Non possiamo rimuovere il colonialismo spagnolo dalle ragioni della crisi di Ceuta

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Le autorità spagnole stimano che circa 60 mila migranti abbiano tentato di entrare a Ceuta negli ultimi dieci giorni, utilizzando imbarcazioni gonfiabili o scalando le recinzioni. Secondo fonti della Guardia Civil, questa “esplosione” di arrivi è legata a una recente sentenza della Corte Suprema spagnola, che stabilisce che i migranti intercettati in mare non possono essere respinti immediatamente in Marocco. Questo vuoto nelle politiche di blocco è stato, secondo il Ministero dell’Interno spagnolo, sfruttato dalle reti di trafficanti.

Il governo di Madrid ha inviato 60 truppe supplementari per rinforzare la sorveglianza, mentre alcune ONG denunciano una situazione “fuori controllo” nella città marocchina di Fnideq, dove migliaia di persone continuano ad accamparsi nella speranza di passare.

La narrazione mediatica dell’«invasione» 

I media e le fonti ufficiali hanno utilizzato termini come «assalto» o «invasione» per descrivere i tentativi dei migranti di superare le recinzioni. Questa scelta lessicale privilegia una lettura fondata sulla difesa del confine anziché sulle condizioni umane e storiche che spingono migliaia di persone a tentare l’attraversamento.

L’attenzione mediatica su questi eventi è stata oscillante nel corso degli anni. Nel 2008, ad esempio, alcuni tentativi di attraversamento ricevettero poco spazio mediatico: l’attenzione pubblica era focalizzata per lo più sui quarti di finale degli Europei di calcio.

Decostruzione del concetto di confine come dato naturale

Quelli che erano confini bilaterali tra Spagna e Marocco si sono trasformati nella frontiera meridionale dell’Europa in Africa. Questo processo ha cambiato la natura simbolica di Ceuta e Melilla, che ora rappresentano zone di transizione tra Nord prospero e Sud impoverito.

Secondo il filosofo Lieven De Cauter, stiamo entrando in un’epoca definita «città chiusa», in cui l’enclave esclude chi è fuori e reclude (o auto-reclude) chi è dentro. Questa configurazione è contemporaneamente arcaica (perché richiama la logica medievale delle mura) e ipermoderna (perché utilizza tecnologie avanzate come sensori e sorveglianza per gestire la sicurezza).

Bauman e la “Fine dell’Era dello Spazio”

Zygmunt Bauman, invece, descrive questo fenomeno come la conseguenza della «fine dell’era dello spazio», un periodo in cui la distanza fisica non è più sufficiente a garantire sicurezza o isolamento. In un mondo globalizzato dove tutto è connesso, la risposta politica della “Fortezza Europa” è quella di ritirarsi in se stessa, creando comunità recintate nel tentativo di placare i flussi che percepisce come minacce. 

A Ceuta e Melilla il concetto di “altro” viene distorto e sovrapposto alle categorie di antagonismo sociale e invasione territoriale. Il muro, quindi non serve solo a fermare le persone, ma a cristallizzare la diversità e renderla intrinsecamente conflittuale.

Conquiste Portoghese e Castigliana e il Trattato di Lisbona

Le città di Ceuta e Melilla conservano una storia millenaria che risale ai mercanti del Mediterraneo antico. Il passaggio sotto il controllo dei regni iberici avviene nel 1668 con il Trattato di Lisbona, dopo essere stata sotto il controllo portoghese. Nonostante l’indipendenza del Marocco nel 1956, la Spagna mantenne la sovranità sulle enclave, sostenendo che appartenessero alla Corona spagnola da secoli.

L’ingresso della Spagna nella Comunità Europea (1986)

Con l’adesione della Spagna alla Comunità Europea, tutti i territori sotto la giurisdizione di Madrid, incluse le due enclave, iniziarono a essere considerati parte integrante dell’Unione Europea. Con questo cambiamento storico, Ceuta e Melilla smisero di rappresentare esclusivamente un «anacronismo coloniale» perpetrato dalla Spagna, per trasformarsi nell’incarnazione del confine meridionale dell’Europa in Africa.

L’attuazione dell’Accordo di Schengen, a partire dagli anni Novanta, ha complicato ulteriormente il panorama geopolitico delle enclave, generando una dicotomia tra soggetti «regolari» (per i quali il confine è solo un timbro sul passaporto) e «irregolari» (per i quali il confine diventa un apparato di sicurezza fatto di torri, sensori e guardie).

L’«europeizzazione» della frontiera

Il focus si è spostato da Spagna e Marocco a una rappresentazione delle zone di transizione su scala globale tra Europa e Africa. Questo processo ha portato alla costruzione di barriere fisiche (iniziate nel 1993 a Ceuta e nel 1996 a Melilla) finanziate in gran parte dall’Unione Europea, per proteggere e mettere in sicurezza il territorio.

Parallelamente, il controllo della frontiera viene progressivamente esternalizzato attraverso la cooperazione tra Spagna e Marocco. L’Accordo bilaterale del 1992, entrato in vigore nel 2012, disciplina la riammissione degli stranieri entrati irregolarmente, mentre il Marocco assume sempre più il ruolo di “gendarme” della frontiera meridionale dell’Unione Europea, sostenuto anche da una legislazione del 2003 che criminalizza l’ingresso e il soggiorno irregolare. Questa strategia è affiancata dall’azione di Frontex, l’Agenzia europea per la gestione operativa delle frontiere esterne, finanziata dal bilancio dell’Unione Europea e dagli Stati membri. 

Nota a margine: Frontex (European Border and Coast Guard Agency) è l’agenzia dell’Unione Europea istituita nel 2004 per coordinare la gestione delle frontiere esterne degli Stati membri. È finanziata principalmente dal bilancio dell’UE, con il contributo operativo e di personale dei Paesi membri.

Il confine come “setaccio”

Le enclave si sono trasformate da semplici linee di demarcazione a centri di selezione a cielo aperto, agendo come un filtro che determina chi ha il diritto di muoversi e chi deve essere “incapsulato”.

Attraverso pratiche come le devoluciones en caliente (respingimenti a caldo), lo Stato produce attivamente una categoria di persone “fuori dalla legge”, negando loro le garanzie internazionali e trasformando le enclave in «luoghi di illegalità» dove i diritti fondamentali vengono sospesi.

La selezione non è solo giuridica, ma anche razziale. Tante testimonianze dimostrano che l’accesso al diritto di asilo è spesso legato al colore della pelle: ai migranti subsahariani viene spesso impedito fisicamente l’accesso agli uffici dove richiedere asilo, a differenza di altri gruppi come i siriani.

Ceuta e la geografia diseguale della mobilità

Se la cronaca si è concentrata quasi esclusivamente sul numero delle persone riuscite ad attraversare la frontiera, molto meno spazio è stato dedicato alle condizioni in cui migliaia di migranti sono arrivati a Ceuta. Dopo ore trascorse in mare, molti hanno raggiunto l’enclave stremati dalla fame e dalla fatica. Le immagini diffuse mostrano persone prive di beni essenziali, mentre le autorità erano impegnate nelle operazioni di identificazione, contenimento e successivo rimpatrio. A rendere ancora più drammatico il bilancio sono le vittime recuperate senza vita nelle acque antistanti Ceuta.

Diversi migranti hanno affermato di essersi sentiti ignorati, non soltanto dalle autorità ma anche da parte della popolazione locale, compresi residenti di origine marocchina. Il confine, quindi, non produce soltanto una separazione tra Stati, ma anche nuove gerarchie sociali e simboliche all’interno di comunità che condividono origini, lingua o appartenenze culturali.

In questa prospettiva, la frontiera di Ceuta non separa soltanto il Marocco dalla Spagna, piuttosto produce una distinzione tra chi è riconosciuto come soggetto legittimo della mobilità e chi viene ridotto a corpo da controllare o respingere. È proprio questa capacità del confine di generare differenze, più che di tracciare semplicemente una linea geografica, a renderlo uno dei dispositivi politici più significativi dell’Europa contemporanea.

Ceuta tra migrazioni, propaganda e interessi politici

Contrariamente alle speculazioni diffuse online, ciò che è accaduto a Ceuta sembra essere stato il risultato di un movimento di massa alimentato dalla circolazione di informazioni sui social media e dall’azione di reti criminali, più che di un piano orchestrato dal governo marocchino. Secondo le testimonianze raccolte tra alcuni migranti successivamente rimpatriati, molte persone sarebbero arrivate da città anche molto lontane oppure si sarebbero unite al flusso dopo aver osservato gli spostamenti collettivi e aver creduto alle voci secondo cui la frontiera sarebbe stata aperta o facilmente attraversabile. Gruppi Facebook e altri canali digitali avrebbero contribuito ad amplificare queste informazioni, creando un effetto di mobilitazione spontanea e simultanea. Parallelamente, alcune reti criminali avrebbero sfruttato la situazione incoraggiando migliaia di persone a dirigersi verso la frontiera, con l’obiettivo di superare la capacità di risposta delle autorità attraverso la pressione numerica.

La narrazione secondo cui il Marocco avrebbe deliberatamente lasciato fuori controllo la frontiera di Ceuta per destabilizzare la Spagna non trova conferme nelle dinamiche osservate sul terreno. Al contrario, sono state ampiamente documentate le operazioni delle forze di sicurezza marocchine impegnate nel contenimento dei flussi verso Ceuta, Nador e Tangeri, compresa la sospensione temporanea di alcuni collegamenti ferroviari e il successivo impiego dell’esercito per limitare gli spostamenti verso la frontiera.

Il Marocco, inoltre, non è soltanto un Paese di partenza, ma anche un territorio di transito per migliaia di persone provenienti, soprattutto, dall’Africa subsahariana che tentano di raggiungere l’Europa. Questo ha trasformato il Paese in un attore centrale nella gestione delle frontiere europee esternalizzate, sottoposto a una pressione migratoria che lo rende contemporaneamente barriera e punto di passaggio verso l’Unione Europea. Diffondere la notizia di una frontiera aperta mobilita anche i flussi subsahariani che poi dovranno essere gestiti dalle autorità marocchine.

La crisi di Ceuta si inserisce in un contesto politico delicato, segnato dalle elezioni del 23 settembre. Alcuni gruppi di opposizione hanno utilizzato le immagini del caos alla frontiera per mettere in discussione la capacità del governo di controllare il territorio e difendere la sovranità nazionale. In questo contesto, i social media hanno avuto un ruolo importante nella diffusione di narrazioni capaci di amplificare la percezione di una frontiera fuori controllo.

Parallelamente, alcune forze politiche e movimenti hanno interpretato l’episodio attraverso la teoria del cosiddetto “proxy sionista”, accusando il Marocco di agire come un intermediario degli interessi israeliani e occidentali nella regione, soprattutto dopo la normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra Rabat e Tel Aviv. 

Tuttavia, la questione migratoria di Ceuta non può essere spiegata soltanto attraverso il rapporto tra Marocco, Israele ed Europa, ma deve essere letta anche alla luce delle condizioni sociali, economiche e politiche che spingono migliaia di persone a tentare l’attraversamento di una frontiera percepita come vicina ma resa inaccessibile.

La crisi di Ceuta è il risultato dell’interazione di diversi fattori, a partire dalle dinamiche migratorie regionali, dalla gestione europea delle frontiere esterne, dagli interessi politici interni al Marocco e dalle tensioni geopolitiche che attraversano il Mediterraneo occidentale. Non è utile ridurre questa faccenda ad un’unica regia politica, ignorando la complessità di un confine che è contemporaneamente spazio migratorio, dispositivo di sicurezza e terreno di conflitto narrativo.

Il collasso della frontiera e il dilemma della forza

Nonostante Ceuta e Melilla siano tra le frontiere terrestri più fortificate dell’Unione Europea, la loro militarizzazione non elimina il rischio di crisi, ma può trasformarlo in un problema di gestione della massa. Durante la tragedia di Melilla del giugno 2022, centinaia di persone concentrate in uno spazio ristretto tentarono di superare la barriera, rimanendo intrappolate nella pressione della folla e negli interventi delle forze di sicurezza marocchine e spagnole. Decine di persone morirono in quella che è diventata una delle immagini più emblematiche della violenza prodotta dalle frontiere fortificate.

Tra i migranti coinvolti negli ultimi attraversamenti e successivamente rimpatriati, alcuni hanno raccontato di aver avuto l’impressione che i cancelli fossero stati aperti dalle autorità spagnole per evitare che la pressione della folla producesse una tragedia. Molti migranti, una volta entrati, avrebbero trovato negozi e servizi chiusi, rimanendo senza cibo, acqua o beni essenziali. Secondo alcuni di loro, questa condizione avrebbe avuto un effetto dissuasivo che avrebbe portato diversi rimpatriati a tornare scoraggiati, raccontando ad altri potenziali migranti che il tentativo di raggiungere l’enclave europea non avrebbe visto garantita accoglienza o protezione, ma poteva trasformarsi in un’esperienza di sofferenza e precarietà.

La migrazione come arma diplomatica marocchina

È difficile sostenere che il Marocco non fosse a conoscenza dei movimenti di decine di migliaia di persone. Nei numerosi contenuti circolati sui social media, però, la vicenda è stata interpretata esclusivamente attraverso la lente delle recenti relazioni diplomatiche tra Rabat e Israele, fino a sostenere che il Regno marocchino avrebbe favorito gli attraversamenti in quanto alleato di Israele. 

In questa lettura, la crisi migratoria diventa la prova di una presunta complicità politica del governo marocchino, mentre le migliaia di persone coinvolte scompaiono come soggetti della storia per trasformarsi in strumenti di una strategia geopolitica.

L’attenzione si sposta dalle condizioni materiali che spingono le persone a migrare – disuguaglianze economiche, precarietà, violenza delle politiche di frontiera, effetti delle disuguaglianze globali – verso una rappresentazione in cui l’intero evento viene ricondotto all’azione di governi e alleanze internazionali. 

In questo caso, il focus sulla collocazione geopolitica del Marocco rischia di oscurare la storia coloniale di Ceuta e Melilla, il ruolo dell’Unione Europea nella costruzione della frontiera e le responsabilità condivise nella gestione della mobilità, oltre a rendere il Marocco, uno degli interlocutori più attivi con l’Europa, inaffidabile nel gestire i flussi migratori.

Il Marocco finisce per essere rappresentato come il responsabile della crisi, mentre la Spagna appare come lo Stato chiamato a difendere il confine europeo. Il passato coloniale delle enclave, la loro natura di territori africani sotto sovranità spagnola e il processo di militarizzazione della frontiera passano in secondo piano. Il rischio non è tanto quello di assolvere il governo marocchino dalle proprie responsabilità, quanto di costruire un racconto in cui le responsabilità storiche e contemporanee risultano distribuite in modo asimmetrico e giusto.

Anche le campagne che, in seguito agli eventi, hanno invocato apertamente la caduta della monarchia marocchina, mostrano come una crisi migratoria possa trasformarsi rapidamente in un terreno di competizione politica e simbolica. La circolazione di questi contenuti contribuisce a incidere sull’immagine internazionale del Marocco, ma non aiuta a comprendere le cause strutturali della mobilità o il funzionamento del regime di frontiera che caratterizza Ceuta e Melilla.

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