The Mauritanian: Guantanamo e il mito di una presunta giustizia americana

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L’11 gennaio 2002 il governo degli Stati Uniti, presidente George W. Bush, apre presso la base militare di Guantànamo Bay (a sud-est dell’isola di Cuba) un campo di detenzione speciale per i sospettati di collegamenti con attività terroristiche, in particolare con Al-Qaeda. Vengono catturati illegalmente in tutto il mondo (la sicurezza anteposta al rispetto delle convenzioni internazionali) e deportati a Guantanamo con l’obiettivo, oltre alla prigionia, di ricavarne qualsiasi informazione utile a combattere il terrorismo anti-americano con qualsiasi mezzo. Infatti, questo campo è da anni nel mirino delle organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani a causa delle torture e dei maltrattamenti subiti dai prigionieri che, nella maggior parte dei casi, si ritrovano lì senza un processo e senza accuse attendibili. L’utilizzo di pratiche del tutto illegali è stato ammesso dallo stesso ex presidente Bush.

Camp X-Ray, 2002, Guantanamo Bay, Cuba.

Agli inizi del 2009 il neopresidente Barack Obama firmò l’ordine di chiusura del carcere che doveva essere smantellato entro un anno. Ciò non è avvenuto anche per opposizione del Senato degli Stati Uniti, per un presunto problema di costi. Il suo successore, Donald Trump, firmò invece un ordine esecutivo opposto, abbandonando il programma di progressiva chiusura della prigione. Dopo 20 anni dell’apertura di questo campo di prigionia, rimangono 39 prigionieri e si tratta del numero più basso dalla sua apertura. L’attuale presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, per contro, ne promette lo smantellamento: si tratterebbe di una possibile chiusura definitiva.

Un film per ripassare ciò che è accaduto

The Mauritanian (2021), il film diretto da Kevin MacDonald, è l’adattamento cinematografico del libro Guantanamo Diary del 2015 di Mohamedou Ould Slahi, ed è la perfetta testimonianza di chi ha vissuto a Guantanamo per 14 anni ingiustamente. In seguito all’attentato dell’11 settembre, Mohamedou Ould Slahi (Tahar Rahim) viene catturato dalle autorità mauritane, su richiesta del governo statunitense, e poi successivamente trasferito in una prigione in Giordania. Nel 2002 viene deportato, e trattenuto definitivamente a Guantanamo senza alcuna accusa, se non dapprima per una lontana parentela con un presunto terrorista e poi per una “confessione” strappata con numerose torture fisiche ed emotive. Il suo caso si riapre quando un’avvocata dei diritti civili, Nancy Hollander (Jodie Foster nel film), decide di assumere la sua difesa contro il governo degli Stati Uniti che, a sua volta, incarica il tenente Stuart Couch (Benedict Cumberbatch) nel ruolo di procuratore dell’accusa, incarico dal quale si dimise, nel momento in cui venne a conoscenza degli strumenti e dei metodi utilizzati dal governo americano per gestire (e nascondere/censurare, se necessario) prove e processo.

Il film corre su due piani narrativi: alla vita del protagonista, rinchiuso ingiustamente in carcere, si intreccia il percorso di indagini processuali da parte degli avvocati. A livello di scrittura il film segue una classica sceneggiatura non originale (tratta da un altro lavoro), cadendo in una narrazione che può apparire vista e rivista. Ma la vera chiave di lettura sta nella parte visiva del film: gli spazi risultano spesso chiusi, piccoli e soffocanti, vengono modellati seguendo il modo d’essere del protagonista aggiungendo man mano nello spettatore a quel sentimento di ingiustizia claustrofobica, una liberante necessità di giustizia. Questo gioco di spazi è l’elemento, insieme all’ottima interpretazione di Tahar Rahim (candidato come miglior attore in un film drammatico ai Golden Globe 2021), che più di tutti contribuisce a far rimanere incollato lo spettatore al racconto. Se da una parte il regista gioca volutamente con gli spazi chiusi per creare nello spettatore una sensazione di oppressione e mancanza d’aria, dall’altra ricorre all’utilizzo del mare in più scene (a volte visivamente, a volte solo con il suono in sottofondo o a volte metaforicamente) come elemento per creare, al contrario, una sensazione di speranza verso il futuro e di libertà. «Quando sarò a casa, la prima cosa che farò è sdraiarmi sul letto e ascoltare il suono delle onde […] ascolta il suono del mare, sogna di essere a casa», le precise parole di Mohamedou durante una conversazione con Marsiglia, un altro prigioniero che si ritrova nella sua stessa situazione. 

Punto cardine del film sarà il discorso toccante di Mohamedou davanti alla Corte il giorno del processo:

Dalle mie parti, sappiamo che non ci si può fidare della polizia. La legge è corrotta e il governo usa il terrore per controllarci. […] Quando mi sono trasferito in Germania per la prima volta ho vissuto in un paese in cui nessuno aveva paura della polizia, un posto in cui la legge protegge le persone. Per me e per molte persone nel mondo, l’America è uno di questi paesi. […] Quando sono arrivato a Guantanamo, ero felice perché mi fidavo della giustizia americana, non avrei mai pensato di poter essere detenuto per otto anni senza un processo e che gli Stati Uniti d’America potessero usare la paura e il terrore per controllarmi.

Come può un paese che si autoproclama “paese modello della libertà e culla della democrazia” (retorica di civiltà esportata nel resto del mondo), arrivare ad utilizzare strumenti del tutto incivili? Guantanamo è la reale dimostrazione del fallimento della società americana illogica e ipocrita, un paese che a stelle e a strisce sbandiera simboli di democrazia, costituzione liberale e giustizia, che quando si tratta di potere, di qualsiasi forma esso sia, diventa suprematista, reazionario e vendicativo, ipocritamente spinto da esigenze di sicurezza.

La responsabilità del sistema

Evidentemente ciò che ha tenuto vivo per vent’anni il carcere di Guantanamo, e motivo per cui questo campo di prigionia è nato, è l’istinto di vendetta scambiato per giustizia. Ma questo impulso incontrollato di vendetta (quel “…dente per dente” in altre culture bollato come inciviltà) non è la semplice decisione di singoli soldati corrotti pronti a infrangere le regole, ma il perfetto risultato di un percorso premeditato ed espressamente voluto dai più alti esponenti del governo degli Stati Uniti. Le torture, le minacce, le violenze non sono espressioni del singolo elemento problematico all’interno di un sistema giusto e civile, ma è l’intero sistema ad esserne coinvolto, sistema che taccia di tradimento della nazione chi ne percepisce invece il tradimento dei valori. 

Nel film, un collega militare in una conversazione, in cui il tenente Stuart Coach gli confessa di voler rimettere il mandato di accusatore, gli spiega come sia necessario dare giustizia alle vittime dell’attentato dell’11 settembre: «Qualcuno deve rispondere per tutto questo». «Qualcuno … non uno a caso» risponde il tenente. Sarà proprio lui a denunciare, almeno a noi spettatori, la problematicità del sistema in cui egli stesso si trova.

Tahar Rahim nel ruolo di Mohamedou Ould Slahi

Una visione non americano-centrica

Il tema del terrorismo islamico ricorre molto spesso nella narrativa americana, soprattutto dopo il tragico evento della caduta delle torri gemelle, con un’ottica del tutto occidentale che vede la continua contrapposizione tra i “buoni” (gli americani) e i “cattivi” (gli arabi/ musulmani). I media occidentali, con la loro narrativa, non si sono sforzati di conoscere la cultura degli arabi e la loro religione, se questa fosse davvero o meno la matrice degli atti di terrorismo, ma hanno ridotto l’Islam a “politica religiosa”. Come spiega nell’articolo di Osservatorio Diritti Wael Farouq, docente di Lingua araba all’Università Cattolica di Milano, così come i Jihadisti o i Talebani non prendono in considerazione la realtà e il contesto in cui operano (compreso il vero messaggio religioso) ma guardano soltanto ad una distorta ideologia imponendola sulla società in modo totalmente avulso dal contesto storico, anche l’Occidente agisce esattamente nello stesso modo, ignorando il quadro storico nel suo complesso. È appunto questo che fa MacDonald, ribaltando quel comune schema di pensiero: il regista scozzese tramite la testimonianza di Mohamedou Ould Slahi, mette in discussione la società americana assunta quale esempio e porta lo spettatore, anche non americano, a immedesimarsi nel racconto e a interrogarsi sulla realtà che lo circonda.

La cultura mauritana

Un altro elemento positivo del film è la rappresentazione della cultura mauritana e la sensibilità nel raccontare la storia del protagonista. Spesso i registi occidentali cadono nella narrazione superficiale e stereotipata quando si tratta di raccontare realtà e culture che non conoscono, ma in questo film MacDonald con intelligenza professionale affida al racconto di Mohamedou i suoi ricordi, che condivide con noi spettatori, e la sua fede, che creano in lui la speranza. La sua Mauritania, dove le dune del Sahara, su cui passeggia all’inizio del film, si incontrano con il suono delle onde dell’Atlantico. La sua famiglia e i suoi amici, che noi vediamo all’inizio in scene di matrimonio, suo padre e i ricordi di quando lui era più piccolo, ma soprattutto il rapporto profondo con la madre, figura fondamentale durante tutto il racconto nonostante sia protagonista di poche scene. Il viaggio di Mohamedou parte dalla sua terra e dal bacio in fronte alla madre, dopo averla salutata e rassicurata prima di partire con la polizia locale, di cui, sapendola sollecitata dalla civile America, in fondo si fida. Ma sarà proprio la madre, punto debole che sfrutteranno i suoi persecutori a Guantanamo minacciando di ucciderla, che lo porterà ad inventare una confessione. Ci vorrà il paziente e tenace lavoro di Jodie Foster a tirarlo fuori e a farlo vivere scene di ariosa libertà.

Non c’è niente da fare. Quando c’è di mezzo l’America il bel finale è d’obbligo anche se se ne parla male. Il messaggio è forte e chiaro: i valori su cui essa si fonda sono saldi, traditi solo a volte; ma questa volta la fatica che si fa per difenderli resta in noi ben incisa.

Autore

Parlo tanto e quando capita scrivo pure. Laureata in comunicazione e media, master in produzione televisiva e cinematografica. Guardare film e serie tv è la cosa che mi riesce meglio, amo Kubrick e sono simpatica.

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