Tre aneddoti per cercare di capire i rapporti tra USA e Russia

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In questi giorni di indigesti racconti dal fronte ucraino e di strenui rapporti diplomatici, è necessario fare chiarezza – possibilmente – sulle due potenze mondiali che, attualmente, stanno decidendo le sorti della guerra a cui stiamo assistendo in queste settimane: la Russia e la Nato. Ripercorriamo tre momenti molto importanti dei rapporti diplomatici tra Russia e Stati Uniti, partendo proprio da un accordo che “prevedeva”, ufficiosamente, una formula che in questi giorni tutti noi stiamo ascoltando: non estendere la Nato troppo ad est.

Un accordo mai siglato

Mosca, 9 febbraio 1990. James Baker, segretario di Stato di George Bush padre, viene ricevuto al Cremlino dal leader dell’Unione Sovietica, Mikhail Gorbachev. Il Muro di Berlino è caduto da tre mesi e sul tavolo c’è il processo di riunificazione della Germania. Mosca ha già fatto sapere a Bonn, attraverso canali informali, di essere disposta a rinunciare alla Germania est, che peraltro annegava nei debiti, e questa disponibilità è stata appena confermata a Baker dal ministro degli esteri sovietico, Eduard Shevarnadze, futuro Presidente della Georgia.

Baker chiede a Gorbachev se, in via ipotetica, l’Urss preferisca una Germania unita fuori dalla Nato o una Germania unita nella Nato, ma, in tal caso, con l’assicurazione che l’Alleanza non si espanderà a est neanche di un centimetro. Gorbachev preferisce la seconda. Nulla viene messo per iscritto. Baker riferisce dell’esito del colloquio a Bush, il quale è irritato perché ritiene che il suo segretario di Stato abbia concesso ai russi più del necessario. Così invia un cablo urgente a Bonn, dove il Cancelliere tedesco Helmut Kohl si sta preparando a sua volta a partire per Mosca.

Bush suggerisce a Kohl di proporre un accordo meno vincolante, assicurando ai sovietici solo che il territorio della Germania est non ospiterà forze Nato. Kohl, che ha ormai come unica missione politica quella di completare la riunificazione nel più breve tempo possibile, decide di ignorare l’invito del Presidente americano e di cambiare schema di gioco. Chiede conto a Gorbachev, che lo accoglie al Cremlino stanco e forse ammalato, di una sua dichiarazione di qualche tempo prima, ovvero che il futuro della Germania avrebbe dovuto essere deciso dai tedeschi.

Il capo dell’Unione Sovietica dice che sì, diceva sul serio. Kohl capisce di avere in mano la carta vincente. Chiama i giornalisti in conferenza stampa e annuncia di aver raggiunto un accordo con Gorbachev: la riunificazione della Germania senza condizioni.

[Per approfondire: Not One Inch: America, Russia, and the Making of Post-Cold War Stalemate”, di M. E. Sarotte]

Un nuovo corso e una vecchia promessa

Monaco, 10 febbraio 2007. Quello del Presidente russo Vladimir Putin è l’intervento più atteso all’annuale Conferenza sulla sicurezza. Sono passati esattamente 17 anni dall’incontro tra Gorbachev e Kohl, Putin è arrivato al potere a Mosca da sette.

Nel frattempo l’Unione Sovietica è collassata, è nata una costellazione di nuove Repubbliche indipendenti, la Jugoslavia è esplosa, il Patto di Varsavia si è sciolto e i Paesi dellEuropa orientale si sono affrettati a chiedere ladesione alla Nato e allUnione europea. Dal Cremlino, stordito dai fumi della vodka, Eltsin ha guardato impotente la rapida erosione del mondo post-comunista. Alla Casa Bianca, sia il democratico Bill Clinton che il repubblicano George Bush figlio hanno interpretato il nuovo ruolo degli Stati Uniti post-Guerra Fredda come motore di un nuovo ordine mondiale basato sulla democratizzazione (anche forzata) dei sistemi politici e sull’economia di libero mercato. Entrambi, con grande miopia, hanno continuato a considerare la Russia una minaccia.

La Nato è intervenuta in Kosovo e ha bombardato la Serbia di Slobodan Milosevic, che era sì un leader sanguinario, ma era anche tra i pochi alleati rimasti a Mosca. In Russia è cresciuto un senso di umiliazione e di frustrazione che ha portato all’ascesa di Putin, il quale nei suoi primi anni al potere si è occupato di sistemare gli affari interni e di restituire al suo Paese almeno la parvenza di una potenza regionale.

A Monaco si cambia passo. Putin – ad ascoltarlo c’è pure il capo del Pentagono Robert Gates, che era l’assistente di Baker nel 1990 – dichiara “inaccettabile” il dominio monopolistico degli Stati Uniti nel mondo e tira fuori, per la prima volta, la “promessa” dello stop all’allargamento a est della Nato.  Mette in chiaro che la Russia considererà una “provocazione” ogni ulteriore passo dell’Alleanza verso i suoi confini.

Chi garantisce il nuovo ordine in Europa?

Bucarest, 2 aprile 2008. Si apre il summit della Nato e in Romania arriva pure Vladimir Putin. Croazia e Albania vengono invitate ufficialmente a far parte dell’Alleanza, ma sul tavolo c’è anche la richiesta di adesione di Georgia e Ucraina: sono entrambi Paesi che confinano con la Russia.

Bush, a maggior ragione dopo l’intervento rivelatore di Putin a Monaco, persegue l’obiettivo strategico di allontanare la Russia dall’Europa e lavora, nel frattempo, per ridurre la dipendenza energetica europea dal gas russo attraverso un progetto di gasdotto che passerebbe proprio per la Georgia (e arriverebbe fino in Puglia, il TAP).

Tuttavia, il Presidente statunitense è più debole che mai: è a fine secondo mandato e ha sul groppone le disastrose (per ragioni diverse) avventure militari in Afghanistan e in Iraq. Sull’adesione di Georgia e Ucraina trova quindi l’opposizione di Francia e Germania, che non hanno molta intenzione di accendere le tensioni con la Russia. Ne emerge una formula di compromesso disastrosa: la Nato è disposta ad accogliere Ucraina e Georgia, ma non ora.

Putin torna a Mosca sapendo che è arrivato il momento di intervenire: quattro mesi dopo invia le truppe in Georgia con la scusa di dover difendere i ribelli filo-russi dell’Abkhazia e dell’Ossezia del sud, territori che riconosce come indipendenti. L’auspicato Piano d’azione per l’adesione (Map) della Nato non arriverà mai, né a Tbilisi né a Kyiv.

Autore

Quasi laureato in filosofia, quasi giornalista, quasi adulto. Una vita all’insegna del «quasi». Ad un mondo di incertezze preferisco il buon odore di lenzuola appena lavate.

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