Alla vigilia delle festività legate al Giorno del Ringraziamento, è salita improvvisamente la tensione negli Stati Uniti d’America dopo la sparatoria avvenuta nel primo pomeriggio di ieri a Washington D.C., a poco più di un isolato di distanza dalla Casa Bianca, in cui due soldati riservisti della Guardia Nazionale sono stati gravemente feriti da almeno cinque colpi d’arma da fuoco sparati da un uomo, a sua volta ferito e neutralizzato dalle forze dell’ordine e dai militari statunitensi.
Una notizia che ha colpito profondamente la nazione statunitense e lo stesso Presidente Donald Trump, che è stato informato degli eventi dalla sua residenza a Mar-a-Lago in Florida, uniti attorno ai due soldati nell’attesa che possano giungere nuovi aggiornamenti sulle loro condizioni dal George Washington University Hospital della capitale statunitense: contrariamente infatti a quanto inizialmente dichiarato in merito dal governatore dello Stato della Virginia Occidentale Patrick Morrissey, il direttore dell’FBI Kash Patel ha affermato come i due soldati siano ancora in lotta per la loro vita.
Cosa sappiamo fino ad ora della sparatoria di Washington D.C. ?
Stando a quanto trapelato e diffuso nelle ultime ore dalle testate e dalle emittenti televisive statunitensi, la sparatoria è avvenuta davanti alla fermata della metropolitana di Lafayette Square, a circa un isolato dalla Casa Bianca, in quello che la governatrice dello Stato della in quello che la prima cittadina di Washington D.C. Muriel Bowser ha definito come “un attacco mirato ai soldati” presenti nella capitale.
Cominciano inoltre ad emergere ulteriori dettagli forniti dalle autorità locali e dalla procuratrice dello Stato per il Distretto di Columbia Jeanine Pirro in merito alle identità delle persone coinvolte e alle dinamiche della sparatoria.
Nello scontro armato l’aggressore, identificato nel cittadino afghano ventinovenne Rahmanullah Rakanwal, ha colto di sorpresa due soldati riservisti provenienti dal West Wirginia National Guard dislocato nella capitale, la ventenne Sarah Beckstrom e il ventiquattrenne Andrew Wolfe, colpendoli con almeno cinque colpi di pistola prima di venire a sua volta raggiunto dai colpi di un’agente delle forze dell’ordine e trasportato in ospedale per le ferite ricevute, dove si troverebbe tutt’ora piantonato e sorvegliato.
L’aggressore era arrivato negli Stati Uniti nel 2021 grazie all’operazione nota come “Allies Welcome”, messa appunto dall’amministrazione dell’allora presidente Joe Biden per l’evacuazione della popolazione afghana che aveva collaborato con le forze statunitensi.
Tre anni dopo aveva presentato domanda d’asilo negli Stati Uniti agli uffici competenti, che l’hanno approvata nell’aprile di quest’anno.
Le reazioni della Casa Bianca
Non si è fatta attendere la reazione della Casa Bianca, che si è già messa all’opera con una serie di contromisure da mettere in campo in tempi rapidi se non immediati.
Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha annunciato il rafforzamento con effetto immediato del contingente della Guardia Nazionale d’istanza a Washington D.C., che dalle duemila unità presenti e dislocate dallo scorso agosto in seguito all’ordine esecutivo trumpiano sull’emergenza criminale nel District Of Columbia arriverà a comprenderne duemilacinquecento.
In aggiunta, come riportato ieri notte durante una conferenza stampa indetta dallo stesso presidente Trump dalla sua tenuta a Mar-a-Lago, è stata annunciata la sospensione con effetto immediato di tutte le pratiche di ingresso per i cittadini provenienti dall’Afghanistan, la revisione dei protocolli d’ingresso approvati dall’amministrazione Biden e un controllo più ampio e capillare da parte degli uffici e delle agenzie federali verso tutti i cittadini stranieri presenti nel paese.
Lapidario, a riguardo, il commento da parte del presidente Trump: “Se non possono amare il nostro Paese, non li vogliamo”.
Fonte immagine di copertina: Cezary Piwowarczyk/Wikimedia Commons (opera propria, licenza d’uso CC BY-SA 4.0)