La festa della mamma: una figura eterna nella letteratura

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La festa della mamma ha origini molto remote, venendo celebrata già al tempo degli antichi greci e romani, sempre nel mese di maggio. La festività veniva legata al culto della fertilità e delle divinità femminili, che segnavano il passaggio delle stagioni (in particolare il periodo di transito dall’inverno all’estate). Secoli ci dividono dalle prime celebrazioni, con i loro specifici riti e le loro lodi, ma lo spirito che ci accumuna è sempre lo stesso: la mamma è sempre la mamma.

Figura premurosa, indispensabile e protettrice, è una costante nella produzione artistica e letteraria dell’uomo che ha saputo elogiarla, rimpiangerla, ammirarla e ricordarla. La poesia diviene dunque il mezzo attraverso cui tenere unito il rapporto che lega una madre al proprio figlio, un legame indissolubile e prezioso che con l’arte ha saputo diventare eterno.

Temuta e ammirata: la mamma nella letteratura classica

Nella cultura greca il mondo viene partorito, non creato. Da questa semplice dichiarazione, appare chiarissima la figura della madre come essere che genera, dà vita. Essa è il principio di tutto, e si rispecchia in Gea, la terra, che procrea in modo costante e che dentro di sé, secondo l’autore greco Esiodo, conserva tutto il mondo.

Non c’è aspetto della madre che non venga rappresentato nella letteratura classica: capace di assassinare i propri figli per vendetta contro l’amato Giasone che vuole abbandonarla, Medea è una donna di profonda sensibilità e dolore, che arriva all’autodistruzione di sé e di quel che ha creato. Penelope, moglie di Ulisse, è in Omero, invece, un grandissimo esempio di fedeltà, maternità e lealtà. Sola si ritrova a gestire un intero regno in assenza del marito, astuta e cauta riesce a controllare l’invasione dei Proci: è una donna in pieno controllo delle sue azioni, pronta a proteggere il figlio Telemaco. Cosa non farebbe una mamma per difendere quel che ama? Perfino decidere di tessere una tela per infiniti giorni, senza giungere mai alla fine.

Gustav Klimt, Madre e figlio, 1905

E chi non ha il pensiero rivolto alla propria mamma? Chi non ha la cura di volerla rassicurare perché consapevole della sua apprensione, del suo preoccuparsi, del suo costante voler esser presente?

Seneca, già nel 42, ebbe la cura di scrivere un’intera opera alla madre, Ad Helviam matrem de consolatione, per rassicurarla riguardo all’esilio in Corsica cui fu condannato. Il testo, dedicato alla madre Elvia, è una consolatio che la invita ad accettare la situazione del figlio, sottolineandone anche i possibili aspetti positivi: nella brutta condizione cui è dannato, almeno avrà tempo di dedicarsi all’otium, un po’ come «tutte le volte in cui ho perso la calma e tu mi hai dato un’arma, e yo mamma» di Coez, non ancora esiliato.

Ancora Virgilio, nelle sue Bucoliche, attribuisce alla madre un ruolo fondamentale nella vita dell’uomo, poiché in grado di dare alla luce dopo mesi di attesa e di dolore. Invita dunque alla gratitudine verso il rapporto che lega a lei il figlio, riassumendo il tutto con la massima: «Inizia, o fanciullo, a riconoscere la madre dal sorriso». Perché quel che si ama a primo istinto non si conosce mai con il ragionamento, ma si riconosce da semplici tratti, e un figlio questo lo sa bene:

Quel sorriso m’ha salvato da pianti e da dolori.
E non importa se ora ho qualche lacrima per te,
per tutti quelli che come te aspettano,
e non sanno che cosa.

Quasimodo – Lettera alla madre

Il ricordo di una madre, un amore senza fine

La parola ricordo ha un’etimologia preziosa: dal latino re-cord, indica l’atto di riportare al cuore qualcosa. Un gesto, un profumo, una parola, una precisa scena, molto spesso accompagnati dal rimpianto di non averli assaporati a pieno, stretti quanto si sarebbe dovuto: così nel Novecento si racconta la figura materna, una presenza a volte sfuggente e a volte insistente, che torna con gran forza nelle memorie degli intellettuali e si rende viva attraverso la poesia.

La madre fa quel che il buon figlio vuole. Bisogna che tu prenda un po’ di sole, un po’ di sole su quel viso bianco. Bisogna che tu sia forte; bisogna che tu non pensi a le cattive cose… Se noi andiamo verso quelle rose, io parlo piano, l’anima tua sogna.

Consolazione – Gabriele d’ Annunzio

Quel dandy di D’annunzio, fiero del suo altissimo poetare, finisce col scrivere un componimento per la cara madre, abbandonata in un momento di fuga, con tutto il risentimento e il dispiacere che un qualsiasi uomo – incluso il più fiero aviatore sulla città di Vienna– distante dalla propria casa possa provare. E non importano la guerra, i romanzi d’amore, le polemiche nelle piazze, i salotti di intellettuali e la bella vita nella sfarzosa Roma: «Torna il diletto figlio a la tua casa. È stanco di mentire».

Anche la parola amore, tra le diverse e presunte origini, ne cela una molto profonda: a-mors, senza morte, ciò che non muore. Così viene percepito il sentimento verso una madre, qualcosa di eterno che non può giungere a fine e che rimane vivo nella memoria anche dopo aver perso la vita. Proprio Ungaretti, in quest’ottica di amore immortale, immagina di incontrare la propria madre a cospetto di Dio, dal quale otterrà il perdono proprio grazie alla mediazione di lei. Incontrarsi, finalmente, e tornare a stringersi come soliti fare un tempo: «come una volta mi darai la mano». Ma non finisce qui, perché quel che il poeta comprende una volta passato a miglior vita, è che – anche se questa casa non è un albergo– una madre avrà sempre quegli occhi di speranza e di tenerezza con cui ci aspetterà per tutta la sua esistenza:

Ricorderai d’avermi atteso tanto,
e avrai negli occhi un rapido sospiro.

La madre – Ungaretti
William Sergeant Kendall, An Interlude, 1907

«Mi manca di te tutto quello che non ho vissuto»

Un motivo tipico della letteratura è quello di rendere presente, in una situazione attuale e concreta, un qualcosa che ormai si è perduto. Una figura di tale importanza viene spesso ricordata in occasioni di immensa gioia o profonda tristezza -perfino i Queen urlano: Mamaa, perché hanno just killed a man– che coinvolgono in prima persona l’autore.

Così Caproni, nel suo grande dolore per la perdita e nel rimpianto di non averla vissuta abbastanza, le dedica un’intera raccolta (Il seme del piangere, 1959) dove la immagina muoversi nei vicoli, relazionarsi con altre figure, ticchettare per le strade e toccarsi la sua catenina, in un’adolescenza in cui il figlio non l’ha mai potuta vivere. La racconta dalla giovinezza trascorsa a lavorare come sarta, alle nozze in una semplice chiesa di paese, fino all’iscrizione funebre di cui si farà spettatore, e ancora negli attimi confusi prima di morire arrivando ad annunciare poi, con sofferenza, che «Annina è nella tomba».

E dove c’è ricordo vivido, che assume anche i tratti dolci della quotidianità di una madre giovane e in forze, arriva poi la condanna alla solitudine che mostra Pasolini: la sua non è una preghiera verso di lei, ma una Supplica.

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.
Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.
Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.

Pier Paolo Pasolini, Supplica a mia madre

C’è un amore unico, insostituibile, invalicabile e imparagonabile: quello per sua madre. E non è un legame che è maturato nel concreto viversi, ma si è creato ancor prima di condividere con lei il mondo: una madre sa, dentro al suo cuore, l’animo del proprio figlio. E non c’è rapporto esterno, relazione avuta o affetto provato che possa colmare quel vuoto, a cui si sente condannato per l’eternità, succube di un sentimento ormai strappato via. Il suo è un amore acerbo e irrisolto, che lo rende avvinghiato per sempre a lei come quel bambino che è stato e a cui non ha mai smesso di dare voce: «Ho un’infinita fame d’amore (..) ma tu sei mia madre è il tuo amore è la mia schiavitù». Così la supplica, in questo caso, si fa una richiesta di promessa, che è quella di non andare, di non voler morire.

Picasso, Mother and Child, 1901

Cercare di riassumere in tutta la storia della letteratura la grandezza di una figura tale è un’impresa impossibile: dalla classicità al medioevo, dalla finzione letteraria al vero rapporto biografico, dalla spiritualità umanistica al pieno novecento, il tema della madre sarà una costante eterna nella vita dell’uomo, e così nella produzione letteraria. E chiedo scusa alla Didone di Virgilio, che un figlio lo avrebbe voluto e lo grida nel suo lamento rivolto ad Enea; all’umanità della madre di Cecilia, che nei Promessi Sposi ci fa percepire il suo dolore, o al giardino verde, che è tutto un sogno, in cui la immagina Saba nella sua Preghiera, al nome più forte, dolce e sacro per De Amicis che la descrive, e ancora romanzi, poesie, sonetti, quadri e raccolte, che della madre fanno l’unico centro e della sua assenza non si abitueranno mai. Perché per raccontare l’amore trascorreranno secoli, capolavori, creazioni e rime, ma la parola più semplice che possa rendere un’emozione tale, si ottiene dal semplice movimento delle labbra che si toccano due volte: mam-ma.

Autore

Aurora Rossi

Aurora Rossi

Autrice

Roma, lettere moderne, capricorno ascendente tragedia. Adoro la poesia, tifo per l’inutilità del Bello, sogno una vita vista banchi di scuola (dal lato della cattedra, preferibilmente). Non ho mezze misure, noto i minimi dettagli, mi commuovo facilmente e non so dimenticare. Ma ho anche dei difetti.

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