C’è una linea sottile, ma sempre più visibile, che collega una parte dell’élite tecnologica globale a un immaginario che non è più soltanto economico o politico, ma apertamente escatologico. Non è un caso isolato, né una stravaganza personale da archiviare tra le eccentricità dei miliardari. Quando Peter Thiel arriva a Roma, il 26 marzo 2026, per tenere una serie di incontri riservati dedicati alla figura dell’Anticristo, non sta semplicemente esercitando il proprio diritto alla speculazione filosofica. Sta facendo qualcosa di diverso: sta costruendo un linguaggio, e con quel linguaggio una visione del mondo che ha implicazioni molto concrete.
Thiel, che non è solo un investitore ma uno dei principali nodi di intersezione tra tecnologia, finanza e apparati di sicurezza, ha da tempo abbandonato la retorica rassicurante della Silicon Valley, quella che prometteva innovazione neutrale e progresso diffuso, per abbracciare una concezione conflittuale della realtà, in cui il mondo è attraversato da una frattura radicale tra ordine e caos, tra civiltà e minaccia esistenziale. È qui che l’Anticristo, nella sua rilettura, smette di essere una figura teologica e diventa un dispositivo politico: un modo per nominare il nemico, per renderlo assoluto e dunque per sottrarre il conflitto a ogni possibilità di mediazione.
Il riferimento, tutt’altro che casuale, a pensatori come René Girard e Carl Schmitt chiarisce la traiettoria di questo discorso. Da Girard, Thiel recupera la logica del capro espiatorio, l’idea che ogni ordine sociale si fondi sull’individuazione e sull’eliminazione di una vittima; da Schmitt, l’insistenza sulla distinzione amico-nemico come fondamento ultimo del politico. Ma ciò che in questi autori rimaneva, per quanto controverso, un tentativo di interpretazione del reale, nelle mani di un attore come Thiel si trasforma in un principio operativo, perché si innesta su una capacità senza precedenti di incidere sulla realtà attraverso strumenti tecnologici e infrastrutture digitali.
Non si tratta, allora, di interrogarsi sulla sincerità delle sue convinzioni religiose o filosofiche, ma di comprendere il contesto in cui queste vengono mobilitate. Quando un soggetto che ha contribuito a fondare PayPal e che, attraverso Palantir Technologies, sviluppa sistemi avanzati di analisi dei dati utilizzati da governi e agenzie di intelligence, introduce nel dibattito pubblico una categoria come quella di Anticristo, il problema non è semantico, è politico: significa che la costruzione del nemico può avvalersi di strumenti sempre più sofisticati di identificazione, profilazione e previsione, rendendo la distinzione tra percezione e realtà sempre più fragile.
È in questo passaggio che l’ossessione individuale si salda con una tendenza più ampia, che riguarda l’intero ecosistema delle Big Tech e il loro progressivo allineamento con logiche di potenza statale. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un mutamento che non può essere liquidato come opportunismo economico: aziende che rivendicavano autonomia e neutralità hanno iniziato a collaborare in modo sempre più stretto con governi e apparati militari, contribuendo allo sviluppo di tecnologie dual use che sfumano i confini tra civile e bellico. In questo scenario, la retorica apocalittica non è un eccesso, ma una cornice che consente di giustificare l’accelerazione, di legittimare l’eccezione, di trasformare ogni competizione geopolitica in uno scontro definitivo.
Non sorprende, allora, che nella narrazione di Thiel la Cina venga spesso evocata come incarnazione di questa minaccia, non tanto per ciò che è, ma per il ruolo che le viene attribuito all’interno di una rappresentazione binaria del mondo. È una costruzione che semplifica, che riduce la complessità dei rapporti internazionali a una contrapposizione morale, e che proprio per questo si presta a essere tradotta in strategia, in investimento, in decisione politica. Il rischio, in altri termini, non è che i miliardari credano davvero all’Anticristo, ma che utilizzino questa figura per rendere più accettabile un ordine fondato sulla contrapposizione permanente, sulla sorveglianza diffusa, sulla preparazione costante al conflitto.
Ciò che emerge da queste conferenze romane non è quindi un’anomalia, ma il sintomo di una trasformazione più profonda, in cui una parte rilevante del potere economico globale sembra aver smesso di immaginare il futuro come uno spazio di progresso condiviso per iniziare a concepirlo come un terreno di scontro inevitabile, da governare attraverso tecnologie sempre più pervasive. In questo senso, l’ossessione per l’Anticristo non è altro che il riflesso, deformato ma rivelatore, di un’altra ossessione: quella per il controllo, per la previsione totale, per la possibilità di anticipare e neutralizzare ogni forma di alterità prima ancora che si manifesti.
Ed è forse proprio qui che si annida il nodo più inquietante, perché quando il potere smette di limitarsi a descrivere il mondo e inizia a reinterpretarlo attraverso categorie assolute, il passo successivo non è la comprensione, ma l’azione. E in un contesto in cui le decisioni possono essere amplificate da infrastrutture tecnologiche globali, quell’azione rischia di non avere più freni, né contropoteri adeguati a contenerla.
Autore
Classe ‘98 come Mbappè, Totó e Leopardi. Cresciuto a Priverno in un piccolo paese in provincia di Latina. Mi piace il cinema, la musica e il calcio. Eterno indeciso (ho speso un sacco di tempo per scegliere la foto).