Il tuo diritto di essere Brutta quando il dovere è di essere bella: un’intervista a Giulia Blasi e Cristiana Vaccaro

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«Brutta. Racchia, cessa, chiavica, ciospa, cozza, cinghiale, scorfano, cofano, paracarro, strega, mostro, nutria. La donna brutta ha più nomi di Dio». Lo conferma anche il dizionario Treccani alla voce “racchio”: brutto, sgraziato, detto di persona, soprattutto di donna.

Si tratta di Brutta, il libro di Giulia Blasi che, oggi, è diventato uno spettacolo teatrale in giro per l’Italia, diretto da Francesco Zecca e interpretato da Cristiana Vaccaro. 

La risposta al perché un uomo ha il permesso di essere brutto mentre una donna deve sempre rispettare determinati canoni estetici apparendo giovane e attraente non sarà mai soddisfacente ma, anche se tale, quale può essere?

Giulia Blasi «La risposta complessa è: perché il capitale sociale degli uomini è la ricchezza e il successo, quello delle donne è la bellezza e la seduzione. Anche adesso che possiamo lavorare (e non è molto tempo, nella storia dell’umanità: la parità, in Italia, è stata stabilita formalmente con la Costituzione, nel secondo dopoguerra), la prima cosa che si guarda in una donna è se è bella, o comunque presentabile, “ben tenuta”, come se il corpo femminile fosse un cantiere sempre aperto. Praticamente una donna è come la Sagrada Familia, il lavoro non finisce mai».

Cristiana Vaccaro «Non ha solo il permesso di essere brutto, ma possiede molti altri privilegi, fa parte di certi automatismi radicati da troppo tempo nel nostro sistema culturale. Io intorno ai 6 anni ho cominciato a dire di chiamarmi Federico, giocavo a pallone e volevo essere un maschio, inconsciamente forse avevo già capito che questo mi avrebbe regalato maggiore libertà».

Cosa significa oggi essere brutta e come sono cambiate le sue sfumature sociali e culturali nel corso del tempo?

G. B. «Ogni tempo ha la sua idea di bruttezza e alcune costanti rimangono: fare l’elenco significherebbe solo aumentare l’insicurezza delle persone, perché è più forte di noi, finiamo sempre per farci a pezzi e a valutare ogni parte di noi separatamente a fronte di una lunghissima lista di difetti che potremmo o meno avere. Essere brutta, in altri tempi, poteva essere una condanna: Enrico VIII d’Inghilterra rimandò al mittente la quarta moglie Anna di Clèves perché dai ritratti si era fatto l’idea che fosse più bella. Quando ti compri le mogli sul catalogo Postalmarket delle principesse europee può capitare che te ne arrivi a casa una che non è proprio al 100% come la volevi. E diciamocelo, Enrico VIII per esercitare il diritto di reso fece pure uno scisma con la Chiesa Cattolica, non scherzava un cazzo, il ragazzo».

Nel libro Brutta, da cui è tratto lo spettacolo teatrale, a proposito del racconto dei corpi e del potere, talvolta qualificato e influenzato dai primi, si vede come neanche le madri costituenti siano sfuggite a questa regola. A questo proposito, Teresa Noce, partigiana, attivista, sindacalista, grazie alla quale abbiamo avuto le prime leggi di tutela delle madri lavoratrici, si autodefiniva “brutta, povera e comunista”. A che punto siamo oggi? Perché abbiamo un problema con l’autorità femminile?

G. B. «La società patriarcale disprezza le donne. Chi è che vuole essere comandato da qualcuno che disprezza?»

Se sei donna e brutta puoi stare a guardare, servire o fare, ma con il massimo dello sforzo e delle competenze, quanto fatto, invece, da un uomo mediocre. Qual è il posto riservato alle donne brutte negli spazi pubblici e quanto vale il loro capitale? E come occupare comunque uno spazio nel mondo non conformandosi allo sguardo maschile?

G. B. «A livello individuale, direi, fregandosene. Ci vuole molto pelo sullo stomaco, ma non è impossibile. Il problema è collettivo, però, non individuale. Il problema non è solo un problema delle donne brutte: è un problema delle donne, belle brutte e medie, che sono da sempre sottovalutate, deprezzate e marginalizzate. Le donne belle hanno il problema opposto a quelle brutte. Siamo tutte sorelle nell’essere costrette a gestire i nostri corpi nello spazio pubblico».

Come scrivi nel libro, se non sei canonicamente riconosciuta come bella ti ci devi sentire perché tutti i corpi e tutte le facce valgono. In ogni caso, il tuo aspetto corporeo sarà oggetto di discussione altrui, tra chi difende te, chi il tuo aggressore e chi parla del sessismo sociale attuando al contempo un atteggiamento sessista. Se mostriamo un corpo ritenuto imperfetto, siamo considerate coraggiose. Un corpo dovrebbe solo esistere e, invece, si parla di normalizzazione dei corpi come se esistesse l’anormale. Il movimento della body positivity ha tradito se stesso?

G. B. «Il movimento della body positivity è stato, almeno in parte, mangiato dal capitalismo, che lo sfrutta per vendere più prodotti con cui rimediare ai difetti rimediabili e inventandosi ogni giorno nuovi difetti a cui rimediare. L’insicurezza è una leva commerciale pazzesca».

Ipotizziamo un Festival, un red carpet e i capelli bianchi di Patrick Dempsey e Andie MacDowell. Perché solo la seconda fa notizia?

C. V. «Perché come ben racconta lo spettacolo, ci portiamo dietro questa convinzione sociale che per una donna invecchiare sia un peccato mortale, mentre per un uomo vuol dire acquisire fascino o esperienza. Nell’ultimo decennio si sta lavorando molto su questi temi, ma la strada è ancora lunga».

Qual è il processo per diventare brutta? E sei tu a scegliere il processo o quel processo a diventare talvolta indispensabile?

G. B. «Brutte si diventa, a volte per destino genetico, a volte per sfiga, quasi sempre perché invecchiando anche le belle diventano brutte per la società. Il problema è che non esiste un vero movimento di ribellione. Io ho cinquantun anni, e le mie amiche si fanno i filler e li sbandierano ai quattro venti. Il terrore di essere brutte è stato sostituito dal terrore di invecchiare».

Il momento in cui si decide quale rapporto si avrà con il proprio corpo, la sua collocazione e il ruolo che avrà è storicamente e anagraficamente cambiato?

G. B. «No, perché quel momento arriva per tutte con la pubertà e il momento in cui si è costrette a fare i conti con il desiderio maschile o la sua assenza. Forse si salvano solo le ragazze che capiscono presto di non avere interesse per i ragazzi, ma mai del tutto. Lo sguardo maschile incombe sulle vite di tutte».

C. V. «Il rapporto che si ha con il proprio corpo purtroppo non dipende solo da noi ma anche dalle esperienze che viviamo ogni giorno a partire da quando siamo piccole, dipende anche dalla percezione che gli altri hanno di noi e di come scelgono di comunicarcelo. Penso a tutte quelle frasi che più o meno intenzionalmente ci hanno ferito o che ci rimbombano nella testa ogni volta che ci guardiamo allo specchio: sei troppo magra, troppo grassa, troppo alta, troppo bassa, rassoda qui, dimagrisci là».

In un’intervista per Vanity Fair, alla modella Vittoria Ceretti viene chiesto se crede la bellezza sia un valore. Lei risponde che è sicuramente un vantaggio perché i valori sono altri (ed è facile dirlo se fai la modella e sei considerata bella). In Brutta, scrivi quella frase che troppo spesso ci suona in testa: “le donne belle fanno una vita diversa”. Ma davvero la società è pronta a non considerare più la bellezza come quella qualità aspirazionale degli anni Ottanta, quando “più bella che brava” era il più grande dei complimenti?

G. B. «Continuano a dircelo, eh, solo che adesso gli tiriamo i pomodori. Non è che non ci siamo mosse per niente dal punto in cui siamo partite. Siamo perfettamente in grado di reagire, se vogliamo».

Molte donne, tra attrici e modelle, hanno descritto la bellezza come facilitatrice e, allo stesso tempo, anche come quella condanna che rende nemiche le donne tra loro. È (ancora) così?

C. V. «Non credo sia giusto demonizzare la bellezza, anche perché è un concetto soggettivo e relativo, ma ovviamente non dovrebbe essere la caratteristica principale per esistere in quanto donna, altrimenti c’è il rischio di cadere nella trappola che ci vuole in competizione e dipendenti dallo sguardo maschile. In ogni caso temo che a volte la solidarietà femminile possa venire meno anche su altri temi e invece è di fondamentale importanza imparare a fare rete».

Perché la politica e la coscienza politica dovrebbero essere femministe? E perché una persona maschilista non pensa di dover cambiare?

G. B. «Sono due domande diverse. I femminismi hanno una stella polare: la libertà e la felicità dell’individuo nella comunità ottenuta con lo sforzo collettivo. È un lavoro piuttosto faticoso, ma seguendo quella stella si può magari sbagliare, ma non perdere la direzione. Chi decide di restare dentro il patriarcato in cui è stato educato a volte lo fa perché non immagina un’alternativa, altre volte perché preferisce essere dalla parte dell’oppressore che giocare il ruolo dell’oppresso».

Anche il trucco è politico e identificativo. Recentemente ce lo ha ricordato anche Alexandria Ocasio-Cortez, politica statunitense, in un video girato per Vogue in cui mostra la sua beauty routine. Allo stesso tempo, basta un po’ di trucco per essere considerate femministe meno credibili. Che valore ha per voi?

G. B. «Io sono contemporaneamente una drogata di cosmetici e una che se potesse andrebbe in giro struccata sempre. Non potendo (perché alla mia età e senza filler in faccia ti chiedono tutti se stai male), ho trasformato il trucco in un gioco e una sperimentazione, ma non mi dimentico che lo faccio per necessità, non perché ne abbia davvero bisogno. Il mio corpo sta benissimo e funziona divinamente anche se non copro le discromie con il fondotinta».

C. V. «Io mi trucco, non troppo, ma lo faccio quasi ogni giorno, forse fa parte di uno degli automatismi di cui parlavo prima, e in ogni caso non credo che questo possa rendere meno credibile una persona che lotta per i propri diritti, e che magari sta facendo semplicemente qualcosa che le piace. Certo alcuni approcci per cui il truccarsi diventa un’attività ossessiva o che comporta moltissimo tempo, a volte mi lasciano un po’ perplessa».

Perché “l’unica cosa che ci fa orrore più delle donne sono le donne anziane”? E perché la menopausa è il mostro di cui non si parla, anche da donne?

G. B. «La menopausa segnala la fine della fertilità, quindi l’interruzione di una delle funzioni primarie delle donne, quella di figliare. Da quel punto diventi una vecchia. E non c’è niente che ci faccia più paura, perché le donne che invecchiano, nelle società patriarcali, scompaiono. Non c’è ancora un modello consolidato di donna anziana autorevole: l’Italia non ha mai avuto una Presidente della Repubblica».

C. V. «Perché in un mondo in cui le donne sono spesso viste solo come portatrici di bellezza o come madri di famiglia, se non sei bella e non sei neanche giovane, a cosa servi? La menopausa segna in qualche modo questo passaggio e di conseguenza non viene vissuto con serenità».

Nel mondo della recitazione, l’idea di bellezza e, con essa, la pressione estetica sono state stravolte positivamente rispetto al reale nel corso del tempo? E, ancora, il concetto di brutta persiste, resiste e influenza?

C. V. «La pressione estetica sulle attrici è sempre stata molto forte e negli ultimi anni mi sembra sia paradossalmente anche cresciuta, tanto che per un’attrice presentarsi in pubblico senza trucco e con le sue sacrosante rughe viene percepito come un atto rivoluzionario. Che fatica lottare anche per avere il diritto di invecchiare!»

Per quanto teatro e realtà possano confondersi, nel primo vi è una maggiore educazione perché tutti i corpi siano validi?

C. V. «In scena ogni corpo è significante e comunica, anzi sono proprio le particolarità di ognuno a rendere il lavoro più interessante, il problema è cercare di costruire un sistema libero da condizionamenti e che ci permetta di essere ciò che siamo, senza sentirci costantemente sotto esame».

Volersi bene significa trovarsi belle e viceversa? E si finisce per trovarsi belle per sé o per non sentirsi in difetto con gli altri, che troppo spesso lo richiedono?

G.B. «Boh, io vorrei campare anche senza fare lo sforzo di volermi bene. Vorrei campare perché mi sono molto simpatica, se mi conoscessi vorrei un sacco essere mia amica (anche se ogni tanto mi direi di smettere di lamentarmi). E probabilmente mi troverei bellissima, per me le mie amiche sono tutte stupende».

C. V. «Sento spesso dire che la bellezza non è un valore ma l’aver cura di sé invece è fondamentale, altrimenti vuol dire che non ti vuoi bene. Se però interpretiamo la “cura di sé” come qualcosa legato principalmente al corpo, all’apparenza, all’estetica – come il marketing globale spesso vuole farci credere – questa equazione diventa una trappola. Ci fa girare a vuoto come un criceto in una gabbia alla ricerca di qualcosa che non troveremo mai; ci fa concentrare sull’idea di come dovremmo essere, e non di come siamo. Io sono sempre stata molto critica con me stessa e a volte faccio i conti con la sensazione di sentirmi sbagliata. Nel tempo mi sono resa conto che questo dipende anche da alcune pressioni sociali. La vera “cura di sé”, per quanto mi riguarda, consiste in un percorso di accettazione e credo che questo sia il filo rosso che più di tutto mi lega alla storia di “Brutta”».

Autore

Giorgia Cecca

Giorgia Cecca

Autrice

Sono atea ma ho vissuto dalle suore. Sono di sinistra ma una volta ho votato PD. Non mi piace la monotonia ma guardo spesso i film di Nanni Moretti. Piango mentre leggo Mattia Torre perché è la persona che mi fa più ridere. Guido una Vespa perché ho visto troppe volte Caro diario. Sempre per quella questione della monotonia. Che, forse, non mi piace.

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