Criminalizzare i manifestanti di Reggio Calabria delegittima il conflitto sociale e costruisce nuovi bersagli

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«Povera Reggio Calabria». «Il circo». «Marionette». «Carnevale è anticipato?».

Sono alcuni dei commenti comparsi sotto i video della manifestazione che venerdì 30 ottobre ha attraversato le strade di Reggio Calabria. Reazioni che raccontano un clima culturale nel quale il dissenso viene ridotto a una forma di folklore. L’ostilità verso chi protesta è il risultato di un processo politico e culturale che, nel tempo, ha delegittimato il conflitto sociale, costruendo continuamente nuovi bersagli.

Eppure non è un circo. Reggio Calabria, come gran parte del Mezzogiorno, conosce bene il peso delle disuguaglianze, della povertà, dell’abbandono istituzionale e della mancanza di prospettive. Il Sud, evocato durante le campagne elettorali e utilizzato come bacino da cui attingere elettori, non compare da tempo nelle agende politiche. Mancano misure per affrontare realmente le disuguaglianze territoriali e per garantire necessità primarie: lavoro, istruzione, sanità pubblica, trasporti, diritto alla mobilità, contrasto alla povertà.

Secondo il rapporto ISTAT Il benessere equo e sostenibile dei territori – BesT 2025, nella Città metropolitana di Reggio Calabria 46 indicatori su 60 registrano livelli di benessere significativamente inferiori alla media nazionale. Soltanto nove si collocano in una posizione di vantaggio.

Il quadro regionale è altrettanto preoccupante: in Calabria soltanto 12 indicatori su 60 segnalano condizioni di vantaggio rispetto alla media italiana, mentre 44 evidenziano uno svantaggio.

Secondo l’ultimo rapporto ISTAT, La povertà in Italia – Anno 2025, pubblicato il 15 ottobre 2026, oltre 5,4milioni di persone vivono in povertà assoluta. Nel Mezzogiorno l’incidenza supera l’11% degli individui.

Sono famiglie che non riescono a sostenere il costo della vita, lavoratori che non riescono ad arrivare a fine mese, giovani che non possono permettersi di studiare lontano da casa, persone che rinunciano a curarsi perché il servizio pubblico non riesce a garantire risposte tempestive.

Il Rapporto SVIMEZ 2025 evidenzia che la povertà lavorativa nel Mezzogiorno raggiunge il 19,4% degli occupati, contro il 6,9% del Centro-Nord.

Significa che avere un lavoro, al Sud, non significa necessariamente poterne vivere.

Tra il 2021 e il 2024, secondo SVIMEZ, 175 mila giovani hanno lasciato il Mezzogiorno per trasferirsi al Centro-Nord o all’estero. Un esodo che ha ulteriormente gravato sull’economia di territori già fortemente deprivati.

Le manifestazioni in corso in tutta Italia dimostrano che il malessere sociale risponde a una crisi ampia, che investe diritti, salari e condizioni di vita. Nel Mezzogiorno, tuttavia, queste ragioni si innestano su disuguaglianze storiche, abbandono istituzionale, marginalità politica, salari inadeguati, assenza di servizi e un costo della vita insostenibile. Non si tratta di un’emergenza, ma di un problema strutturale.

La domanda, allora, non è perché mille persone abbiano deciso di scendere in piazza, piuttosto è perché ci sia sempre qualcuno che sente il bisogno di delegittimarle. L’ostilità verso chi manifesta è figlia di una costruzione politica e culturale del consenso che svilisce il senso del conflitto sociale e trasforma chi protesta in un fenomeno da baraccone.

Perché in un territorio attraversato da disuguaglianze profonde, chi manifesta finisce per essere considerato un problema anziché portavoce di un problema collettivo?

«L’odio verso i manifestanti attraversa una pluralità importante di porzioni sociali», osserva Marco Gatto, professore di Comparatistica e Teoria della letteratura presso l’Università della Calabria e studioso della questione meridionale. Non si tratta, dunque, soltanto di una società impoverita che finisce per contrapporre chi ha poco a chi ha ancora meno. Il fenomeno va letto anche come il risultato di un lavoro egemonico costruito nel tempo dalla destra nelle sue diverse declinazioni, autoritarie e liberali.

Secondo Gatto, questo processo ha agito attraverso la «invisibilizzazione dei conflitti, alimentata dalla costruzione continua di uno stigma discriminatorio che cambia progressivamente bersaglio: i migranti, i comunisti e, oggi, i giovani che scendono in piazza».

La delegittimazione della protesta, in questa prospettiva, non è soltanto commenti d’odio sotto a un post, ma parte di un processo più ampio, nel quale il dissenso viene progressivamente ricondotto a una questione di ordine pubblico.

Un meccanismo pericoloso attraverso il quale il conflitto sociale viene spostato dal terreno delle disuguaglianze a quello delle contrapposizioni identitarie, mentre le ragioni materiali del disagio finiscono in secondo piano.

«Cambia il soggetto da stigmatizzare, ma il meccanismo resta sostanzialmente lo stesso. Il conflitto viene ricondotto a una contrapposizione tra gruppi, appartenenze e identità. L’attenzione viene indirizzata verso categorie sociali rappresentate come estranee, pericolose o incompatibili con il presunto ordine della comunità», aggiunge.

Così, invece di discutere delle condizioni che producono precarietà e povertà, si finisce per discutere di chi protesta. Invece di interrogarsi sulle ragioni di una mobilitazione, si cerca il burattinaio che dovrebbe averla organizzata. Invece di riconoscere nei manifestanti persone che rivendicano diritti, li si rappresenta come marionette o fanatici.

Gatto individua inoltre un elemento importante nella diffusione di questa egemonia culturale all’interno di un ceto medio sempre più frammentato e di una parte di quei soggetti sociali che trovano forme di rappresentanza nei meccanismi clientelari o nel senso comune alimentato dalle retoriche nazionalistiche.

Non è necessario vivere una condizione di marginalità per interiorizzare un sistema di valori che considera il conflitto un elemento di disturbo, la rivendicazione una pretesa e la protesta una minaccia all’ordine.

Una parte della società finisce così per riconoscersi in forme di rappresentanza costruite intorno ad appartenenze, relazioni personali e aspettative individuali, anziché intorno alla possibilità di trasformare collettivamente le proprie condizioni.

Non è necessario che queste persone condividano integralmente un progetto politico, è sufficiente che ne interiorizzino alcuni paradigmi: l’idea che l’ordine venga prima della rivendicazione, che il dissenso sia un elemento di disturbo, che chi protesta sia necessariamente strumentalizzato.

Chi sono i manifestanti? Sono giovani, lavoratori stremati, famiglie che non riescono a pagare le bollette, studenti che lamentano salari insufficienti, affitti insostenibili, lavoro precario, sanità pubblica impoverita, scuole e trasporti insufficienti, territori abusati.

La loro rabbia sociale nasce da queste condizioni e si concretizza in una necessaria, seppur frammentata, espressione collettiva.

Criminalizzare e ridicolizzare chi manifesta indebolisce la democrazia: il rischio è che la rappresentazione del dissenso come minaccia all’ordine diventi una componente stabile del senso comune e che la legittima richiesta di diritti venga percepita come una pretesa, la rivendicazione salariale come un privilegio, la protesta giovanile come un problema di ordine pubblico.

Difendere la libertà di dissenso significa riconoscere che quel diritto appartiene a tutti, anche a chi esprime posizioni che non condividiamo.

Nell’enorme vuoto politico al Sud Italia hanno trovato terreno fertile narrazioni politiche capaci di intercettare paure, risentimenti e bisogni di appartenenza, offrendo risposte identitarie a problemi che avrebbero invece bisogno di risposte sociali e collettive.

Come si contrasta un’egemonia culturale che ha progressivamente trasformato il modo in cui una parte della società interpreta i propri problemi e guarda a chi prova a rivendicare diritti?

«Non sarà certo l’emersione provvisoria del conflitto a smantellare narrazioni pericolose, serve un lavoro lento e intelligente capace di imporre un ordine valoriale realmente contrastivo», conclude Gatto.

Non basta intercettare la rabbia quando esplode. Bisogna costruire le condizioni affinché quella rabbia possa tradursi in organizzazione, rivendicazione e progetto politico.

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