27 gennaio: antisemitismo nella storia

Un raid antisemita, durante la presentazione dell’ultimo libro di Lia Tagliacozzo, La generazione del deserto. Si sono infiltrati con nomi ed account falsi poi hanno cominciato con minacce ed insulti antisemiti. Poche settimane fa, al Museo nazionale dell’Ebraismo e della Shoah, a Ferrara, tra la corrispondenza ricevuta è stata trovata una lettera con minacce ed insulti di carattere antisemita. A Forlì, su un muro è stata disegnata la stella di David, equiparando il simbolo ebraico al virus. A Bologna, lo scorso anno, si sono susseguiti eventi simili: la parola “Juden” scritta accanto ad un negozio, la stella di David accanto al nome sul citofono di un ex-docente appartenente alla comunità ebraica. Non sono episodi risalenti al periodo dei totalitarismi, sono episodi contemporanei ad un mondo che ricorda ogni anno, in questa data, gli orrori della Shoah.

Il rastrellamento del Velodromo d’Inverno

Era il Luglio del 1942 e a Parigi, come ogni anno, il caldo era asfissiante. La parte più difficile dei preparativi era stata già svolta. Il Dossier Tulard, redatto dopo l’invasione nazista, aveva censito ogni cittadino ebraico residente in Francia nel 1940. Il piano nazista inizialmente prevedeva il rastrellamento di ogni cittadino presente nel registro tra i sedici e quaranta anni. La polizia collaborazionista francese alzò il tiro: avrebbero rastrellato chiunque, compresi i bambini.

Venne concesso loro di portare con sé solo pochi indumenti ed una coperta. Molti vennero mandati in Polonia ed altri in Germania, rinchiusi nei campi di concentramento. Altri rimasero chiusi nel Velodromo coperto per giorni, ammassati l’uno sopra l’altro nel torrido luglio francese. Vennero deportate più di tredicimila persone, a sopravvivere furono solo in dieci.

Per anni la Francia negò ogni responsabilità, nascose la vicenda per quanto possibile e politici come Marine Le Pen continuano a negare che parte della colpa spettò al Governo francese. Nel 2017, l’attuale Presidente Emmanuel Macron chiese scusa per il rastrellamento, sottolineando che «non un solo tedesco partecipò al rastrellamento».

Mireille Knoll nel 1942 aveva dieci anni ed era nata e cresciuta a Parigi. A salvarla fu il passaporto della madre, di origine brasiliana. Riuscì a fuggire, riuscì ad evitare la morte. Mireille Knoll, sopravvissuta alla Shoah, a Marzo 2018 è stata accoltellata più e più volte, nella propria abitazione. L’assassino, poi, ha dato fuoco al suo corpo e all’appartamento in cui viveva. Sul movente nessuno ha mai avuto dubbi: antisemitismo.

L’affare Dreyfus

La notte tra il 12 ed il 13 gennaio del 1898, la vita di Emile Zola cambiò. In prima pagina, sul quotidiano L’Aurore, venne pubblicato il famoso testo “J’Accuse…!”. Lo scrittore francese, in quell’editoriale, aveva coraggiosamente preso le difese di Alfred Dreyfus, denunciando le irregolarità e l’antisemitismo che avevano permeato una delle vicende più famose dell’epoca.

Alfred Dreyfus era un ufficiale francese di origine ebraica, nato in Alsazia, all’epoca territorio tedesco. L’accusa sosteneva che avesse fornito informazioni segrete all’Ambasciata tedesca. L’alto comando francese non ripensò nemmeno un istante ad una nuova analisi del processo, quando l’innocenza di Dreyfus divenne l’ipotesi più plausibile. Il traditore straniero ed ebreo rappresentava il capro espiatorio perfetto per un mondo antisemita anche al di fuori della Germania. Il suo essere un traditore confermava nei razzisti l’odio nutrito verso gli ebrei, rendeva certezza quella che fino ad allora era stata solo supposizione.

Dreyfus fu reintegrato nell’esercito solo dopo dieci anni di prigionia, molti dei quali trascorsi nell’Isola del Diavolo, nella Guyana francese. Quando la sua sciabola fu spezzata e fu cacciato con disonore dall’esercito, la cerimonia avvenne pubblicamente, alla presenza di tutte le più alte sfere dell’epoca. Al contrario, la sua riammissione venne celebrata come un qualcosa di segreto, come un’onta da tener nascosta a tutti i costi.

I Savi di Sion

Con il termine “Pogrom”, in Russia, si fa riferimento ad una serie di violenze commesse ai danni della popolazione ebraica. Massacri contro la minoranza ebraica si erano susseguiti nel corso della storia ma, in questo caso, ottennero una propria definizione. L’aristocrazia e le autorità riversarono il malcontento popolare identificandolo in un unico nemico, il popolo ebraico. Secondo i loro racconti, erano stati gli ebrei ad affamare il popolo, a portare la Russia sull’orlo del precipizio. Ancora una volta, un nemico debole veniva scelto per dare un senso ad ogni paura della gente.

Uno dei documenti più utili per questo obiettivo, furono i “Protocolli dei Savi di Sion”. Perfetti per trasformare una menzogna in realtà storica. Questi protocolli non erano altro che falsi reportage di riunioni tenute dalle massime autorità ebraiche (i Savi di Sion) e testimoniavano l’esistenza di una missione per portare gli ebrei al controllo del mondo, muovendosi nell’ombra. L’obiettivo di questi uomini sarebbe la distruzione delle icone e della cultura cristiana, portando il proprio credo al potere. Questi testi non sono altro che un raffazzonato collage delle più becere e inconcludenti tesi nazionaliste.

Potremmo essere portati a credere che queste tesi nascano e muoiano nel secolo scorso, ma non è così, un esempio su tutti, George Soros. Banchiere e speculatore, è diventato bersaglio di molte teorie complottiste, avvalorate nelle menti più becere da un sottile dettaglio: Soros è di origine ebraica.

Razzismo liquido

Ognuna di queste vicende ha ripercussioni che impattano con forza nella nostra contemporaneità. Non possiamo ridurre il 27 gennaio ad un Giorno della Memoria, ricordare solo per qualche ora le vittime di uno dei più grandi crimini della storia dell’umanità. L’antisemitismo esiste da sempre nella storia Occidentale: esistevano pregiudizi già dal Medioevo ed hanno portato alla morte di milioni di persone.

L’antisemitismo ed il razzismo non esistono in una sola versione, non sono un qualcosa di solido, con i caratteri ben definiti. Si insinuano, permeano, nelle menti di ognuno e fanno breccia nelle menti più fragili. Mettere la folla difronte un nemico, capro espiatorio di tutti i mali, è quanto di più semplice si possa fare.

Gli episodi quotidiani di antisemitismo, come quelli raccontati nell’incipit, o altri episodi di razzismo non vanno etichettati come goliardia. Sono la premonizione di un sentimento comune covato per tanto tempo e con il quale non siamo ancora in grado di fare definitivamente i conti.

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