La graduale erosione della libertà di stampa in Italia

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L’attentato a Sigfrido Ranucci, conduttore e curatore di Report, la storica protesta della redazione de ‘’Il Sole 24 ore’’, e il licenziamento di Gabriele Nunziati da ‘’Agenzia Nova’’, non possono considerarsi episodi isolati. Capitano infatti un contesto, quello italiano, dove la libertà di stampa è sotto attacco da tempo, e dove il clima verso i giornalisti è sempre più ostile. Secondo Reporters without Borders, l’Italia era già 26ima in Europa e 41ma al mondo per libertà di stampa nel 2022. Con l’avvento del governo Meloni la situazione è peggiorata, e non è un caso. La destra segue il modello ungherese-orbaniano di controllo dei media, e da tre anni ha dato vita ad un attacco frontale all’informazione. 

Libertà di stampa e democrazia 

L’articolo 21, comma due, della Costituzione Italiana, dice che la stampa non può “essere soggetta ad autorizzazioni o censure”. L’Italia del 1948 usciva dal ventennio fascista, dalla censura e dal controllo diretto del regime sui direttori dei giornali. Chi aveva continuato a pubblicare giornali clandestinamente (dall’Avanti a il Popolo passando per Giustizia e Libertà), una volta trovatosi presso il tavolo costituente, sapeva bene cosa significasse censura. Con il tempo, le nuove tecnologie e le radio libere, i giornali (ovvero il riferimento più diretto alla “stampa” menzionata al citato articolo) non sono rimasti l’unico oggetto del comma costituzionale,  grazie a leggi e soprattutto agli interventi della Corte Costituzionale che hanno contribuito a definire il concetto  di “diritto all’informazione” ascrivendolo proprio ai principi di ‘’libera espressione’’ dell’articolo 21 e definendo un’informazione pluralista come “condizione preliminare” per l’attuazione dei princìpi propri dello Stato democratico. 

Rispetto alla censura del ventennio, tuttavia, limitare la libertà dei media oggi assume una pluralità di forme, lontane dai metodi dittatoriali del regime ma non per questo meno efficaci e pericolose. Alcuni esempi sono querele intimidatorie, cause legali pretestuose (le c.d. Slapp), censura nel servizio pubblico, pressioni sui giornalisti “non allineati”, accuse verbali, concentrazioni di proprietà. In tutti questi ambiti, l’Italia è considerata tra le peggiori in Unione Europea, compresi alcuni paesi ex socialisti con minore tradizione liberal-democratica.

Una graduale erosione 

L’Italia era indicata già nel 2004 come “paese parzialmente libero” dall’organizzazione non governativa Freedom House, per via di una “una concentrazione senza precedenti delle proprietà dei media e un conseguente aumento e abuso della pressione politica sui mezzi di comunicazione”. Erano gli anni del governo Berlusconi II, del famoso “editto bulgaro“, della legge Gasparri. Fu con Silvio Berlusconi, già padrone di Mediaset, che prese il via la prassi di attacchi diretti ai giornalisti da parte della maggioranza di governo (l’allora Premier arrivò a definire criminoso il lavoro di Biagi, Santoro, Luttazzi), e fu proprio Berlusconi il primo ad occupare di fatto il servizio pubblico, apparendo nelle trasmissioni politiche sproporzionatamente rispetto ad altri politici.

Il decreto Renzi del 2015, che in nome dello stop alla lottizzazione della Rai ha dato all’esecutivo di turno il potere di nomina dell’amministratore delegato dell’azienda, non ha sicuramente migliorato la situazione. È grazie a quella legge, del resto, che l’attuale maggioranza ha potuto procedere con nomine che riflettessero “il nuovo panorama politico”, in una vera e propria operazione di “occupazione e spartizione”. Tutto ciò, in un Paese dove il controllo diretto/indiretto dei media da parte della politica, ed il grado di concentrazione delle proprietà dei mezzi di informazione, sono già alti.

Si pensi ad Antonio Angelucci, deputato Lega e proprietario di Libero, de Il Giornale e de Il Tempo attraverso sue controllate, il cui acquisto dell’agenzia AGI da ENI si è per ora fermato dopo polemiche e scioperi. Angelucci è anche imprenditore nella sanità privata e nell’immobiliare, ed il suo è un classico esempio di conflitto di interesse che non riguarda la mera politica. Altri esempi di concentrazioni di proprietà riguardano il gruppo RCS di Urbano Cairo, presidente del Torino Calcio ed editore de Il Corriere della Sera, La7, La Gazzetta dello Sport e perfino giornali esteri; o la famiglia Agnelli-Elkann, proprietaria della Juventus, maggior azionista di Stellantis, attiva nel settore petrolifero tramite la controllata Welltech, ed editrice, tramite il gruppo GEDI, di Repubblica, La Stampa ed Huffpost. La stessa Fininvest, manco a dirlo, possiede interessi che vanno oltre Mediaset: Banca Mediolanum, Mondadori, ed il Monza Calcio.

L’arma delle querele temerarie

Al di là del colore politico, sia centro destra e centro sinistra non hanno modificato negli anni la normativa sulla diffamazione ( l.n. 47/1948, art. 13, ed art. 595 c.p.), come richiesto dalla Corte Costituzionale. La Corte Europea dei diritti dell’uomo (CEDU) ha condannato più volte l’Italia riguardo l’istituto della pena detentiva per diffamazione, definendola troppo severa e non proporzionata al fine seguito, non mettendone tuttavia in discussione la natura penale, come richiesto invece da OSCE e Consiglio d’Europa. Lo stesso ha fatto la Consulta, dichiarando incostituzionale l’articolo 13 della legge 47/1948 riguardo la detenzione per diffamazione.

Le diffamazioni verso giornalisti hanno una lunga tradizione: storico e tragico è il caso di Tina Merlin, giornalista de l’Unità denunciata nel 1960 dalla SADE per un’inchiesta sulla pericolosità della costruzione della diga del Vajont. Utilizzate anche fuori dalla politica, le diffamazioni strumentali costituiscono un’arma potentissima e disparitaria. Non solo sindacati come FNSI, ma la stessa CEDU, hanno ribadito l’evidente “effetto dissuasivo che il timore di tali sanzioni ha sull’esercizio della libertà d’espressione da parte dei giornalisti”. Di fronte a una ormai strutturale precarietà della professione, e all’aumento di giornalisti freelance o autonomi, è ovvio che queste prassi hanno particolarmente effetto su chi è meno tutelato dalla previdenza sociale e su chi dispone di esigue risorse finanziarie per poter fronteggiare gli stessi processi legali.

Nel 2017, per esempio, l’ex amministratore dell’Ilva di Taranto Claudio Riva ha chiesto un risarcimento di 2 milioni di euro alla Gazzetta del Mezzogiorno per la pubblicazione della propria istanza di patteggiamento. Le critiche verso la più grande acciaieria d’Europa hanno portato a una querela per diffamazione, dai nuovi soci di “Acciaierie d’Italia”, anche al più noto Gad Lerner.

Le querele e le cause civili sproporzionate verso chi svolge un lavoro di interesse pubblico al fine di intimorire e indurlo al silenzio sono note internazionalmente come Slapp, acronimo di Strategic lawsuit against public participation. L’obiettivo non è tanto vincere in tribunale, ma colpire economicamente e psicologicamente “l’avversario”, “educandone magari altri cento” (c.d. chilling effect) e portando all’autocensura. L’Italia è leader in Europa per numero di Slapp, avviate perlopiù tramite diffamazione (civile o penale), ma anche ricorrendo a leggi su privacy e diritto all’oblio, o a diffide legali. Nel 2024, 34 cause pretestuose hanno colpito 57 operatori dei media, mostrando un trend in aumento rispetto all’anno precedente (26). I dati, che appaiono sottostimati anche in virtù della mancanza di un database esaustivo ed uniforme per il calcolo delle Slapp, non comprendono le querele per diffamazione. “Ossigeno per l’informazione” riporta come ogni anno vengano presentate in Italia diecimila denunce penali per diffamazione a mezzo stampa, di cui il 90% si conclude con il proscioglimento dell’accusato. Oltre il 70% delle querele, inoltre, viene archiviato dal giudice per le indagini preliminari.

L’Italia dovrebbe adeguarsi alla direttiva “antislapp” e recepire l’European Media Freedom Act entrato in vigore nel 2024, già violato, se non vuole subire procedure di infrazione. Il Parlamento, inoltre, non è ancora intervenuto sulla normativa per diffamazione e il ddl 466, fermo in Senato, seppur eliminando la detenzione introdurrebbe multe ancora più alte e sanzioni mirate all’interdizione dal lavoro.

Da Berlusconi a Orban

La libertà di stampa appare dunque erosa in Italia, dal potere politico e da quello economico, in un Paese che deve già fare i conti con le pressioni e intimidazioni della criminalità organizzata. Sono attualmente più di 20 i giornalisti sotto scorta in Italia, tra cui Paolo Borrometi, già aggredito nel 2014 da uomini incappucciati e costretto a trasferirsi a Roma dalla Sicilia a causa di minacce proveniente dall’ambiente mafioso. Nei primi 6 mesi del 2025, minacce di vario tipo verso i giornalisti sono aumentate del 78% rispetto al primo semestre dell’anno precedente (361 contro 203), mentre i casi di giornalisti aggrediti fisicamente sono passati da 17 nell’intero 2024 a 13 nei primi 10 mesi del 2025. Si sfiora il centinaio se si considerano anche le violenze verbali o gli attacchi alle proprietà (96 nel 2024).

Dopo la bomba davanti casa di Sigfrido Ranucci, volto del principale programma di giornalismo investigativo del servizio pubblico, Meloni e la sua maggioranza hanno esposto solidarietà nei confronti del giornalista romano, ricordando l’importanza della libertà di stampa e di informazione. Tuttavia, Report e Ranucci sono da tempo bersagliati dalla destra, con l’ultima querela (non ritirata) nei confronti del conduttore e del collega Giorgio Mottola giunta nel 2024 a seguito della puntata “La mafia a tre teste”, per cui è stato chiesto un risarcimento pari a 50mila euro. A novembre 2023, Ranucci aveva dichiarato di aver ricevuto 176 querele temerarie fino a quel momento.

Intervistato da Sielke Kelner per MicroMega, il direttore del Media and Journalism Research Center Marius Dragomir ha evidenziato che il livello di controllo politico dei media in Italia stia portando il Paese sempre più verso il modello “Orban”. Del resto l’ad Rai nominato dal governo Meloni, Roberto Sergio, ha comunicato fin da subito ai suoi dipendenti la necessità di “concentrarsi su un nuovo storytelling”, e non occorre di certo “scomodare” Orban. Già Berlusconi nel 2002, nel famoso discorso da Sofia contro Santoro, Luttazzi e Biagi, parlò di “un preciso dovere da parte della nuova dirigenza” Rai affinché certe cose (ovvero le critiche a lui indirizzate) non si verificassero più.

La Presidente del Consiglio non concede interviste – se non su Rai 1 – da circa 300 giorni, e dal suo insediamento a Palazzo Chigi a fare le spese del nuovo “storytelling” sono stati giornalisti come Serena Bortone, Fabio Fazio, Bianca Berlinguer. Recentemente è stata bloccata per due volte la proiezione sulla Rai di No Other Land, film sulla colonizzazione israeliana della Cisgiordania, mentre la vicenda Paragon, di spionaggio, tra gli altri, ai giornalisti di FanPage, non può che preoccupare.

A pochi giorni dall’attentato a Ranucci, si sono verificati altri due episodi degni di nota: lo sciopero de il Sole 24 ore, quotidiano di Confindustria, per via di un’intervista alla Premier fatta da una collaboratrice esterna contro ogni volontà e decisione della redazione, lavoro considerato di comodo e “poco mordente” dallo stesso CdR. E la visita di un membro del garante della privacy, Agostino Ghiglia, alla sede di Fratelli d’Italia proprio il giorno prima del voto dell’Autorità riguardante l’eventuale sanzione alla Rai per la diffusione da parte di Report di un “audio” personale tra l’ex ministro Sangiuliano e la moglie Federica Corsini, scoop dello stesso Report.

Non è un caso, quindi, che l’Italia abbia perso otto posizioni negli ultimi due anni nell’indice di libertà di stampa di Reporters Without Borders

Autore

Nato nel 1999 tra Marche e Romagna, nonchè tra mare e collina, amo viaggiare, scoprire nuove culture, leggere di tutto ma soprattutto di storia e politica. Ho vissuto in Inghilterra e Spagna e studiato Scienze Internazionali e Diplomatiche. Amo la musica, lo sport e le piccole cose.

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