Non si placa la bufera sull'”Eurovision Song Contest 2026″

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Nel 2026 l’”Eurovision Song Contest”, la competizione canora più famosa e trasmessa nel mondo, raggiungerà il traguardo dei settant’anni di attività.
Eppure, a poco più di cinque mesi dall’inizio della settantesima edizione che si terrà a
Vienna (Austria), ciò che si può dire con certezza è che le ultime settimane sono state caratterizzate da veementi proteste a più riprese tra le principali capitali europee in seguito alla decisione presa agli inizi di dicembre dall’organizzatore dell’evento, la European Broadcasting Union (EBU), che ha confermato della partecipazione di Israele alla competizione.

Un annuncio profondamente contestato quello dell’EBU, che ha mostrato ancora una volta l’esistenza di un evidente “doppio standard” nelle dinamiche internazionali che riguardano lo stato d’Israele, al quale vengono concesse attenuanti o addirittura “salvacondotti” nel pieno del secondo anno di massacri lungo la Striscia di Gaza e nelle restanti aree dei Territori Palestinesi Occupati come la Cisgiordania, in sfregio a quelle stesse norme del diritto internazionale chiamate in causa per la condanna unanime da parte della “comunità internazionale” nei confronti della Russia per quanto sta avvenendo in Ucraina.

Ma se nel caso del conflitto russo-ucraino l’EBU ha avuto bisogno di un solo giorno per escludere e successivamente espellere Mosca dalla manifestazione oltre che privarla della partecipazione all’interno della stessa organizzazione (un trattamento riservato anche alla Bielorussia), nel caso della brutale escalation militare israeliana nei confronti dei palestinesi non solo non si è osservata la stessa “celerità”, ma a colpire l’opinione pubblica è stata la sostanziale nonchè agghiacciante indifferenza dell’EBU in merito.
Alla fine, la mancata presa di posizione nei confronti di Israele ha causato una netta spaccatura a livello comunitario, con cinque paesi che hanno deciso di boicottare la kermesse musicale di quest’anno: Irlanda, Paesi Bassi, Spagna,Slovenia e – da ultima – l’Islanda.


Israele all’Eurovision Song Contest – L’uso di uno strumento di soft power (e di hasbara)

Stando a quanto dichiarato qualche settimana fa in una lettera aperta al pubblico dell’Eurovision Song Contest dal suo nuovo direttore Martin Green (che da quest’estate ha ricevuto l’incarico dopo aver guidato ad interim la manifestazione lo scorso anno al posto del collega dimissionario svedese Martin Österdahl), appare quantomeno curioso considerare come per l’organizzazione sembri difficile “prendere posizioni definite rispetto agli eventi geopolitici” in continuo mutamento nel corso degli ultimi tempi senza venire meno alle “regole” che costituiscono l’evento.

Parole e regole che suonano
decisamente discutibili se non “arbitrarie” (come le stesse “regole” del fu Eurofestival) nel momento in cui si applicano in modo discrezionale ad alcuni soggetti e non ad altri, permettendo la partecipazione a uno stato accusato di genocidio e crimini contro l’umanità in un procedimento intentato presso la Corte Internazionale di Giustizia e che vede il suo Primo Ministro oggetto di un mandato di cattura internazionale emesso dalla Corte Penale Internazionale.

Il nesso tra i due discorsi, in un contesto politico in cui – addirittura a livello istituzionale – si arriva a far veicolare l’idea che il diritto internazionale valga “fino a un certo punto”, può portare alla consapevolezza dell’ipocrisia insita (ma divenuta platealmente manifesta in questi anni) all’interno delle dinamiche della c.d. “comunità internazionale”, riducendo il tutto a una constatazione di fatto: tutte le grandi manifestazioni d’intrattenimento a carattere globale, come l’Eurovision Song Contest (ma si può estendere anche ad altri ambiti, come quelli dello sport), rappresentano delle occasioni in cui dare sfoggio di quello che, nel lessico della politologia e della geopolitica, viene indicato come “soft power” ovvero la capacità di uno Stato di acquisire credibilità e prestigio a livello internazionale mediante “la forza della persuasione”.
Sia che avvenga per mezzo di o per un’opera diplomatica o culturale volta a trovare un terreno comune in termini di valori e interessi tra gli Stati, la capacità di convincere e influenzare l’opinione estera può risultare determinante per il consolidamento del proprio rango all’interno del sistema internazionale.

Nel caso in questione, l’Eurovision Song Contest rappresenta per Israele un importante palcoscenico e al contempo una fondamentale cassa di risonanza per diffondere e mostrare la “migliore” versione di sè stessi e proteggere la propria credibilità agli occhi del mondo. In poche parole, un evento in cui dispiegare il potenziale della hasbara.


Il caso dell'”Eurovision Song Contest 2025″

La competizione tenutasi lo scorso anno a Ginevra (Svizzera), oltre a rappresentare un esempio di soft power portato avanti da parte israeliana attraverso una campagna incessante e strutturata di hasbara tra la Rete e le due serate dell’evento, ha scatenato una profonda indignazione in una nutrita componente dell’opinione pubblica internazionale, dal momento che la partecipazione israeliana (con la cantante Yuval Raphael, una sopravvissuta agli attacchi del 7 ottobre 2023), avveniva nel pieno delle operazioni militari israeliane lungo la Striscia di Gaza, tra le immagini e le riprese dei bombardamenti indiscriminati e delle uccisioni di massa della popolazione civile.

Due le motivazioni principali, la prima soltanto apparentemente di natura musicale (le esecuzioni dal vivo del brano israeliano, intitolato “New Day Will Rise”, sono state accolte da un clima di evidente contestazione da parte del pubblico che gli organizzatori della manifestazione hanno però censurato sostituendo i rumorosi fischi con degli applausi preregistrati) mentre nel secondo caso si entra in una dimensione differente.
Come emerso dalla dettagliata indagine pubblicata dall’Eurovision News Spotlight, l’agenzia dedicata all’open source intelligence (OSINT) e al fact-checking dell’EBU, infatti, è stato dimostrato che l’ufficio governativo israeliano LAPAM (Israel Public Agency Department) ha portato avanti
un’imponente “campagna di comunicazione digitale” attraverso la creazione e l’acquisto di spazi e inserzioni pubblicitarie all’interno delle piattaforme social tra l’aprile e il maggio dello scorso anno, in occasione delle serate di gara (semifinali e finale) dell’Eurovision Song Contest[1].
Lo scopo? Sostenere Yuval Raphael in occasione della competizione canora di Ginevra, ottenendo un afflusso anomalo di voti del pubblico durante la sera conclusiva della manifestazione, che hanno portato l’artista a ottenere il secondo posto e – contemporaneamente – le rimostranze e i dubbi di alcune organizzazioni televisive europee membre dell’EBU circa la trasparenza delle procedure di voto.
Una pratica che si scopre non essere isolata, dal momento che Israele aveva agito in maniera simile anche in occasione dell’edizione del 2024, con il brano “Hurricane” di Eden Golan.


Il rumoroso fronte del boicottaggio

A poco o nulla sono valse le annunciate modifiche al regolamento per il voto del pubblico apportate da quest’anno dall’EBU, perché è stata la mancata presa di posizione contro Israele e le accuse di voler promuovere il “whitewashing” della reputazione e della credibilità internazionale di Israele all’interno di eventi come lo stesso Eurovision Song Contest che hanno portato alla creazione di un fronte del boicottaggio guidato da Irlanda, Spagna, Paesi Bassi, Slovenia e Islanda.

Una decisione forte (in particolar modo per la Spagna, che rappresenta uno dei paesi fondatori dell’EBU) a cui ha fatto poi seguito un ulteriore gesto a metà tra il simbolico e il concreto portato avanti da alcuni artisti vincitori della manifestazione canora: la riconsegna dei trofei del fu Eurofestival.
É stato il caso del vincitore dello scorso anno, il cantante austriaco Nemo, come quello di Charlie McGettigan, vincitore nel 1994 per l’Irlanda assieme a Paul Harrington.

Una situazione in continua evoluzione che potrebbe non fermarsi qui e per cui si dovranno attendere gli eventuali sviluppi futuri.


Note e ulteriori riferimenti

[1] Si rimanda a D.Bowler e M.Flannery, “Israeli government agency paid for adverts targeting Eurovision Song Contest public vote”  spotlight.ebu.ch.

Nell’immagine di copertina: “La Wiener Stadthalle di Vienna, sede dell’Eurovision Song Contest 2026.”
Fonte immagine: Bildagentur Zolles/Wikimedia Commons (licenza d’uso CC BY-SA 3.0)

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