

Il contributo di Oriana Fallaci ai discorsi che hanno alimentato l’islamofobia contemporanea non risiede tanto nell’aver espresso ostilità verso i musulmani – posizioni già diffuse nel dibattito pubblico dopo i fatti dell’11 settembre – quanto nell’aver costruito una narrazione semplice, totalizzante e facilmente assimilabile. La fusione  tra figure, movimenti e contesti geopolitici radicalmente contrapposti da lei operata all’interno di un’unica categoria indifferenziata rappresenta la quintessenza del dispositivo discorsivo orientalista e imperialista. Assimilare nello stesso calderone discorsivo Yasser Arafat – leader di un movimento nazionale laico come l’OLP, l’Ayatollah Khomeini o sovrapporre Gheddafi significa annullare secoli di storia, teologia e politica interna di un’intera regione. 

Questa operazione di omologazione violenta cancella le specificità storiche e le legittime istanze di resistenza anti-coloniale dei popoli del Sud globale. Agli occhi di Fallaci e dei suoi apologeti, l’interlocutore non occidentale perde ogni individualità e agency politica: il militante, il dittatore, il teocrate, il terrorista e il migrante economico vengono fusi in un’unica minaccia esistenziale e biologica contro l’Occidente. La forza della sua retorica non stava quindi nell’originalità delle idee, bensì nella capacità di trasformare stereotipi e paure già esistenti in un quadro coerente e immediatamente riconoscibile, amplificato da una vasta eco mediatica che contribuì a fare di La rabbia e l’orgoglio un fenomeno editoriale e culturale di massa.

La cancellazione dell’Altro come funzione imperiale

Il migrante che fugge dalle devastazioni prodotte dalle guerre imperialiste – innescate dall’Occidente – diventa, in questa narrazione, la quinta colonna di una strategia di conquista demografica, un’estensione corporea del terrorismo. L’intera popolazione musulmana mondiale viene così spogliata della sua pluralità e ridotta a un blocco omogeneo guidato da un innato istinto distruttivo e anti-moderno. 

Questa totale semplificazione è funzionale a legittimare l’ordine imperiale: se l’Altro è intrinsecamente fanatico, immutabile e privo di sfumature, crolla ogni possibilità di dialogo diplomatico o di convivenza civile. La retorica fallaciana costruisce così la giustificazione morale per le guerre di aggressione e le politiche securitarie e islamofobe contemporanee, dimostrando come la cancellazione delle differenze sia il prerequisito fondamentale per l’esercizio della violenza coloniale e del suprematismo culturale.

Autori

Studiosa e appassionata di politiche e società del Medio Oriente, con un focus sugli studi arabi. Sono una persona introspettiva, riflessiva, altamente sensibile e pragmatica. Amo gli animali, la natura e la luna.

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