Nella semiotica degli spazi urbani si parla di come alcuni luoghi fisici associati a eventi traumatici collettivi si definiscano “spazi del trauma”. La memoria collettiva cristallizza gli eventi nello spazio riconosciuto come segno di un evento, trasformandosi in “paesaggi della memoria” secondo Patrizia Viola, professoressa di semiotica e direttrice del Centro TraMe (Centro di ricerca sulla memoria e i traumi culturali).
Percorrendo le strade di Bagnoli, quartiere della periferia ovest di Napoli, è impossibile non accorgersi di come questa definizione si adatti perfettamente al luogo. Un muro lungo chilometri – da cui spuntano edifici e ciminiere dell’ex Ilva – fa da perimetro alla porzione di quartiere viva e quella in cui il tempo sembra essersi fermato al 1992, anno della chiusura. Ci accompagna nella passeggiata Giulia Santamaria Amato, ricercatrice indipendente, la cui famiglia vive a Bagnoli da generazioni. Durante i pranzi, a Natale, in una visita alla nonna, l’Ilva sembra sempre riuscire a fare capolino nelle conversazioni degli abitanti del quartiere. È indubbio, in effetti, che la presenza dello stabilimento siderurgico abbia plasmato la storia del quartiere e, inevitabilmente, di chi lo ha vissuto.
Bagnoli inizia a svilupparsi ai tempi dei romani: la terra fertile e la presenza di terme lo rendono un luogo perfetto per l’insediamento. La sorgente termale vulcanica (chiamata appunto balneolum) fu dimenticata e poi riscoperta varie volte nel tempo: prima nel Cinquecento e poi nell’Ottocento, quando iniziarono i veri mutamenti. Da zona prevalentemente contadina, grazie agli stabilimenti termali, passò ad essere una zona di villeggiatura per persone benestanti. Gli stessi contadini si cimentarono nel mestiere di affitta-camere, come la bisnonna di Giulia. La complessità della società che si veniva a creare, unita alle prescrizioni mediche che consigliavano passare del tempo a Bagnoli per problemi respiratori, portarono Lamont Young, un urbanista visionario a presentare uno dei primi progetti di architettura sostenibile per il quartiere. Le vie pedonali e i canali, tuttavia, non convincevano il gusto dell’epoca e rimasero sulla carta per mancanza di investimenti.
Accade poi ciò che cambierà permanente la storia di Bagnoli. Sulla scia di un tentativo di industrializzazione, nel 1905 l’Ilva apre le sue porte con una superficie inizialmente di 120 ettari La fabbrica fu ubicata in mezzo a dei campi che si trovavano a metà tra la Bagnoli contadina e quella termale, lasciando che le spiagge continuassero ad essere balneabili fino agli anni ‘60. Fu allora che il boom investì anche lo stabilimento siderurugico, portandolo alle dimensioni con cui lo conosciamo oggi. La fusione di due ditte, Corigliano e Ilva, dà vita all’Italsider, che arriva ad occupare nel 1977 all’apice della sua crescita un’area di 2 km² ed impiegare direttamente circa 8000 dipendenti.
Tra gli anni Sessanta e Settanta, la fabbrica diventa il centro propulsore dei cambiamenti e dell’edilizia del quartiere: vengono costruite case popolari, la fabbrica raggiunge il mare, tre pontili permettono l’attracco delle navi che trasportano acciaio e materiali. Il cambiamento non tarda ad arrivare sul piano identitario: Bagnoli diventa un quartiere operaio, i cui ritmi sono scanditi dalla fabbrica e i cui tramonti vengono resi più “belli” dalle polveri sottili. A distanza di più di trent’anni dalla chiusura, anche il circolo operaio conserva la sua identità.
Negli anni Ottanta, però, inizia la crisi. I livelli produttivi si abbassano di anno in anno e nel frattempo l’amministrazione italiana inizia a chiedersi cosa dovrà farne della zona. Nel 1992, infine, lo stabilimento viene completamente dismesso. L’allora sindaco di Napoli, Antonio Bassolino, inizia a rispolverare l’idea di dover restituire l’area alla cittadinanza, consultando l’urbanista Vezio de Lucia. Si parla di aree verdi, sostenibili, ma nessun progetto prende vita se non quello di Città della Scienza, grazie all’iniziativa dello scienziato Vittorio Silvestrini e dell’editore Vincenzo Lipardi. Area di promozione e divulgazione della scienza gestita dalla Fondazione IDIS-Città della scienza, il museo è stato aperto al pubblico dalla sua inaugurazione nel 1996 fino all’incendio doloso che ne ha decretato la chiusura nel 2013. Nel frattempo, però, aveva permesso la creazione di posti di lavoro e al contempo di un hub scientifico culturale basato sull’apprendimento interattivo.
Continuando la visita nel quartiere, Giulia sembra assorta nella guida, volge lo sguardo alla sinistra di via Coroglio, dove l’intera area dello stabilimento si distende davanti a noi: “Il fatto che viviamo in una città collinare ci dà una visibilità effettiva e piena su questo spazio semi vuoto e sulla ferita di questo spazio praticamente inagibile e pericoloso. L’industria è ancora lì, la fabbrica è ancora lì, è chiusa e sembra ferma nel tempo. E piano piano si arrugginisce, si rompe, si distrugge, nessuno fa niente e lì, un po’ questo ecomostro, questo fantasma, fermo nel tempo, in questo limbo.” Giulia non ha mai visto lo stabilimento attivo, eppure reputa che abbia contribuito a formare la sua identità e la sua immagine del quartiere.
In effetti, buona parte della popolazione bagnolese ricorda la fabbrica aperta e, proprio come la fabbrica stessa, si percepisce ferma nel tempo, come se un intero ciclo biologico avesse funzionato (e poi smesso di funzionare) insieme all’Italsider. Nonostante sia poi emersa nel tempo la correlazione tra l’Italsider e il boom di tumori nel quartiere di Bagnoli, gli ex operai non riescono ad odiarne completamente il ricordo. La memoria di quel tempo andato costruisce uno “spazio della nostalgia” laddove il trauma (e con esso, una parte fondamentale dell’identità) è iniziato e finito.
La ricercatrice parla in questo senso di debito generazionale nel caso degli ex-operai e di debito intergenerazionale nel caso delle nuove generazioni bagnolesi. Per i primi, la fabbrica ha rappresentato profitto e sostentamento, per i secondi il monito di come il quartiere sarebbe potuto essere. Fino a quando la fabbrica sarà lì, l’identità del quartiere sarà inevitabilmente legata ad essa. Un articolo dell’Internazionale, intervistando entrambi i gruppi demografici, notava come, nonostante la narrativa sottostante fosse la stessa, il punto di vista è molto differente tra i giovani e gli anziani, perché per i giovani c’è una possibilità di investimento nel futuro che non deve essere collegata troppo alla memoria passata, mentre per le persone anziane tendono a continuare a vivere nella maniera passata.
La crisi dell’eroina degli anni ‘90, poi, ha ulteriormente contribuito al declino del quartiere e all’ascesa della criminalità organizzata, la cui attività principale era appunto lo spaccio. Il quartiere, abituato al cambiamento, aveva smesso di cambiare. I dati sull’emigrazione riflettono bene questi cambiamenti: 10.000 abitanti persi nell’arco di trent’anni.
Negli ultimi anni, però, sembra che il quartiere stia vivendo anche una tendenza inversa. Grazie ai collegamenti con il centro e la vicinanza a parchi come il Virigiliano e strutture balneari, Bagnoli sta diventando meta di molti giovani napoletani che vogliono iniziare una famiglia, aprendo piccole attività commerciali come Vineapolis, il Beer Garden o il Birrificio Flegreo – che si trasformano anche in zone di aggregamento sociale oppure contribuendo al funzionamento di centri sociali come Villa Medusa e Lido Pola. Arrivate in cima a Via Coroglio, in una rotonda che si affaccia sull’intero quartiere, si ha una sguardo d’insieme: la parte viva di Bagnoli convive con la parte morta, le separano pochi chilometri, entrambe sono bagnate da un mare reso inaccessibile da anni di abusi ambientali. Dall’alto questa dualità non sembra un controsenso: la necessità di una rivincita, la voglia di rimettere in moto l’orologio biologico del quartiere si sono fatti motori del fermento di oggi. “La sua ombra è sempre lì”, conclude indicandolo, “è come avere un eco-mostro nel cuore”.
Autore
Sara Marseglia
Autrice
Laureata in Scienze Politiche, oggi studio Organizzazione dei Media, dell’Informazione e delle Culture. Ho iniziato a scrivere perché faccio troppe domande alle persone e volevo metterle da qualche parte. Sono nata nella generazione giusta perché amo i meme e Internet