Bufera e scontro aperto tra RAI e Sigfrido Ranucci dopo il caso “Report”

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Non accenna a placarsi la bufera sulla RAI dopo la rimozione ufficiale di Sigfrido Ranucci dalla conduzione di “Report” dopo oltre vent’anni di servizio.
L’annuncio, attraverso un comunicato stampa diffuso lo scorso venerdì dai canali ufficiali dell’azienda, ha portato a un netto cambio di passo per lo storico programma giornalistico d’inchiesta con l’arrivo di due nuovi conduttori per la prossima stagione: Giulia Presutti (collaboratrice del programma dal giugno 2018) e Daniele Piervincenzi, già volto di altri programmi RAI quali “Nemo – Nessuno Escluso” e “Popolo Sovrano” (e – in precedenza – di “DMAX Rugby Social Club”) che alle spalle vanta esperienze da corrispondente in ambito nazionale e internazionale.

Una decisione giunta al termine di un’estate divenuta turbolenta per l’oramai ex conduttore romano di “Report” in seguito agli sviluppi e alle pesanti rivelazioni emerse attorno al c.d. “caso Lavitola”[1], che hanno contribuito ad aprire l’ennesimo fronte politico-mediatico da parte degli esponenti del governo Meloni e dalle testate giornalistiche vicine al centrodestra in nome della “trasparenza” e del “pluralismo dell’informazione” e contro la presenza di “tesi precostituite” dietro alle inchieste del programma.
Richieste, quest’ultime, dietro le quali si è ravvivata una prolungata campagna denigratoria nei confronti dello stesso Ranucci e della Redazione del programma, risultata alla fine decisiva nella decisione di rimuoverlo.

In questa situazione esplosiva, però, né il giornalista né la redazione di “Report” hanno la minima intenzione di accettare l’intervento netto da parte dei vertici di Via Alessandro Severo: nella giornata di ieri, attraverso i suoi legali, Ranucci ha infatti formalmente contestato la decisione della RAI reputandola come “illegittima” mentre un comunicato firmato dagli inviati (tra i quali volti storici come Bernardo Iovene e Giulio Valesini) ha definito “completamente irricevibile e inaccettabile” la proposta dell’emittente pubblica, minacciando la RAI di essere pronta a dimettersi in blocco in caso di un suo mancato ritiro. Una presa di posizione netta sostenuta oggi anche dal resto della Redazione di “Report” che, riunitasi in assemblea, ha proclamato lo stato d’agitazione e ha annunciato di essere “pronta allo sciopero”.


Le analogie con il recente passato per la libertà di stampa in Italia

La vicenda tra la RAI e Sigfrido Ranucci, ben lontana dal potersi definire conclusa, riapre una gravosa questione per il nostro Paese quale quella della libertà di stampa e di informazione.

In primo luogo, analizzando il rapporto “World Press Freedom Index 2026” pubblicato da Reporters Sans Frontieres, il nostro Paese si colloca quest’anno al cinquantaseiesimo posto nel mondo per libertà di stampa, in calo di sette posizioni rispetto al 2025.
Numeri e stime tra le peggiori all’interno dell’area dell’Unione Europea (dietro solo a Bulgaria, Ungheria e Grecia) che fotografano una discesa costante del nostro Paese dall’inizio dell’attuale esecutivo (escludendo il balzo positivo del 2023 – quando passò dal cinquantottesimo posto del 2022 al quarantunesimo posto – è stato sempre in calo) e un sempre più vicino ritorno alla posizione del 2022, anno dell’avvicendamento in Italia tra il governo Draghi e quello Meloni.
Tra i fattori penalizzanti, secondo i dati del rapporto, vengono indicate “le minacce ai giornalisti da parte della criminalità organizzata specialmente nel Sud Italia” ma anche “il tentativo politico di ostacolare la libera informazione in ambito giudiziario” e “il ritorno di crescenti pressioni per trasformare la principale emittente televisiva pubblica” – ovvero la RAI – “in un organo di comunicazione al servizio del governo” [2].

Gli elementi con cui viene fortemente limitata l’informazione sono purtroppo molteplici: dalla presenza di stringenti linee editoriali all’interno delle principali testate nazionali (in alcuni casi legate a importanti gruppi industriali o a individui politicamente attivi) alla censura o all’autocensura degli articoli per non incorrere nelle c.d. “querele temerarie” fino ad arrivare a quelle che vengono indicate come “leggi bavaglio” con le quali l’esecutivo – politico o tecnico che sia – ha negli anni approvato e attuato norme con cui limitare fortemente la libertà di stampa e il diritto a essere informati da parte dei cittadini.

Prendendo poi in considerazione il solo periodo di Sigfrido Ranucci alla guida di “Report” (2017-2026) senza ampliare l’orizzonte ai precedenti venti anni di guida da parte di Milena Gabanelli, si può osservare come sia stato presente l’impegno di colpire e screditare un prezioso modello di giornalismo d’inchiesta all’interno del panorama televisivo italiano.
Un programma televisivo che del proprio “metodo” di lavoro fondato sull’autonomia e indipendenza della propria Redazione ha fatto da sempre uno dei propri punti di forza, specialmente in presenza di argomenti scomodi se non addirittura sconvenienti da trattare in prima serata.
A fronte di questo, per alcuni, sussistono interessi convergenti che non badano a distinzioni di appartenenza politica: negli anni le inchieste giornalistiche di “Report” hanno portato a numerose querele per diffamazione, cause legali e richieste di risarcimento danni [3] presentate tanto da esponenti politici del centro-destra quanto del centro-sinistra [4], indipendentemente dal colore dei governi in carica.

Vicende giudiziarie che, stando ai dati e alle informazioni disponibili in merito, si sono quasi sempre concluse con l’archiviazione, l’assoluzione o il raggiungimento di una mediazione tra le parti (quest’ultime oggetto di segretezza).

Se negli anni Ottanta c’era chi in tutt’altro contesto parlava di “una questione di qualità” a ritmo punk, l’idea di chi scrive – con una piccola “licenza poetica” – è che “Report” possa rientrare a pieno titolo in questa collocazione: dal 1997 il programma di Rai 3 rappresenta infatti un’unicità nell’ambito del giornalismo (specialmente quello d’inchiesta) di fronte al più ampio utilizzo del format dei talk show, financo al loro dilagare all’interno degli attuali palinsesti televisivi dove – indipendentemente dal maggior o minore successo in termini di ascolti – il valore di un’informazione giornalistica di qualità è stato scientemente sacrificato a favore dell'”infotainment”, l’approfondimento viene limitato agli strati più superficiali e dove il confronto e il dibattito – ove presenti – degenerano spesso in rumore controllato.
Un’unicità, quella di “Report”, messa ora seriamente in discussione in seguito all’allontanamento di Ranucci da parte della RAI che, come già annunciato dagli avvocati del giornalista romano, vedrà quest’ultimo pronto a dare battaglia in tribunale in caso di mancato reintegro.

Uno scenario che riporta alla mente quanto accaduto al giornalista Michele Santoro, che il 26 gennaio 2005 ottenne il reintegro in RAI con una sentenza del Tribunale del Lavoro di Roma dopo oltre quasi due anni dalla sospensione delle sue trasmissioni televisive e dal suo successivo allontanamento dall’emittente.
Al tempo erano gli effetti del tristemente famigerato “editto bulgaro” (18 aprile 2002) con cui l’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi aveva accusato lo stesso Santoro – al pari del collega Enzo Biagi e del comico satirico Daniele Luttazzi – di “un uso criminoso” della televisione pubblica, comportandone di lì a poco la cacciata dall’azienda.
A distanza di oltre ventiquattro anni, sembra che la Storia sia in procinto di ripetersi.

Fonte immagine: Tumisu/Pixabay


Note e ulteriori riferimenti

[1] Si fa riferimento agli eventi legati all’attentato subito da Sigfrido Ranucci nella sera del 16 ottobre 2025, quando a Campo Ascolano – frazione di Pomezia – una bomba artigianale è esplosa davanti alla sua abitazione, devastandone il cancello e distruggendo le automobili del giornalista e di sua figlia.
Una detonazione con danni ingenti ma fortunatamente senza feriti, sebbene Ranucci si trovasse in casa al momento dell’esplosione e la figlia fosse rientrata con la sua auto venti minuti prima dello scoppio della bomba.
Le indagini hanno inizialmente seguito la pista mafiosa (Ranucci vive dal 2021 sotto scorta stretta a causa delle minacce di morte subite da esponenti della criminalità organizzata) e la successiva identificazione di una vettura utilitaria nera partita dalla Campania per dirigersi nei pressi dell’abitazione di Ranucci porta all’ipotesi di un coinvolgimento della camorra.
La svolta arriva però mesi dopo, in due eventi distinti: l’arresto di quattro persone tra Napoli e Avellino (30 giugno), ritenute componenti del commando che ha materialmente eseguito l’attentato, e l’iscrizione nel registro degli indagati del faccendiere Valter Lavitola (1 luglio) come sospetto mandante dell’azione.
Nelle settimane successive vengono infatti pubblicate e rese note parti di conversazioni tra Ranucci e Lavitola assieme a quelle dello stesso Lavitola con il suo collaboratore camerunense Gomes Clesio Tavares, sospettato anch’egli di aver commissionato l’attentato a Ranucci per conto di Lavitola e che nel frattempo ha lasciato l’Italia per rientrare nel proprio paese.

[2] Per ulteriori approfondimenti si rimanda ai dati tematici del “World Press Freedom Index” di Reporters Sans Frontieres (data di ultima consultazione 31/08/2026)

[3] Pochi giorni fa, in occasione della tappa del suo spettacolo “Diario di un trapezista” a Cerveteri, l’ex conduttore di “Report” ha dichiarato di aver ricevuto “oltre 240 atti di citazione, querele e risarcimento danni” nella sua carriera da giornalista RAI uscendone “indenne”.
Di queste, molte delle più recenti provengono dai ministri (e in alcuni casi ex ministri) provenienti dalle forze di centro-destra.  

[4] A riguardo si può menzionare come esempio la querela per diffamazione e violazione del segreto di Stato presentata l’8 maggio 2021 dall’ex Presidente del Consiglio Matteo Renzi (ora alla guida di Italia Viva) nei confronti di Ranucci e dei suoi collaboratori, Giorgio Mottola e Danilo Procaccianti, in seguito alla realizzazione dell’inchiesta “Babbi e Spie” contenente immagini e filmati dell’incontro avvenuto il 23 dicembre 2020 in un autogrill tra lo stesso Renzi e l’ex agente dei servizi segreti Marco Mancini, al tempo dirigente del DIS. Il 19 novembre 2025 il Tribunale di Roma archiviò le accuse di violazione del segreto di Stato nei confronti dei membri del programma di Rai 3 e – in merito alla diffamazione – rinviò per competenza gli atti alla procura di Ravenna.

Fonte immagine di copertina: Vilus Kukanauskas (@vilkasss)/Pixabay

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